QUALI VOCAZIONI PER UNA VITA CONSACRATA RINNOVATA?QUALE VITA CONSACRATA PER VOCAZIONI "NUOVE"?
Amedeo Cencini, fdcc
Offriamo alla lettura questo bellissimo testo, ricco di novità nell'analisi dei vari fattori in cui si innesta la vita religiosa, e che perciò invita ad un serio rinnovamento.
Non manca, nell'originalità dell'impostazione, l'apoteosi della vita religiosa quale esemplare testimonianza del trascendente. Chi non sa resistere al fascino delle espressioni esaltanti, troverà la relazione toccante e convincente e non avrà altro che piegarsi, riconoscente, all'ascolto.
Pensiamo che sia legittimo, non tanto contrapporre un'altra tesi, quanto prendere la distanze dalla sublimità di cui è circonfusa la vocazione religiosa, adornata perfino dell'umiltà, vera regina, in quanto ineludibile, in un universo fatto di bellezza e di amore.
Quale compito spetta al comune cristiano, messo a confronto col consacrato? Le risposte sono tutte belle e pronte, levigate e rimesse a nuovo. Di fronte al discepolo "senza attributi", il consacrato è un Super-chiamato o, se vogliamo, un chiamato "diverso", ai fini di avere maggiore efficacia nell'evangelizzazione…
E' possibile un confronto tra quanto è espresso in questa magistrale relazione e quanto è detto (e narrato dagli stessi soggetti) nel libro "OLTRE IL NULLA - PERCORSI DI VITA RELIGIOSA FEMMINILE, Il Segno dei Gabrielli, Negarine (VR)? In questo sono indicate - soprattutto attraverso la verità dei fatti - altre piste che non sottraggano la vita religiosa alla Chiamata universale: cioè non ne facciano uno stato di vita separato, e perciò sacro.
Per aprire un dibattito basta prendere in esame singoli punti, ad esempio quelli visibili attraverso il colore rosso, nei quali la verità si celebra e pare indiscutibile. Un vero dialogo non fa male a nessuno, tranne che si dia per scontata la mancanza di autorevolezza, propria del cristiano di serie B. (L'autrice Ausilia Riggi Pignata)
Il doppio interrogativo che fa da titolo a questa relazione meriterebbe senz’altro un’analisi articolata in due distinte relazioni. Ma la convergenza naturale delle due domande può giustificare il tentativo di unificare la riflessione in un’unica trattazione. La risposta a uno dei due quesiti necessariamente rimanda all’altro, mentre insieme, le due risposte, potrebbero costituire il primo tassello di quel processo di rifondazione della vita consacrata (vc) che l’Assemblea dello scorso novembre ha indicato come improrogabile. Proprio in quest’ottica sono state intelligentemente pensate le relazioni di questa Assemblea.
Propongo di partire dalla seconda domanda. Vocazioni e vc, infatti, stanno tra loro, se non suona irriverente, nello stesso rapporto che c’è tra l’uovo e la gallina (chi viene prima: l’uno o l’altra?). A me sembra che, almeno su un piano logico, convenga premettere l’analisi della vc nell’attuale momento storico, dunque nella prospettiva della sua novità, all’analisi della qualità e novità vocazionale. Questa seconda dovrebbe in qualche modo sgorgare dalla prima e al tempo stesso ne costituisce come una premessa, una condizione imprescindibile: se si sta rinnovando la vc devono necessariamente adeguarsi a questa novità coloro che oggi l’abbracciano per viverla; anzi, possiamo dire che la vc non si rinnoverà mai se non sono "nuove" le vocazioni, della novità che ora cercheremo di dire e illustrare. D’altro canto questa novità non è semplicemente un dato sociologico, ma esigenza di questa stagione di transizione, di questi tempi di esodo. Non è forse tutta la Chiesa che si sta aprendo alla nuova evangelizzazione? Lo stesso documento Vita consecrata (VC) non ripete continuamente che dobbiamo "guardare al futuro", per essere "da Cristo rinnovati di giorno in giorno"? E proprio in riferimento alla tematica vocazionale il documento conclusivo del Congresso europeo sulle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata reca questo significativo titolo: "Nuove vocazioni per una nuova Europa".
Insomma, chiamiamolo come vogliamo questo processo di rinnovamento ("rifondazione" o dinamismo d’una "fedeltà creativa"), ma in ogni caso non possiamo più prescindere da esso.
1. Quale vita consacrata per vocazioni "nuove"?
Certamente una delle cause della sofferta crisi vocazionale di questi ultimi decenni, almeno in occidente, è stata una certa immagine di vc, non più capace di attrarre come un tempo, di costituire un ideale di vita per giovani che s’affacciano alla vita, o di capire una certa nuova sensibilità giovanile e credente.
Non intendo in questa sede proporre un’analisi storica che dia ragione di questo progressivo scollamento tra mondo giovanile e vc, ma vorrei più semplicemente fare riferimento a un elemento che mi sembra davvero strategico in questa evoluzione e centrale nella relativa perdita di attrazione.
A me pare che la vc stia rischiando di perdere progressivamente la sua natura fondamentalmente relazionale. Il fenomeno probabilmente non è recentissimo, potrebbe esser riconosciuto lungo una linea evolutiva che s’è sviluppata lungo la storia anche a causa di precisi influssi culturali-sociali, ma che negli ultimi tempi s’è imposto con una certa evidenza. Il rinascimento, poi un certo umanesimo radicale, l’illuminismo e il neo-illuminismo hanno finito per porre sempre più al centro il singolo individuo con la sua dotazione di capacità a vari livelli, soprattutto mentale-intellettuale, e delimitando sempre più lo spazio del mistero e del trascendente, della persona e del rapporto personale, del principio dell’agape e dunque anche della fede, dell’oggettivo e del normativo. L’epoca post-moderna ha poi ancor più accentuato il processo dell’autoorientamento narcisistico che – a sua volta – ha in qualche modo esasperato il conseguente processo di chiusura dell’individuo in se stesso, anche se all’interno d’un processo di estenuazione generale (vedi il "pensiero debole").
La vc e, più in generale, l’atteggiamento credente, non potevano non risentire di questo influsso (che ha avuto, beninteso, anche delle ricadute positive); e come spesso succede in questi casi, hanno assorbito in modo acritico alcune delle conseguenze più negative di questa cultura. Mi riferisco, in particolare, a un certo smarrimento, nella vc, della dimensione relazionale, dimensione – come dicevamo – che le è invece tipica e costitutiva. È stato negl’immediati anni del post-concilio che, ad esempio, si cominciò a parlare di self-realization, d’integrazione affettiva, con una punta di rivendicazione anche legittima rispetto a un eccessivo comunitarismo del passato, ma senz’altro il processo era iniziato molto prima, mettendo radici piuttosto profonde, nel singolo e nel modo di pensarsi in quanto gruppo. Vediamo alcune espressioni di questo individualismo religioso.
Insomma sembra abbastanza evidente, purtroppo, questo fenomeno dello smarrimento della relazione. È come se la vc fosse divenuta un po’ afona, o quasi muta o sordomuta, o senza un volto preciso, incapace di dare ragione della sua speranza e di esprimere la bellezza d’una vita totalmente consacrata all’Eterno, e ancora di attrarre altri a unirsi in questa contemplazione della bellezza e nello slancio del dono di sé. Di conseguenza s’è progressivamente indebolita anche la dimensione relazionale all’interno della vita comunitaria, anzi, la comunità stessa. E la vc è divenuta meno comunionale, meno espressiva di quel bisogno di fraternità che l’essere umano si porta dentro, e ancor meno espressiva di quella comunione trinitaria da cui ha origine ogni relazione terrena e di cui la vc dovrebbe essere e fare memoria.
Forse non è giusto parlare di una precisa responsabilità, fatta di omissioni e inadempienze, da parte della vc stessa; c’è stato, infatti, un influsso culturale, come abbiamo prima ricordato, all’origine di tutto ciò. D’altro lato, questo neppure ci giustifica e ci assolve, ma ci mette almeno nella condizione di capire che oggi non è più questo il modello culturale, ma che ci stiamo sempre più orientando verso un modello d’uomo segnato profondamente dalla relazione, dall’essere-con, dalla memoria d’una relazione da cui è venuta la vita all’uomo e verso cui l’essere umano tende, nostalgia d’un incontro che nessuno potrà mai estirpare dal cuore umano. "La visione antropologica oggi plausibile è quella che non ritiene la relazione come un accidente, come una specie di accessorio dell’uomo. Né si può ridurre la relazionalità al mondo psicologico o sociologico, ma occorre collocarla nell’ambito teologico che le è proprio, ambito più ontologico che morale".
O la vc capisce questo passaggio culturale e torna a essere profondamente relazionale-comunionale, o rischia di porsi fuori del contesto significativo umano, di non incrociare più alcuna domanda e alcun volto, alcuna attesa dell’uomo e della donna d’oggi, e di non aver dunque più alcuna parola da dire, alcun volto da mostrare, alcun potere d’attrazione.
La mia ipotesi di lavoro è che il nuovo volto della vc sia soprattutto il volto della relazione. "Relazione" in senso ampio e radicale, proprio perché la relazione è alla radice della vita umana; l’uomo è un essere dialogico, che però, con il peccato, ha rischiato "d’innamorarsi del suo monologo", dimenticando quella Parola che lo ha generato e che ora continuamente lo chiama e interpella, lo provoca e inquieta, lo consola e incoraggia… La vc è la risonanza di questa Parola, o il suo volto, e il religioso è un interlocutore a voce alta di Colui che il mondo non vede e non sente, ma che con questo nostro mondo vuole entrare in rapporto, anche con questo nostro mondo moderno e post-moderno.
Come si esprime questo rinnovato volto della vc?
Le implicanze del modello della relazione sono tantissime e non potremo certo presumere di esaurirne la descrizione in questa conversazione. Il concetto di decentramento sembrerebbe esprimere la serie d’implicanze "negative" del concetto. Sta a dire una vc che non usurpa quel ruolo centrale che non le spetta perché è di Dio, e dunque meno preoccupata di se stessa e delle sue economie (a vari livelli, non solo quello …economico). In concreto vorrà dire degli istituti meno preoccupati di se stessi e della propria sopravvivenza, meno presi dall’affanno (di mantenere certi livelli di presenza e di opere) e dalla paura (di contare di meno e di non aver successo), quella paura, dice il documento sulle vocazioni, che è sempre "pessima consigliera" e non apre ad alcun futuro. In tal senso dobbiamo proprio dire che la crisi vocazionale, tra le altre cose, è stata anche per noi come una salutarissima cura dimagrante, che ci ha liberati da grassi inutili e tossine nocive, ovvero da quella pretesa ingombrante e autoreferenziale che ci pone al centro delle cose.
Oggi, è vero, non sono più tempi di religiosa grandeur, la cura ha avuto indubbiamente degli effetti, ma è sempre strisciante la tentazione di riprenderci un ruolo che per lungo tempo ci ha gratificati. Alcuni inossidabili segnali di questa tentazione potrebbero esser questi: la mania dei numeri (cf il peccato del censimento di Davide) che ci porta troppo frequentemente a fare sconti sulla qualità delle nuove vocazioni; il mito dell’efficientismo che ci fa passar sopra alle leggi dell’efficacia evangelica, spesso non proprio simili alle leggi del progresso o del successo umano; l’idolo delle opere nostre, gestite da noi e di nostra proprietà e ancor meglio se visibili se non proprio imponenti, che ci rende progressivamente incapaci di collaborare tra noi (tra diversi istituti) e con gli altri soggetti, ecclesiali e civili, dando semplicemente una mano, e a volte genera la pretesa di generare figli che portino per forza il nostro nome. Inquietante segnale della …caduta in questa tentazione è la depressione che ci prende, a stento mascherata, quando non si realizzano questi sogni.
C’è un senso ecclesiale e civile che ancora non sembra far parte in modo definitivo della nostra sensibilità più profonda, e che potrebbe esser un frutto proprio di questo decentramento. Siamo un po’ tutti, ancora, come diceva Rahner, individualisti e formati secondo architetture individualiste. E il dèmone dell’individualismo autoreferenziale è duro a morire, perché capace di travestirsi e assumere forme gradevoli a vedersi (es. il concetto equivoco di santità privata).
È l’aspetto positivo del discorso sulla relazione. La vc non deve occupare alcun centro non solo perché il centro è di Dio, ma perché funzione della stessa vc, in questo pellegrinaggio nel tempo, è esattamente quella di indicare il centro o l’obiettivo del cammino, cioè la centralità dell’Eterno.
Qui si aprono, allora, varie prospettive e scenari di rinnovamento. Noi ne indicheremo solo alcuni, velocemente, riguardanti sia l’aspetto interno, cioè il modo di pensarsi della vc, sia il versante esteriore e apostolico.
Al cuore della vc, della sua cultura e della sua testimonianza, c’è il cosiddetto principio religioso, che consiste nel radicale riconoscimento dell’Altro e della sua esistenza incondizionata, nel radicale orientamento all’Altro in quanto tale. L’Altro come Dio, anzitutto, ma anche come il prossimo, come chi mi sta accanto. Ma tutto questo non è solo principio che è all’origine e al cuore della vc, ma di ogni realtà vivente; l’uomo è un’unità dialogica, abbiamo prima ricordato, scopre il suo "io" solo attraverso un "tu", o solo quando si sente chiamato da un "tu", viene alla vita perché fondamentalmente "chiamato"; questo fatto primordiale s’imprime definitivamente nella sua struttura, lo rende essere perennemente in dialogo, essere "responsoriale".
Per questo l’uomo è un essere religioso, nel senso anche etimologico del termine, perché è relazione nella profondità del suo essere e chiamato a vivere la relazione, è fatto a immagine della Trinità e segnato profondamente dalla dimensione trinitaria, che è la celebrazione massima della relazione, come riconoscimento dell’alterità.
Per questo, ancora, Basilio vede il senso non solo del monachesimo, ma dell’uomo stesso, nella vita comunitaria, e il cenobio come luogo dell’amore fraterno, della purificazione di tutti i rapporti e della carità realizzata, come àmbito di realizzazione della perfezione dell’uomo. Questa è un’affermazione molto importante, perché se questo è vero allora la vc ha il sacrosanto dovere di mostrare che è anche concretamente possibile e concretamente traducibile nella realtà della vita e delle relazioni d’ogni giorno, all’interno della dinamica comunitaria.
E ciò non può avvenire se la vc non decide finalmente di assumere realmente un volto nuovo, di non potersi più pensare in funzione dei suoi adempimenti di regola e in vista della sua perfezione privata, ma al servizio del popolo di Dio, col quale e dentro al quale cammina verso la comune terra promessa. Diciamo anzi, prima di tutto, che la vc deve avere un volto, non può non avere una sua visibilità espressiva e comunicativa, non può essere anonima o preferire equivocamente nascondersi (la finta umiltà), ha il dovere di dirsi e confessare le ragioni della sua speranza dinanzi al mondo e alla Chiesa. Secondo: deve avere un volto nuovo, e nuovo, badiamo bene, non solo e non primariamente perché ne risulti un aumento del grado d’attrazione della vc stessa, della sua audience che riscuota consenso presso il pubblico civile e religioso, ma perché la relazione è ed è destinata a divenire sempre più fine e metodo; in certo senso, perché relazione vuol dire amore, in ultima analisi, con tutte le implicanze che ciò comporta.
Se il principio religioso è anche il principio della fede lo è anche della vc. Ciò vuol dire che la comunicazione è il valore più grande. "Anzi, il valore dal quale in qualche modo provengono tutti gli altri valori. In senso evangelico questo è il valore a cui sono sottomessi tutti gli altri valori, perché più grande di tutto è l’amore (1 Cor 13,13) che, come uno spirito luminoso, conduce a rinunciare a se stessi affinché non si tronchi la relazione".
Vediamo, a puro titolo esemplificativo, almeno tre possibili applicazioni di questo principio alla dinamica del rinnovamento della vc, circa la spiritualità, la vita comune e l’apostolato.
*Spiritualità: la condivisione del dono
*Vita comune: comunione di santi e di peccatori
*Apostolato: la cultura del volto
Dopo quanto abbiamo visto, questa seconda parte della nostra conversazione potrebbe risultare addirittura superflua o essere sbrigativamente trattata, alla luce di questo principio: le vocazioni che oggi possono contribuire al rinnovamento della vc dovrebbero essere in grado d’incarnare e interpretare il modello ora proposto. Dunque il modello della relazione dovrebbe costituire il criterio fondamentale di discernimento della vocazione alla vc, e poi di formazione (iniziale e permanente). In altre parole, il giovane consacrato deve saper essere "uomo di relazione". Oggi come ieri, oggi più di ieri.
Allora il progetto di rinnovamento potrebbe davvero compiersi nel tempo. Diversamente, se le vocazioni non sono "nuove", rese tali dalla novità che la relazione, ogni relazione reca con sé, la vc non si rinnoverà mai, o continuerà a restare in qualche modo prigioniera di se stessa, o a smarrire sempre più la relazione, il volto, il "tu".
Ma forse può essere utile ampliare un po’ il discorso e tentare in qualche modo di declinare proprio il concetto di relazione per giungere a identificare, il più concretamente possibile, i criteri di discernimento vocazionale. È su questo terreno che si misura di fatto la possibilità del rinnovamento; se non si possiedono i criteri per discernere tutto rischia di vanificarsi e si perpetua l’antico. D’altro canto, sarebbe ingenuo ritenere che chi chiede oggi di entrare possieda già i requisiti, in quanto figlio della presente cultura, per favorire il processo di rinnovamento. Questo processo è frutto di conversione, non di forza d’inerzia; domanda la fatica della mente e del cuore, non è qualcosa che avviene per forza; è gestito dallo Spirito, non dalle leggi sociologiche dei corsi e ricorsi storici. Questo per dire che tanti giovani che entrano oggi nelle nostre strutture non intendono minimamente alcun discorso di rinnovamento e sono più "vecchi" di chi li ha preceduti.
Declinare il discorso della relazione vuol dire scomporlo nelle sue componenti. Noi qui ne indichiamo solo alcune: la verità, la fraternità e la libertà. Concretamente, vedremo il senso della vc come chiamata alla verità, alla fraternità e alla libertà, e poi cercheremo di indicare alcuni criteri di discernimento vocazionale per ognuna di queste tre componenti.
2.1. Relazione come verità
Mi sorprende sempre più l’estrema semplicità della vita, del significato d’essa, e – al tempo stesso – quel misterioso gioco di relazioni che l’avvolge dall’inizio alla fine. E mi convinco sempre più che un’autentica animazione vocazionale (AV) è tutta subito intrisa di senso del mistero e di relazione con esso. Si fa AV nella misura in cui si introduce in questo atteggiamento, nella misura in cui si mostra al giovane la vita come il roveto ardente di Mosè, che arde misteriosamente d’un fuoco che non lo consuma. Sì, perché solo questo atteggiamento relazionale, di Mosè che adora stando a debita distanza e senza la pretesa di capire subito tutto, consente piano piano di entrare dentro la logica della vita, dentro la sua verità, nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). E di scoprire l’estrema logica del mistero esistenziale e della scelta della vc.
2.1.1. La relazione, senso della vita
La logica misteriosa e veritativa dell’esistenza sta tutta nella relazione. E non in senso generico e astratto, ma in una precisa relazione interna tra vita e morte o in questa concezione relazionale dell’essere umano: si vive e si muore per lo stesso motivo, perché il bene ricevuto (=la vita) tende a divenire per natura sua bene donato (=la morte), perché il senso della vita è inscindibilmente legato al senso della morte, ed è proprio nella vocazione, nell’idea di vocazione cristiana e poi nella scelta vocazionale religiosa che questo nesso diventa esplicito ed è portato alle estreme conseguenze, e viene dal soggetto ratificato quale cifra della propria esistenza. Dunque, la relazione appare subito come la verità della vita, è all’origine e alla fine dell’esistenza, e pure ciò che la mantiene autentica e fresca a ogni suo passo, a livello di contenuto (vita e morte viste entrambe come dono) e di dinamismo (il passaggio dalla vita alla morte).
C’è già qui un’indicazione pedagogica di AV: un’intelligente proposta vocazionale, che ha speranza di giungere a giovani intelligenti, dovrà infatti sottolineare che ogni individuo, evidentemente, è libero di fare la scelta vocazionale che crede, ma non è libero di pensarsi al di fuori di questa logica, se vuol davvero realizzare se stesso non potrà dare alla sua storia un esito diverso da quello indicato da questo nesso logico, da questa verità del vivere. Ed è proprio su questa verità fondamentale, su questa grammatica elementare della vita umana che deve fondarsi ogni pastorale vocazionale. Lo dice esplicitamente il documento del congresso europeo: "Se c’è un dono all’inizio dell’esistenza dell’uomo, che lo costituisce nell’essere, allora la vita ha la strada segnata: se è dono sarà pienamente se stesso solo se si realizza nella prospettiva del donarsi; sarà felice a condizione di rispettare questa sua natura. Potrà fare la scelta che vuole, ma sempre nella logica del dono, altrimenti diventerà un essere in contraddizione con se stesso, una realtà "mostruosa"; sarà libero di decidere l’orientamento specifico, ma non sarà libero di pensarsi al di fuori della logica del dono".
Ma se questa stessa verità, la verità della vita, è alla base d’ogni scelta vocazionale, tanto più lo è d’una scelta radicale, come è la scelta della consacrazione religiosa, con la decisione di donazione totale di sé a Dio. Che suppone nell’individuo una certa capacità relazionale, che gli consenta di comprendere la grandezza del dono ricevuto, per poi aprirsi alla scelta di donarsi. Consacrarsi a Dio è come prender coscienza d’aver prima ricevuto, tutto ricevuto da Lui. Non potrebbe consacrarsi bene chi prima non ha verificato nella sua storia la grandezza dell’amore ricevuto, non sceglie autenticamente la vita religiosa chi non sa prima contemplare la bellezza della benevolenza divina, non è credibile la vocazione di chi s’è proposto-da-sé di seguire il Signore, come quel tizio del vangelo da Gesù stesso scoraggiato proprio perché la sua presunta vocazione non nasce da una relazione. La vocazione religiosa è essenzialmente risposta in un dialogo d’amore (e sta a ricordarci che ogni vocazione è risposta all’amore di chi ci chiama); non è affidabile l’eroe che esibisce la sua scelta come fosse qualcosa di straordinario, lo è invece chi è capace di adorare il mistero, e di fronte al roveto dell’amore inestinguibile risponde con atteggiamento di sorpresa grata e commossa.
Tra l’altro, come dicevamo prima, questo è anche un modo di suscitare un’adesione vocazionale, anzi, è il modo corretto e intelligente di pro-vocare il giovane, perché con questo richiamo alla verità della vita (verità universale, valida per tutti), non gli si lascia praticamente via di scampo, nessuno può tirarsene fuori o dire che non lo riguarda: "Tutta la pastorale vocazionale è costruita su questa catechesi elementare del significato della vita. Se passa questa verità antropologica, allora si può fare qualsiasi proposta vocazionale. Allora anche la vocazione al ministero ordinato o alla consacrazione religiosa o secolare, con tutto il suo carico di mistero e mortificazione, diventa la piena realizzazione dell’umano e del dono che ogni uomo ha ed è nel più profondo di sé".
L’animatore vocazionale (cioè, ogni consacrato) deve puntare decisamente su questo tipo di provocazione e cercare di maturare lentamente nel giovane la disposizione interiore necessaria per cogliere questo senso relazionale della vita (e della morte), per lasciarsi commuovere da questa verità, per promuovere questa cultura (cultura della vita e autentica cultura vocazionale) in un’epoca come la nostra in cui una cultura di morte o della non-relazione (è la stessa cosa) sostiene che ogni esistenza "nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per caso".
E allora potremmo riconoscere in alcuni modi di essere, o in alcune disposizioni relazionali interiori e pure esteriori virtuose, il segno buono e attendibile della chiamata alla consacrazione religiosa.
2.1.2. La relazione, criterio vocazionale
Vediamo alcune di queste disposizioni relazionali o criteri vocazionali.
2.1.2.1. Gratitudine
"La vocazione nasce dalla "riconoscenza". Nasce sul terreno fecondo della gratitudine, poiché la vocazione è risposta, non iniziativa del singolo; è
essere scelti, non scegliere. Proprio a questo atteggiamento interiore di gratitudine dovrebbe portare la lettura di tutta la vita passata. (…) La pastorale vocazionale è diretta a formare a questa logica della riconoscenza-gratitudine, molto più sana e convincente, sul piano umano, e più teologicamente fondata della cosiddetta "logica dell’eroe", di colui che non ha abbastanza maturato la consapevolezza d’aver ricevuto e si sente lui stesso autore del dono e della scelta", quasi fosse più bravo degli altri. Tale logica, dubbia e sospetta, rischia poi d’esser contraddittoria e selettiva, o così debole d’aver pochissima presa sulla sensibilità giovanile odierna, poiché trascura o non sottolinea sufficientemente quella verità fondamentale e relazionale, alla radice, su cui è costruita la catechesi vocazionale: la vita è un bene ricevuto che tende naturalmente a divenire bene donato.È necessario essere bene attenti, perché oggi la gratitudine non è affatto virtù particolarmente "quotata in borsa", è quasi diventata solo una questione di galateo, di buone e convenzionali maniere. Per molti giovani tutto è dovuto e dev’esser perfetto. Viviamo tempi d’ingratitudine, proprio perché la relazione è debole e sempre meno significativa! La gratitudine è la prima virtù relazionale e il primo atteggiamento vocazionale.
2.1.2.2. Gratuità
"La gratuità è la legge fondamentale della crescita umana", secondo Van Breemen, e la inevitabile conseguenza del dinamismo relazionale che ha portato alla gratitudine. Come dire: la relazione autentica è tesa tra queste due polarità, la gratitudine (momento ricettivo) e la gratuità (momento oblativo). Laddove nasce gratitudine lì c’è anche gratuità o, quanto meno, la gratuità è autentica e genuina solo quando è intrisa di gratitudine, solo se ne è il frutto naturale, come un tentativo, discreto e semplice, di restituire alla vita, agli altri, a Dio quanto s’è ricevuto. "La scoperta d’aver ricevuto in modo immeritato ed eccedente, dovrebbe "costringere" psicologicamente il giovane a concepire l’offerta di sé nell’opzione vocazionale come una conseguenza inevitabile, come un atto certamente libero, perché determinato dall’amore, ma in certo senso anche dovuto, poiché di fronte all’amore donato da Dio egli sente di non poter fare a meno di donarsi. È bello e del tutto logico che sia così; di per sé non è cosa straordinaria", anzi, è il minimo che possa fare per essere e vivere nella verità.
Diffidiamo, allora, anzitutto di chi non concepisce abbastanza la vocazione in termini di gratuità generosa, di dono libero e disinteressato di sé, di chi pretende sempre che quanto esce da lui torni a lui e possibilmente con gl’interessi; ma diffidiamo pure delle vocazioni la cui presunta gratuità non nasce nel terreno della gratitudine perché se non ha radici grate la gratuità non dura;
diffidiamo degli eroi perché molto spesso gli eroi di oggi sono le vittime di domani; diffidiamo di coloro che non sono abbastanza riconciliati con il loro passato e grati verso la loro storia, perché prima o poi presenteranno e faranno pagare il conto, anche salato, a qualcuno; diffidiamo di chi non ha imparato a dire "grazie", perché chi non ha nessuno da ringraziare è un selvaggio e un primitivo della specie umana, è ingiusto e falso nei confronti della vita, e non saprà neppur dire a nessuno: "ti voglio bene".2.1.2.3. Semplicità e umorismo
Chi si dispone a rispondere alla sua vocazione con gratitudine e gratuità non si atteggia né si camuffa; non presume di sé e neppure della sua vocazione, non si prende troppo sul serio (il "servo utile") e anzi sa ridere di se stesso, perché solo chi ha il senso del mistero può permettersi il lusso di sorridere di sé, della vita e delle cose che ama e continuare ad amarle ancora; non carica di troppa importanza ciò che si vede e quel che passa, perché la sua sicurezza è in Dio e nel suo dono fedele e solo "un’identità fondata sulla roccia di una relazione con Dio può più facilmente guardare con distacco, ed insieme interesse, all’evolversi delle figure umane proprie e altrui, che si muovono sul palcoscenico della storia". Chi ha imparato a vivere dinanzi al mistero del volto sa bene che c’è qualcosa d’importante che non si vede, e cerca allora d’incrociare lo sguardo del Padre che vede nel segreto… Chi è aperto al mistero può capire che la vita possa anche esser ambivalente, che la sua fede possa essere debole, che la sua vocazione possa nascondere anche motivazioni ambigue, che il suo io non sia solo quel che proclama e che vorrebbe apparire all’esterno. La vita consacrata riesce a tenere assieme due polarità di per sé opposte: la serietà del dono radicale e l’umorismo gioioso dell’opzione per Dio (come conferma una storia ricchissima, da questo punto di vista, da Francesco "giullare di Dio" a Filippo Neri, santo dell’umorismo contagioso).
Attenti, dunque, a chi è troppo serioso e non sa vedere il lato comico delle cose, perché avvelena l’aria che tutti devono respirare; attenti a chi esibisce sicurezza inossidabile, perché nasconde una grande fragilità; attenti a chi non cosa sia l’umiltà, perché probabilmente non sa neppure cosa sia la fiducia e l’abbandono, attenti a chi si prende troppo sul serio, perché il suo io sarà così invadente da voler tutto lo spazio e l’attenzione per sé.
2.2. Relazione come fraternità
2.2.1. Condizione fraterna
Anzitutto la vocazione alla consacrazione a Dio è per natura sua vocazione alla fraternità, proprio perché si tratta d’un dono (il carisma) che viene dall’alto, un dono che nessuno può presumere d’interpretare da solo, e che può esser compreso solo attraverso l’apporto di tutti coloro che hanno ricevuto tale dono.
Come "nessuno diventa cristiano da solo, ma è reso tale dalla Chiesa, e non diventa cristiano per se stesso, ma "per" mettersi a servizio della Chiesa e della sua missione", così è per il rapporto tra individuo consacrato e comunità religiosa. La fraternità, nella vita religiosa, nasce subito come esigenza intrinseca del carisma, esigenza più teologica che psicologica, e va verificata anzitutto su questo piano. Per questo si tratta d’una verifica importante, poiché svela quanto il giovane abbia capito o stia comprendendo la natura del dono, la sua origine e la sua ricchezza e complessità, come qualcosa che, proprio perché viene da Dio e dice un suo progetto, è destinato all’edificazione della comunità, non appartiene al singolo, va dunque condiviso, va detto in termini semplici e a tutti accessibili, e può esser compreso solo da chi lo rispetta in questa sua logica estroversa-relazionale. Il carisma, qualsiasi carisma, crea fraternità per natura sua, rimanda costantemente alla relazione, dice una vocazione da vivere con gli altri, nessuno lo potrà mai capire chiudendosi in se stesso. Tanto meno viverlo. Non è dunque sufficiente verificare una generica disponibilità a vivere la relazione, è indispensabile, invece, constatare la capacità di vivere la condizione fraterna come la condizione tipica del consacrato, come il suo specifico modo di essere, come la forma e norma di vita, sua caratteristica essenziale legata alla possibilità di comprendere appieno il dono dell’Eterno.2.2.2. La fraternità come criterio vocazionale
La fraternità, dunque, non è semplicemente ed esclusivamente un problema di carità, di apprendimento dell’arte difficile della convivenza con chi mi è diverso, ma è dimensione costitutiva del carisma religioso, per questi motivi:
A ognuna di queste dimensioni corrisponde una serie di criteri di discernimento.
2.2.2.1. Identità e appartenenza
È la capacità di sentirsi parte d’un gruppo di persone, con le quali si condividono la medesima radice, gli stessi valori, l’identico progetto del Padre, in forza del quale quelle persone diventano fratelli e quel gruppo la propria famiglia. Il senso d’appartenenza nasce dal senso d’identità, ne è componente essenziale. Infatti l’uomo deve appartenere a qualcosa o a qualcuno, egli è fatto per consegnare la sua vita e il suo cuore, la sua chiamata e il suo futuro nelle mani (o nel cuore) d’un altro; sarà lui a scegliere a chi, ma non potrà esimersi dal farlo. In tal modo l’appartenenza sviluppa e porta a maturazione la capacità di relazione.
Il senso d’appartenenza, allora, è manifestato da disposizioni interiori precise: vuol dire fiducia nell’altro e nella vita, al punto di condividere con loro i beni materiali e spirituali e di scegliere di dipendere o accettare di farsi limitare dal gruppo e dalle sue norme; significa libertà di convivere con persone che non si sono scelte, affetto che non viene dalla carne e dal sangue ma è lo stesso umanamente ricco; vuol dire, in sostanza, capacità d’innamorarsi, come libertà di voler bene senza limiti né restrizioni (simpatie o antipatie) troppo umane, decidendo …d’invecchiare assieme alle persone che Dio m’ha posto accanto, abbandonandosi totalmente. In tal senso l’innamoramento rappresenta il vertice supremo della libertà di abbandonarsi, o la forma più alta della relazione. Un giovane incapace d’innamorarsi è per definizione inadatto a consacrarsi.
Chi chiede d’entrare in un istituto religioso deve mostrare questa libertà interiore che apre alla fraternità e all’amicizia. Dobbiamo quindi stare molto attenti a chi è sottilmente sospettoso o stenta ad abbandonarsi, perché non si fida o è disposto a farlo solo con chi è perfetto: "chi si fida di tutti, dimostra d’aver poco discernimento; ma chi non si fida di nessuno, mostra d’averne ancor meno" (A. Graf), anzi, a un livello superiore, "chi non ha fiducia nel suo prossimo, per solito non ne ha nessuna in Dio" (C. Chapman), e non è certo uomo di relazione. Né mostra empatia e sguardo benevolo chi vuol fuggire dal mondo per non contaminarsi con le brutture e storture del secolo presente e sogna una vc come spazio "ecologico" ed esclusivo.
Non solo la capacità di vivere in comunità, ma anche un certo impianto della vita religiosa (i voti, l’adesione a una regola, certe limitazioni ecc.)
suppone proprio questa previa libertà di abbandonarsi e dipendere; chi non la possiede sta ancora sognando infantilmente il mito dell’autonomia assoluta, sta ancora cercando come un adolescente la realizzazione di sé nell’affermazione di sé sull’altro, è ancora affetto dalla "sindrome di Peter Pan", l’adolescente perpetuo che confonde la libertà con l’assenza di vincoli. Un domani costui sarà un peso per tutti in comunità, perché non appartiene a nessuno.2.2.2.2. Alterità e diversità
Si appartiene al gruppo nel quale si riconosce la propria identità, ma senza portare all’ammasso il cervello e senza rinunciare alla propria e altrui originalità. Non è un equilibrio semplice e a portata di mano, normalmente passa attraverso un certo tirocinio, ma porta poi alla libertà di accettare anche la diversità degli altri, di consentire loro d’esser se stessi, di non conflittualizzare le diversità, di scoprire e accogliere la ricchezza della relazione con chi è "altro" da me. Oggi c’è in giro, anche nelle nostre comunità giovanili, una sorta di "omosessualità latente", come tentativo di omologare l’altro, di livellare le diversità, di renderlo per forza uguale a me, di stabilire il rapporto solo col simile…, e di creare una convivenza che è l’esatto contrario della fraternità umana ed evangelica. All’estremo opposto il narcisismo, come tentativo di porsi al centro, riferendo tutto a sé, ma senza lasciarsi toccare e modificare e arricchire minimamente dall’altro e dalla sua originalità. In entrambi i casi, né il latente omosessuale né il narcisista sono in grado di vivere autenticamente la relazione. Non sono capaci, infatti, di dialogo e di empatia, né in comunità né nell’apostolato. E oggi chi è incapace di dialogo empatico non può certo pensare di consacrarsi.
Attenti, dunque, a coloro che sognano "la comunità dell’osservanza", ove tutti devono cantare in coro e tutto finisce per esser piatto e omogeneo, ove il progetto dello stare insieme nasconde interessi e pretese di gratificazione emotiva e forse anche il timore della solitudine o d’un rapporto troppo intimo con una persona "diversa"; attenti a coloro che hanno un’idea immacolata della vita religiosa e comunitaria e hanno ancora troppa paura della diversità del limite, del peccato, della debolezza propria e altrui. Ma attenti pure a chi vede nella comunità solo uno strumento per sé o il luogo della sua personale autorealizzazione, psicologica o spirituale; chi non sente l’altro come mediazione indispensabile del suo rapporto con Dio, rischia un po’ alla volta di costruirsi il "suo" Dio, divenendo come un piccolo padreterno che non ha bisogno di nessuno o che continuerà la specie del consacrato individualista, sovente anche un po’ orso, che tanti danni ha fatto alla vc e alla sua immagine…
2.2.2.3. Responsabilità e necessità
Esistono, come sappiamo, i consumatori di comunità e i costruttori di comunità: i primi semplicemente si dispongono a sfruttare la fraternità e si lamentano per quel che non funziona in essa, i secondi danno il loro apporto per correggerla e promuoverla, ma in ogni caso sanno bene che la fraternità è tale e quale loro stessi la renderanno.
Senso di responsabilità non vuol dire solo farsi carico degli altri, ma avvertire il bisogno della loro presenza, apprezzare la personalità di chi ci sta accanto, sentire il fratello come luogo ove Dio m’attende e attraverso il quale Dio mi parla. È pericoloso chi "consuma" la comunità e non si sente responsabile di nessuno, ma lo è nondimeno chi non ha o crede di non aver bisogno di nessuno, e si basta a se stesso, e non sa o non ricorda nemmeno quante volte lui stesso è già stato portato sulle spalle dagli altri e dalla vita. La responsabilità verso gli altri in fondo nasce dalla consapevolezza grata d’essere stati generati, e dalla corrispondente certezza d’esser capaci di generare.
Vocazione religiosa, più in particolare, vuol dire consegnarsi all’istituto, ma vuol dire anche accogliere su di sé, sulle proprie spalle il peso e la responsabilità della comunità religiosa. Chi ha il complesso di Atlante (e pensa di dover portare tutto il peso del mondo sulle sue spalle) o chi, al contrario, preferisce giocare allo scaricabarile, sono entrambi soggetti molto dubbi sul piano vocazionale. Ancora una volta, sono persone che non vivono bene la relazione, forse addirittura la temono. Dipendesse da loro, in prospettiva apostolica, la vc dovrebbe riesumare il modello della "città posta sul monte" (cf Mt 5,14), come comunità di eletti e santi, compatta e solida, non molto preoccupata per la missione per il fatto che ritiene autotrasparente la sua vita e subito convincente la sua testimonianza.
2.3. Relazione come libertà
Al tempo stesso quello della libertà è altro tema e ideale, come quello della fraternità, capace di appassionare ogni essere umano, per il quale ogni giovane sarebbe disposto a battersi, salvo poi tirarsi indietro quando si tratta di gestire questa libertà, di ritrovarsi soli a decidere, di coniugare verità con libertà, d’esser liberi d’amare e andare oltre le paure e le convenzioni. Diciamo pure che la libertà dell’uno comincia a diventare un problema, almeno nella società attuale, quando viene a contatto con la libertà dell’altro, ovvero quando entra in scena la relazione. Ma così non dovrebbe essere. La formula secondo cui la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri, cara al liberalismo, esprime una logica ancora puramente difensiva, che non può essere intesa come regola ultima dei rapporti sociali. Perché essa si ferma a una prospettiva secondo cui l’espansione di una persona è inversamente proporzionale a quella delle altre. "In realtà si cresce solo con gli altri e grazie a loro. Perciò bisognerebbe forse dire, piuttosto, che la libertà di ciascuno comincia dove comincia quella degli altri e finisce quando essa è menomata o negata. O si è liberi insieme, oppure non lo è nessuno. E questo significa, per l’individuo, farsi carico del destino degli altri esseri umani, soprattutto dei più deboli".
La relazione, dunque, è il luogo in cui nasce e s’esprime la libertà dell’individuo, proprio perché essa non è mai separabile da quella del prossimo. Quanto è necessario, allora, nell’attuale congiuntura o in questa "curva" della storia della vita religiosa, che le nuove vocazioni intendano in maniera corretta il senso della libertà, imparino a generare libertà nei rapporti, sappiano esser libere e creative, non s’accontentino di ripetere il già detto e visto, non temano di rischiare, abbiano il coraggio di battere vie nuove…
Forse vale la pena chiarire i termini.
2.3.1. Verità, libertà e libertà affettiva
C’è anzitutto una grande libertà che sgorga spontaneamente da quella che prima abbiamo chiamato la verità della vita, come verità fondamentalmente relazionale (la vita è un bene ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato); chi scopre l’invincibile logica di questa definizione, chi coglie l’inevitabilità del nesso tra bene ricevuto e bene donato, accede a una libertà sul piano umano e credente che costituisce un po’ la base fondamentale, l’elemento architettonico portante d’una autentica opzione vocazionale alla vita consacrata. È quella che, su un piano psicologico, chiamiamo la libertà affettiva, che consiste in due certezze: la certezza d’essere stato amato da sempre e per sempre (=il bene ricevuto), e la certezza di poter e dover amare per sempre (=il bene donato). E si può già notare che se è relazionale il concetto di libertà, come abbiamo visto prima, lo è ancor più quello di libertà affettiva.
Diventa allora indispensabile, ed è preciso criterio vocazionale, aiutare il singolo individuo a cogliere questa verità non in teoria, sulla base di analisi astratte, ma nella concretezza della sua storia e delle relazioni interpersonali vissute, a verificare-constatare, anzitutto, la realtà storica del bene ricevuto nella propria vita, da Dio e non solo da Dio: la storia personale è "la casa del mistero", "è il segno che Dio mi ama", e aiutare a leggerla è vera e propria scuola di fede e di animazione vocazionale. Perché proprio da questa lettura, specie se accompagnata e illuminata, deriva l’altra fondamentale certezza, quella d’esser chiamato ad amare, d’esser reso capace di voler bene per sempre, in modo totale e definitivo, al punto di mettere questa scelta al centro della propria vocazione.
Ma libertà affettiva non vuol dire solo questo, è libero nel cuore colui che è in grado di scoprire la bellezza e la verità d’un ideale, al punto di sceglierlo come il suo ideale di vita, riconoscendo in esso la sua personale verità, bellezza e bontà. È qui racchiuso, in questa formulazione un po’ contorta, tutto il mistero della vocazione religiosa e il dinamismo della
scelta come capacità di relazione e di relazione con la bellezza, dunque non solo o non anzitutto come chiamata alla perfezione, magari intesa in modo …perfezionistico, o al dovere della santità, austera e pesante, ma come libertà d’essere attratti da qualcosa di bello e affascinante, così da rendere la persona capace di dire dei "no" molto difficili a cose pure belle e attraenti, ad affetti umani pure benedetti e consolanti, a prospettive terrene per le quali l’uomo si sente fatto. Il criterio estetico è criterio molto importante nel discernimento vocazionale, ed è criterio in sostanza relazionale, proprio perché dice la libertà del cuore, quella libertà che nasce dalla verità, dalla verità della vita, rende il cuore capace di commuoversi per ciò che è bello e smuove la volontà perché lo scelga e lo faccia suo.2.3.2. I segni della persona libera
È bello pensare alla vocazione religiosa come a un grande segno di libertà in un mondo (anche giovanile) che ha il culto della libertà, ma che poi rischia continuamente di smarrirne il senso.
Io ritengo, dunque, che i simboli essenziali della vita consacrata in quanto tale siano anche e debbano esser proposti (nell’animazione vocazionale), testimoniati (dalla comunità religiosa) e riconosciuti (nel discernimento vocazionale) come simboli di libertà.
2.3.2.1. I voti come scelta di libertà
Il giovane che chiede di entrare non può certo avere l’esperienza e profondità di giudizio del religioso maturo, ma può e deve già avere una prospettiva che l’orienti in modo preciso nella scelta e nelle motivazioni d’essa. È dunque comprensibile che un giovane, figlio di questa nostra società non tanto povera, meno ancora casta e per niente obbediente, senta i voti come qualcosa che gl’incute timore, paura di non farcela, sensazione di pesantezza. Ma dovrebbe anche intuirne gli spazi di autorealizzazione che gli aprono davanti, sul piano della vita relazionale-affettiva, del rapporto coi beni, della possibilità di aderire a progetti ben più grandi dei propri interessi.
"I voti religiosi sono un cammino straordinario per personalizzare i rapporti, lo spazio e il tempo. (…) Personalizzare le cose, gli oggetti, gli spazi, il tempo significa far tornare la creazione sulla scia dell’amore che le è internamente inciso (…) Il voto di castità, di obbedienza e di povertà sono vie che portano alla verità dell’amore… La povertà, ad esempio, è certamente più facile viverla come non avere, come rinuncia, ma forse oggi è più significativo avere un rapporto con le cose e gli oggetti in maniera che siano al servizio dell’amore e dentro a sane relazioni interpersonali. Forse oggi è più importante per il mondo riscoprire che la creazione appartiene a Dio e che gli viene offerta attraverso i gesti d’amore tra noi uomini". Per questo il giovane che entra in questa ottica non si dispone a vivere i voti partendo da un atteggiamento di rifiuto del mondo o di sottile disprezzo del creato, ma – al contrario – come ciò che liberando i sensi dall’ansia del conquistare e possedere le cose, l’affetto altrui, la vita propria, li rende sempre più spirituali, ovvero capaci di gustare la bellezza profonda delle cose, di cogliervi la presenza del Creatore. "Gli occhi guardano il mondo, le mani toccano il dono della creazione, il palato gusta i suoi sapori, mentre il cuore glorifica il Creatore e rende grazie al Donatore amante degli uomini.
Il religioso vive in mezzo a questo mondo come in una grande, universale liturgia, e in questo consiste la bellezza. (…). Egli vede le cose e ascolta il loro racconto, il cantico della creazione. La bellezza spirituale è vivere in mezzo a un mondo che parla di Dio, che ricorda di Lui, anche se attraverso il dolore, il dramma, la morte, come d’altronde ha fatto la pasqua del Signore".Certo non si potrà pretendere in un giovane che chiede di entrare questo tipo di maturità spirituale, ma una certa predisposizione a percepire-gustare la bellezza e a muoversi nella libertà dello Spirito, questo sì, almeno se si vuole elevare il tono della nostra vita e della nostra testimonianza. Da un lato "una vita religiosa che non riesca a creare questa liturgia della bellezza è sempre sotto il rischio di deviare"; dall’altro lo sheol non ha mai attirato nessuno, e chi ne fosse attratto non mostrerebbe certo salute psichica e spirituale! Dunque, chi legge e interpreta l’impegno di consacrazione solo con il registro della rinuncia opprimente e faticosa non mostra disposizione autentica né rende attraente il dono di Dio. Attenti dunque ai tristi osservanti, beccamorti che sembrano impermeabili alla gioia e finiscono per intristire anche i nostri ambienti e render vana ogni animazione vocazionale.
2.3.2.2. La missione come coraggio di rischiare
Così pure altro elemento molto utile di discernimento è la considerazione del rapporto tra io attuale (=quel che l’individuo è e riconosce di saper fare) e l’io ideale (=quel che lo stesso vorrebbe essere ma non è ancora in grado di compiere): la vocazione genuina alla vita consacrata è una decisione basata su una certa sproporzione tra i due elementi strutturali dell’io, ovvero, sceglie bene non chi commisura l’ideale alle sue capacità attuali, guardandosi bene dalla opzione di qualcosa che si ponga oltre le proprie possibilità, ma colui che – al contrario – mostra una certa dose di spregiudicatezza nel sognare il suo futuro, giungendo al punto di scegliere qualcosa che pure non è sicurissimo di saper fare, qualcosa che è più grande e più alto, di divino e non solo umano, che non avrebbe mai scelto se non fosse lui stato scelto dall’Eterno, di impossibile per le sole sue forze. Insomma, il chiamato alla consacrazione non va dallo psicologo a farsi i tests attitudinali, non chiede tutte le garanzie, non va sul sicuro, non fa il passo secondo la gamba, non pretende tutte le assicurazioni…
C’è un che di sana pazzia in questa scelta. Nella cultura della prevenzione e della competenza di oggi (per cui tutto dev’esser calcolato, predisposto, anticipato… e ognuno dev’esser al posto giusto con la competenza richiesta), è sempre più rara questa follia, sostituita da un’eccessiva e ridondante "saggezza", o dalla demenza di chi pensa solo a sé e alle sue economie. Eppure è la garanzia non solo di vocazione sana, ma pure del rinnovamento dei nostri istituti religiosi…2.3.2.3. La sequela come fantasia dell’amore
Nella nostra società tecnologica ogni scelta sembra procedere, come dicevamo or ora, dal freddo calcolo e dalla previsione d’un conto che torna, d’una competenza che si realizza, d’un interesse raggiunto. La scelta di consacrarsi a Dio è invece inutile, non persegue scopi utilitaristici, è vita sprecata, sessualità improduttiva, rinuncia a vuoto. Nell’attuale desertificazione progressiva del sentimento e di ciò che è più profondamente umano
la scelta della vita religiosa si pone davvero come qualcosa d’alternativo e contrapposto. Diventa come un recupero d’umanità e di quella libertà radicale dell’agostiniano "ama e fa’ quel che vuoi", o – in termini più moderni – del lasciarsi condurre "là dove ti porta il cuore". Intendiamoci, c’è tutta una conversione sottesa a questa libertà che è tutt’altro che spontaneismo emotivo e istintualismo selvaggio, ma in ogni caso è indispensabile che il giovane mostri questa libertà di muoversi perché sospinto interiormente dal fascino di qualcosa o qualcuno che si sta ponendo sempre più al centro della sua vita. Forse non saprà dire subito e riconoscere quel sentimento o capirne il senso o spiegarne le ragioni, ma quello è amore, è dono dello Spirito. E siccome lo Spirito è la fantasia scapigliatissima e pacatissima di Dio, allora anche l’amore che viene da lui o che lui ha depositato nel cuore del giovane diviene fantasia, coraggio di seguire Cristo lungo vie impreviste, adesione a una regola che fissa i termini del viaggio e rende uniforme il passo a quello di altri compagni d’avventura, ma al tempo stesso esuberanza d’un cuore che sta imparando a battere all’unisono con l’Eterno.È di queste vocazioni e di questa fantasia dell’amore che oggi ha bisogno la vita consacrata!