Accogliamo in sito la presentazione che fa il prof. Tommaselli di don Vitaliano.
Incontrando i due ad un convegno ci siamo chiesti se sia giusto che queste forze fresche, addirittura candide, di giovani debbano essere poste in margine dalla Chiesa. Comprendiamo la necessità di regolare atteggiamenti che dissentono da forme convalidate (invecchiate e paralizzanti), ma, la nostra scelta di non accettare censure, ci fa provare la (pur amara) libertà di dare la parola a chi dissente
È POSSIBILE ANCORA DISSENTIRE?*
Per don Vitaliano Della Sala, il coraggioso parroco avellinese sbrigativamente etichettato come contestatore o ribelle, si è verificato quello che, purtroppo, si temeva da più parti. Con una lettera il suo superiore, l’abate di Montevergine Tarcisio Nazzaro, lo invita a rinunciare all’Ufficio di Parroco della Comunità di S. Giacomo Apostolo in S. Angelo a Scala, per mettere fine "ai comportamenti gravemente e pubblicamente offensivi della comunione della Chiesa." (per il testo completo vedi
www.donvitaliano.it). Il provvedimento, in verità, anche se atteso, appare generico ed immotivato e preso, per giunta, in un periodo nel quale Vitaliano da molto tempo aveva quasi del tutto evitato pubbliche apparizioni e si era autoconsegnato ad un totale silenzio nella quiete del suo paese. Nel merito delle contestazioni rivoltegli, non è poi dimostrato, in nessun modo, quali siano questi crimini che abbiano ferito così profondamente la comunione di fede nel Cristo, tranne se non si voglia considerare l’impegno di Vitaliano per gli esclusi, per i poveri come una continua provocazione nei confronti del potere costituito, religioso e laico, che mal tollera al suo interno le voci critiche e pensanti.Ed allora: perché non è lecito dissentire, anche se con forme non proprio…regolari?
Quale attentato contro la fede ed i costumi ha mai potuto compiere Vitaliano per provocare una sanzione così grave e spropositata?
Purtroppo le voci libere e coraggiose, come quella di Vitaliano e di altri, in quest’Italia e nella Chiesa sono sempre più avvertite come eretiche, fuori dal coro, pronte a disturbare il manovratore, che invece non ha nessuna intenzione di essere disturbato!
La diversità, la differenza non sono tollerate e si pretende sempre più una rigida unanimità anche in ambiti che non riguardano la fede, ma coinvolgono percorsi ed esperienze che possono e devono portare ad atteggiamenti differenziati.
Per una bizzarra ironia proprio il card. Ratzinger, severo custode dell’ortodossia vaticana ed al di sopra di ogni sospetto in quanto a posizioni audacemente progressiste, in più occasioni non ha potuto fare a meno di osservare che è connaturato alla Chiesa avere espressioni diverse, nella libertà di espressione delle persone e dei gruppi. L’universalità della Chiesa presuppone la pluralità, ma, in caso contrario, la Chiesa non sarebbe universale, cattolica.
Ma, a smentire queste solenni affermazioni, solo enunciate e non praticate, ci sono le parole e soprattutto la dolorosa esperienza di Leonardo Boff, una tra le vittime più illustri del sistema di potere vaticano. Il teologo brasiliano ha avuto, infatti, buon gioco ad affermare che la Chiesa non è mai stata profondamente "cattolica", ma solamente "romana". Purtroppo, dopo l’effimera primavera conciliare, si è affacciato un lungo autunno che sembra non terminare e che, speriamo vivamente, lo Spirito Santo voglia al più presto allontanare, in una Chiesa che, nonostante le trionfalistiche apparenze, è ritornata ad essere un triste museo e non un giardino fiorente di vita e riservato ad avvenire glorioso, secondo la bella immagine del beato Giovanni XXIII.
Come laici e come Chiesa non possiamo tacere di fronte a quest’abuso, a quest’uso illegittimo dell’autorità, che non è esercitata a servizio del Regno e del Vangelo, ma in funzione di una struttura di potere religioso, che si configura sempre più come antievangelica.
Risuonino sempre in noi le parole del profeta Isaia che il Maestro Gesù legge nella sinagoga di Nazaret; ci sentiremo così sempre mandati ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione ed ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno grazia del Signore (cf. Lc 4,21). Anche se quelli nel tempio vorranno cacciarci, come accadde per il Signore e come oggi accade per Vitaliano, passando in mezzo a loro, continuiamo ad annunciare l’Evangelo del Cristo, che nella propria carne ha conosciuto il cammino dell’abbandono, della condanna ingiusta e dell’esclusione.
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tommasellilg@libero.it), docente di lettere classiche