GIUSEPPE GALASSO E ADRIANA VALERIO

(a cura di)

Donne e Religione a Napoli (secoli XVI-XVIII), Franco Angeli, Milano 2001

Il volume, che vede la cura inconsueta di uno storico e di una teologa, vuole coprire un vuoto storiografico relativamente al Mezzogiorno d'Italia; si presenta, quindi, come novità, pur nella vasta produzione di opere riguardanti la storia delle donne, evidenziando la vivacità della vita sociale e religiosa meridionale in età moderna.

Monache, bizzoche, benefattrici, devote, concubine animano Napoli, attraverso i contributi di undici studiosi (oltre a Galasso e Valerio : E. Novi, M. Miele, M. Campanelli, G. Boccadamo, S. Musella, V. Fiorelli, L. Barletta, G. Sodano. F. Palumbo), che, da diverse angolature, hanno portato alla luce realtà variegate e poco conosciute, nel quadro problematico di una storia di genere che sempre più interroga lo storico per la complessità del vissuto e per la molteplicità dei punti di vista.

Da segnalare il contributo di Adriana Valerio (Donne e Celibato ecclesiastico: le concubine del clero) dove si pone il delicato, e poco trattato, tema del celibato ecclesiastico, visto questa volta, in modo originale, anche dalla parte delle donne. La legge del celibato ecclesiastico, infatti, non riguarda esclusivamente la storia del clero e della sua rispettabilità, ma è questione inscindibile da quella della donna e dei figli; né caso meramente politico ed economico, perché investe la vita sentimentale e relazionale della coppia uomo-donna.

Nonostante la riforma messa in atto dal Concilio di Trento fosse orientata a separare il chierico dal mondo, attraverso la repressione degli istinti sessuali e la recisione dei legami affettivi con la donna, le fonti criminali analizzate nel volume, per quanto rare e parziali, aprono uno spaccato su di una realtà meno conosciuta, complessa e articolata, nella quale la relazione donna-clero si colora di connotati altri, rispetto a quelli presenti nella precettistica devota. Adriana Valerio non si sofferma sugli episodi di violenza, pure presenti, ma, piuttosto, sulle relazioni durature: sui casi di concubinato. Su quei rapporti cioè che indicano un rapporto affettivo, un'esperienza protratta nel tempo, la costituzione di un nucleo solido, a volte familiare, che, più della stessa violenza, inquieta i giudici ecclesiastici. Di tali situazioni, in genere poco studiate in Italia, la studiosa napoletana ha voluto cogliere la drammaticità del vissuto e dare un volto alle donne coinvolte, registrarne i gemiti, lì dove le fonti lo consentono, i dolori soffocati, le esigenze represse, o anche l'orgoglio del proprio stato, per restituire loro nome e identità. Ne viene fuori una realtà tragica e complessa, dove emergono i ritratti di donne spinte dal bisogno (affettivo, economico) a subire o a intraprendere una relazione che le relega nella clandestinità, la donna, concubina del prete, vive integralmente la sua marginalità: nei confronti della famiglia alla quale ha sottratto la tutela del proprio corpo; nei confronti del contesto sociale che a volte l'accetta solo a patto della sua discrezione (non arrecare disturbo al vicinato); nei confronti dello Stato, per il quale non ha configurazione giuridica e della Chiesa che ne accentua l'invisibilità, volgendo il suo unico interesse al prete da recuperare (per lei vi è esilio o scomunica); nei confronti dei figli che non può far riconoscere, in una società dove l'indicazione matronimica è sinonimo di illegittimità; di se stessa, per la scissione che instaura con il proprio corpo, esperito come veicolo del male spirituale.

L'insistenza sul celibato ecclesiastico nella trattatistica del '600 e del '700 rimanda a una complessa teologia del corpo, dove il corpo della donna diviene paradigma della minorità biologica, quanto più si avvicina alla sacralità del corpo che il ministro deve custodire per la salvaguardia della purezza rituale da non contaminare. Una teologia del corpo, dunque, che si sviluppa parallelamente alla tutela del sacro e del suo ministro, che deve controllare se stesso attraverso una disciplina interiore severa e rigorosa in un'apparente uniformità di comportamenti esterni. Diritto (foro esterno) e morale (foro interno) convergono, in età moderna, nell'inculcare il senso di colpa per le trasgressioni e al contempo nell'orientare verso un atteggiamento modesto e sobrio, distaccato dalle insidie del mondo femminile. Tuttavia, il margine di trasgressione segnato dalla libertà dei soggetti, non si riduce. La clandestinità non cancella le storie dei protagonisti: le nasconde, cerca di ridurle al silenzio, non riconoscendo le passioni, gli amori, i dolori di due compagni di vita, dei quali la donna, di condizione sociale, economica, culturale inferiore, appare l'anello più fragile: figura senza volto, madre illegittima, moglie non riconosciuta. Infatti, l'adagio di Adamo di Brema rivolto ai chierici, "si non caste, tamen caute", diviene una traccia di vita che aiuta il clero a trovare un proprio spazio di vita affettiva o sessuale, ma non protegge certo la donna, relegata nell'illegalità, nella marginalità, nella clandestinità, nell'anonimato.

Relativamente al celibato, si può ritenere che la riforma tridentina raggiunga forse raramente i suoi obiettivi: relega nella clandestinità una questione legata profondamente agli affetti e ai bisogni sessuali e, soprattutto, non l'affronta come problema unitario e inscindibile che riguarda tanto l'uomo (prete) quanto la donna (concubina), protagonisti di un dramma umano che né la logica giudiziaria, per quanto cauta e moderata, né l'impostazione pastorale, per quanto capillare, riescono a comprendere e a lenire.

Il volume nasce all'interno delle attività del Centro Adelaide Pignatelli per gli studi storico religiosi sulle donne, sorto nel 1998, presso l' "Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa" di Napoli, al fine di promuovere ricerche per valorizzare la presenza delle donne nel Mezzogiorno.