Ho un problema opposto
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19/06/2008 Cara …. ……… Da quanto ho avuto modo di constatare sul vostro sito, diciamo che io ho un problema per molti versi opposto a quelli di cui più spesso vi occupate, e non so se qualcuno tra voi può aiutarmi. Ma parlarne è già qualcosa. Non che non l'abbia fatto, ma quelli con cui ho provato non hanno credo la più pallida idea di cosa io stia parlando, oppure tentano di distogliermi con argomentazioni che non funzionano. Allora, da circa un anno, forse qualcosa in più, la presenza di Dio nella mia vita è diventata molto ingombrante. Non mi dilungo, ti dico solo che è come essere innamorati, follemente, come si può essere a 15 anni, ed è una felicità totale, e anche un dolore lacerante. Capisco cose che prima mi erano assolutamente incomprensibili, è come se mi si fosse spalancata non una ma cento porte nel mio cervello, come la mia mente girasse ad una velocità che è doppia, tripla, rispetto al normale, e l'unico scopo, l'unica direzione, l'unico senso possibile è lui. Capisco chi lascia tutto, chi fa scelte estreme, mentre prima per me erano dei pazzi, e allora forse adesso sono pazza io, e non ci sono ragioni strane, né ideologiche, né morali, e nemmeno religiose, credo, se non il fatto di voler vivere e dimostrare fino in fondo quell'amore. E qual è il problema? Tutto sarebbe legittimo, estremo forse, ma legittimo, e possibile, se non fosse che la mia vita ha un'altra direzione. Sono sposata, posso dire senza compromessi felicemente, e ho due figlie, due bambine una di 8 e l'altra di 5 anni, bella casa, bel lavoro, vita serena e soddisfacente, non ci sono stati drammi che mi hanno portato a tutto questo, nessun evento traumatico. Lo so, si potrebbe dire, e mi è stato detto, e me lo sono chiesta e me lo chiedo ancora ogni giorno, se ciò non nasconda una voglia di fuga, una insoddisfazione latente, magari non amo più mio marito, oppure mi sento oppressa, oberata, da tutti pesi della vita quotidiana, e sono tutte obiezioni legittime, interpretazioni possibili, e io non ho neanche più la forza di provare a controbattere, a che serve, lo so soltanto io che non è così, ma è impossibile farlo capire agli altri. Tutto questo era dentro di me da tempo, 12 anni fa, per la precisione, era già successo, in maniera violenta, ma indistinta, perché allora non sapevo nemmeno bene di cosa si trattava, e non riuscivo a dargli un nome, una definizione, ad intravedere una possibile strada che fosse diversa da quella che era già segnata per me. Eppure, rileggendo adesso ciò che scrivevo allora, è talmente chiaro… io lo soffocai dentro di me, lo negai a me stessa, e rimossi tutto, troppo difficile, troppo pericoloso, io, che avevo sempre avuto un rapporto tempestoso, conflittuale, con Dio, con la fede, che lo avevo rifiutato, più volte; che ero già fidanzata con un uomo (che poi ho sposato) che amavo, che ero già proiettata verso un futuro sicuramente luminoso, già programmato, non potevo, io, proprio io… Non ebbi coraggio, ma a mia discolpa posso dire che non ne ebbi nemmeno la consapevolezza; feci scattare tutte le censure possibili prima ancora di raggiungerla. Mi bastò, mi feci bastare, il fatto di avere recuperato la fede, più o meno vaga, più o meno personale o imbrigliata nelle regole, a seconda di come tirava il vento. Poi, quando finalmente ho avuto un periodo di calma, non di crisi, ma di calma, tutto andava bene, figlie finalmente un po' più grandi, lavoro avviato, casa ristrutturata, quando finalmente ho avuto un po' di tempo per svuotarmi di tutto quello che girava intorno e stare tranquilla a guardare me stessa, è esploso, prima piano, come un torrente in tempo di secca, un rigagnolo appena, poi un fiume placido e tranquillo, che era un piacere vederlo scorrere, e sembrava che tale dovesse restare, ma io invocavo la pioggia e quella arrivava, e più la invocavo più ne arrivava e altra e altra ancora… finché è diventata una piena, incontrollabile. Scusami, mi accorgo che mi sto dilungando troppo. Torniamo sulla terra. Tutto questo è aggravato dal fatto che il mio contesto è distante mille miglia da tutto questo. Non ho amici né parenti credenti, se non in maniera vaga e formale, e nemmeno quello. Nessuno con cui parlare, nessuno con cui condividere questa cosa, e quei pochi mi dicono che è assurdo, è un capriccio, è una fissazione, un diversivo. Mio marito, poi, è ateo, e non tollera nella maniera più assoluta che io possa avere un modo di vedere diverso da lui, o meglio tutto andava bene finché io me le tenevo per me, ma quando ho cominciato a parlarne, anche se mai in questi termini, o anche semplicemente a praticare in maniera costante ( anche prima lo facevo, ma potrei dire nei ritagli di tempo), quando ho cominciato a spiegargli che per me la fede era importante, molto, e che avrei voluto trovare degli spazi all'interno della mia vita per viverla, e ho osato usare la parola "pregare" allora si è scatenata una specie d'inferno. Se stai cercando un modo per passare il tempo, perché non ti iscrivi in palestra, è arrivato a dirmi. Forse, se avessi la possibilità di vivere tutto questo in maniera serena, se non dovessi nascondermi, mentire, fare finta di essere ciò che non sono, censurarmi in continuazione, forse riuscirei a trovare un equilibrio. Non ho nessuno che mi aiuti, a gestire la cosa dal punto di vista sia pratico che emotivo, quando ho provato a parlarne con dei preti, la cosa ho notato che li infastidisce alquanto, e se ne escono con la storia della vocazione al matrimonio, della serie stai al tuo posto, Dio è cosa che non ti riguarda, è riservato a noi. Quando parlo di quello che sento per lui, di amore, poi, mi guardano come se venissi da Marte… Mi hanno detto: dovresti amare di più tuo marito e le tue figlie, come se non lo facessi già. Non è in discussione il mio amore per loro, e nemmeno il fatto che io debba condividere la mia vita con loro, paradossalmente potrei dire che li amo di più, solo in maniera diversa. So che non mi appartengono, e che io non gli appartengo, ma questo mi rendo conto che va contro il senso comune di amore. E così mi sento sempre in colpa, verso di loro e verso di Lui, mi sento una vera schifezza. A volte, mi sembra di poter trovare un equilibrio, di poter mettere tutto in armonia, è quando riesco a pregare, a lavorare e a vivere la mia vita, a stare con lui e con il resto del mondo, la mia famiglia, gli amici; ma basta poco e crolla tutto, quando non posso essere me stessa, quando devo negarmi, e allora arrivo ad odiare la mia vita, il mio lavoro e anche la mia famiglia, tutto ciò che mi tiene lontano da lui; e arrivo anche ad odiare lui, e gli chiedo: perché mi hai fatto questo, perché in questo modo, che fa così male. Mi basterebbe avere un po' di tempo per pregare, poter dimostrare il mio amore senza dovermi nascondere, mi basterebbe esplicitare in qualche modo il legame che sento di avere, poter fare qualcosa per lui, anche se non me lo chiede, e avere qualcuno con cui parlare, non si parla mai di Dio, tutto il resto, cazzate a ripetizione, ma non quello, e io sono stanca di essere costretta a parlare di niente; mi basterebbe poter dire senza problemi che lui per me è la cosa più importante. Non mi sembra di chiedere molto, in fondo. Almeno questo, perché so che il mio desiderio dovrà attendere a lungo, prima di essere soddisfatto. C'è anche questo, c'è il fatto che quello che io chiamo desiderio, perché in fondo di questo si tratta, mi porta lontano, troppo, e a volte mi spaventa. Ma questa è un'altra storia. C'è un posto, l'unico, e una persona, l'unica, in cui finora mi sono sentita accolta, l'unico che credo abbia idea di cosa parlo; quando vado là, lui mi ascolta e non dice niente, non espone teorie e non giudica, solo ogni tanto mi suggerisce qualcosa, e cerca di incoraggiarmi. Ma è talmente lontano dalla vita reale, non credo che possa nemmeno immaginare che cosa vuol dire dovere combattere per trovare un buco, nel tempo e nello spazio, per pregare, e di come è difficile e di come vive male la gente fuori di là… ci vado di rado, sempre nei ritagli e di nascosto, e là sto bene. Poi però è anche peggio, perché quando vado via lo strappo è lacerante, vorrei restare là con loro per sempre, e fare la vita che loro fanno. Sicuramente non sarò la prima, né l'unica, a trovarsi in questa situazione, mi piacerebbe poter parlare con chi ci è già passato, e trovare delle soluzioni possibili. Che non possono essere né quella di fare finta di niente, né di negare, né di soffocare, perché non sarebbe giusto e perché non servirebbe a niente, solo a peggiorare le cose. Soluzioni di tipo pratico, perché ho bisogno anche di quello, ed emotivo. Scusami, sono stata molto prolissa. Non la rileggo, perché se la rileggo non la spedisco. Grazie, e buon lavoro. La corrispondenza continua in modo personale
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