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Una sfida che preoccupa tutta la Chiesa
EUROPA SENZA PRETI?
di PAOLO VICENTIN
Nel volume Europa senza preti si pone l’accento
sugli uffici ecclesiastici, dei quali si parla nel Nuovo Testamento e su
quelli della Chiesa degli albori della nostra fede. Viene, pure,
analizzato il ruolo del prete nelle comunità e nella storia, nonché la sua
identità nel mutare dei tempi. L’ultimo capitolo è dedicato, da Paul
Zuhlener e dal suo collaboratore in questo studio, Jan Kerkhofs,
professore emerito di teologia pastorale all’università di Lovanio, in
Belgio, al futuro e alle possibili soluzioni dell’inquietante problema,
qual è appunto, la scarsità di clero, nel nostro continente.
«Dai viaggi di Paolo e dalla prassi della Chiesa degli albori», si
afferma, «si evince che furono inviati sacerdoti in territori nei quali
mancavano o non erano in numero sufficiente: un’espressione della
corresponsabilità universale, tra loro, delle Chiese locali». Basti
ricordare, poi, la missione dei benedettini, inviati da papa Gregorio in
Gran Bretagna, o l’evangelizzazione del nord-est europeo, grazie a monaci
irlandesi: senza parlare dei missionari che hanno portato il vangelo in
Asia, in America e nel nord Africa.
Nel 1960, l’ausiliare di Vienna, Franz Jachjm, e l’olandese monsignor Jean
Delleport, chiamarono in vita, proprio a Maastricht – il nome è,
attualmente, sulla bocca di tutti... – un seminario europeo, con
l’intenzione di formare preti olandesi e belgi da inviare in Germania,
Austria, Francia, e in Scandinavia. Il calo di vocazioni pose presto
termine all’esperimento.
Alcuni ordinari europei, come il cardinal Simonis di Utrecht, in Olanda,
cercarono di "importare" sacerdoti polacchi. Negli stessi Paesi Bassi,
però, il vescovo di Breda, H. Ernst, manifestò perplessità per
l’iniziativa, sul fatto della "capacità di inculturazione" pastorale dei
soggetti stranieri. Nel Brabante vallone ci si propose di invogliare a
restare seminaristi africani che studiavano all’università cattolica di
Lovanio. I due autori citati si soffermano –quale possibile soluzione,
anche se parziale, del problema – su una più intensa promozione della
corresponsabilità dei laici. È noto, scrivono, che le Chiese africane e
quelle dell’Indonesia sono "sostenute", non poco, da migliaia di
catechisti, i quali dirigono stazioni missionarie in assenza di sacerdoti.
In America latina, si sa, centinaia di suore sono responsabili di
parrocchie. Attualmente, si osserva, molti sacerdoti si premurano di
formare laici per compiti pastorali e docenti nei seminari, per esempio,
hanno dovuto, in parte, mutare il loro metodo di insegnamento: da quello
destinato alla formazione di sacerdoti (uomini, quindi, e celibatari) alla
preparazione di uomini e donne, sposati o meno, con o senza figli.
Un lavoro che richiede nuove strategie «e anche un nuovo linguaggio». Per
il fatto che molti laici, dopo la seconda guerra mondiale, sono ben
preparati teologicamente e spiritualmente, per il loro lavoro pastorale,
«non pochi anziani sacerdoti si sono sentiti minacciati nella loro
identità».
Queste "novità" –non nascondono i due esperti –creano tutta una serie
di... nuove difficoltà. Per esempio: chi, a tempo pieno, da laico, lavora
fianco a fianco con preti, si chiede con insistenza perché anch’egli non
possa diventare prete... Non pochi laici, che provengono da studi
teologici universitari, «sono più intelligenti e più dinamici dei loro
colleghi sacerdoti: per essi, tuttavia, non esiste possibilità di
avanzamento nella... carriera, nell’ambito della Chiesa». Non meno pesante
la tensione, quando i laici, de facto, dirigono una parrocchia, ma –
secondo il diritto canonico – sanno che l’ultima responsabilità per essa è
nelle mani del prete. Molti sacerdoti anziani – altra difficoltà – vedono
che sono sempre più i laici a comunicare il sacramento della parola.
Affermano ancora i due ecclesiastici, autori del libro Europa senza preti:
per il fatto che in molte regioni del nostro continente, la pratica della
confessione si è molto rarefatta e tra i giovani, anche quelli praticanti,
è scomparsa del tutto, il compito del prete si limita a funerali,
battesimi, Messe e matrimoni. La tendenza, in più, si avvia verso la
persuasione che «il ruolo del sacerdote, si riduca solo alla celebrazione
eucaristica e al coordinamento del lavoro pastorale».
Se questa situazione rimane ancora per alcune generazioni di fedeli –
sottolineano Zuhlener e Kerkhofs – molte comunità di cattolici assumeranno
un «volto protestante, in quanto sarà disturbato l’equilibrio tra
sacramento della parola e sacramento dell’eucaristia, con maggior
accentuazione del primo, e nel tentativo di salvare l’identità del
sacerdote, ciò farà scomparire, senza accorgersene, l’identità
sacramentale delle comunità di fede».
Si può ovviare, in parte, alla mancanza di clero – lo si diceva sopra, e
viene in molte regioni praticato, come in Francia, Spagna, Germania,
Belgio – riunendo diverse comunità sotto un solo prete. Concludendo – e
non poteva essere diversamente – si disserta, nel volume, sulla
consacrazione dei viri probati e sul sacerdozio alle donne, nonostante la
presa di posizione, in merito, della Santa Sede.
Su quest’ultimo "tema", ecco alcune considerazioni. Nonostante
l’Istruzione della Congregazione per la fede del 1976 e quanto scritto
nella Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II del 1994, «continua la
discussione e le pubblicazioni sul diaconato e il sacerdozio alle donne
sono ormai innumerevoli» (fuori Italia n.d.r.). Occorre prendere in seria
considerazione il fatto che attualmente decine di migliaia di donne (suore
e laiche) sono impegnate, a tempo pieno o part-time, nella catechesi,
nella liturgia, nella pastorale.
Tutti sono convinti che proprio le rappresentanti femminili costituiscono
quel gruppo di laici che operano maggiormente nelle parrocchie e «quindi
esse dovrebbero essere presenti nella... stanza dei bottoni della Chiesa,
dove si prendono le decisioni, e assumere funzioni direttive». Molti
cattolici sostengono che un clero sposato potrebbe essere più utile alle
donne. Molte di esse raccontano che alcuni sacerdoti danno l’impressione
che non le prendano sul serio, addirittura le respingano. La maggior parte
delle inchieste, in proposito, tra i fedeli, evidenziano che si è molto
soddisfatti delle donne che dirigono una parrocchia. Cresce, nel nostro
continente, la disponibilità ad accettare una donna-prete: in Austria il
64% degli interrogati, nel 1980, il 79%, nel 1990. In Belgio, tra i
valloni, 56% di quanti lavorano nelle coparrocchie, si sono schierati per
il sacerdozio alle donne.
Non si nasconde, in questa rassegna di "prese di posizione" favorevoli,
che «una eventuale possibilità di sacerdozio al femminile, nella Chiesa
cattolica, causerebbe ulteriori implicazioni e dovrebbe essere sancita da
un Concilio». Non è certo, mettono in guardia i due autori, che con il
permettere la celebrazione dell’Eucaristia alle figlie di Eva,
«automaticamente venga risolto il problema della mancanza di preti». In
diverse nazioni, si incalza, ristagna la disponibilità di donne a
impegnarsi, a tempo pieno, nella Chiesa d’oggi: «Alcune di esse, molto
quotate, esitano ad assumere tale compito nello svolgimento del quale
uomini – celibatari o meno – incontrano non poche difficoltà».
L’interrogativo di fondo, per Zuhlener e Kerkhofs, si può così formulare:
quali preti per quali comunità? Citando il vescovo di Hildesheim
(Germania), Josef Homeyer, si propone che si dovrebbe «anzitutto eliminare
la mancanza di comunità e non solo la mancanza di clero». Che significa
«rimuovere la mancanza di comunità?». In primo luogo, per diventare Chiesa
nuova non si deve cominciare dalle misure strutturali, non cioè, per
restare in tema, annullare parrocchie, perché allora se ne manterrebbero
tante quanti sono i preti a disposizione, quindi – oltre la dubitabile
rimozione del lavoro del singolo sacerdote – non cambierebbe nulla.
Secondariamente – "decisione basilare" viene definita –: non si dovrebbe
iniziare con l’affidare a laici, a tempo pieno, le mansioni che non
possono essere più esercitate da un prete, «perché, in tal modo, si
avrebbe l’impressione che per il rinnovamento della Chiesa occorra
soltanto un sufficiente manipolo di collaboratori, a tempo pieno, per
svolgere la maggior parte della missione finora propria del sacerdote:
pure questo non muterebbe nulla nelle parrocchie». In tal modo, si
sottolinea, verranno nuovamente bloccati i carismi, presenti tra i fedeli.
Una contro-domanda – sempre secondo questi due tecnici, uno austriaco e
uno belga – può forse specificare meglio la cosa: se avessimo a
disposizione, ancora, preti celibatari a sufficienza, che cosa rimarrebbe
delle nuove... strade che attualmente si percorrono, nella Chiesa? I nuovi
orientamenti – le "nuove strade" – ai quali si accenna, presuppongono un
intenso processo di vigile coscienza. Le comunità devono essere provocate
a una maggiore creatività. I fedeli dovrebbero trovare gratificante
considerarsi tutti volontari.
Come non concordare, con queste acute osservazioni dei due confratelli e
cioè: le piccole, locali, comunità di fede devono davvero sentirsi
responsabili, all’interno e verso l’esterno, della loro vitalità e, a ciò,
venire incoraggiate da concrete decisioni da parte dei responsabili in
alto. Tutti dovrebbero riconoscere che lo spirito opera anche alla base.
Solo con questa convinzione il vangelo può rimanere lievito, con nuove
forme, in un nuovo linguaggio, con nuovi simboli, in una cultura
postmoderna: «Allora i sacerdoti anziani guarderebbero di nuovo, con
speranza, al futuro e i giovani, uomini e donne, stimerebbero davvero
gratificante collaborare».
"Sfida ai responsabili nella Chiesa", definiscono gli autori del libro
Europa senza preti, quanto da essi scritto negli ultimi capoversi del
volume. Ascoltiamoli ancora. «Naturalmente», essi dichiarano, «qualche
vescovo non si sentirà in grado di accettare, nel sacerdozio, uomini
sposati o donne. Non si dimentichi, però, che in futuro potranno
realizzarsi sorprendenti sviluppi: alcune comunità capiranno le
perplessità del vescovo e porteranno ancora pazienza; altre, però,
appoggiate dall’organizzazione di parrocchie senza prete in loco,
inizieranno, un giorno a: celebrare la Cena del Signore, secondo il
mandato di Gesù "fate questo in memoria di me", anche se questa
celebrazione non corrisponde in tutto alle disposizioni per la cerimonia
eucaristica sacramentale; ungeranno i malati anche se non asseriscono che,
in ciò, non si tratta della forma completa del sacramento degli infermi;
pregheranno, per ottenere il perdono, con persone che desiderano mettere
ordine nella loro vita, riconoscendo i propri peccati, anche se ciò non
raggiunge l’esplicita forma del sacramento della penitenza». Alcuni
Ordinari – sempre secondo i due europei, esperti in pastorale – «si
sforzeranno di portare nell’alveo del diritto canonico ogni sviluppo che
precorre le attuali realtà. Riguadagneranno, in tal modo, la possibilità
di collaborare, dall’interno, allo sviluppo. Altri, al contrario, non
amici di queste innovazioni, rischiano di non staccarsi da uno sviluppo,
che non sarà disposto a farsi catalogare come non più cattolico».
Forse questo realistico scenario, scrivono ancora i due preti "europei"
«incoraggerà domani i responsabili, nella Chiesa, a utilizzare, già oggi,
con piglio offensivo, le molte possibilità non sfruttate, per il
rinnovamento delle parrocchie e, parimenti, della missione ecclesiale».
Avranno ragione? È proprio il caso di dire: ai posteri l’ardua sentenza.
(VITA PASTORALE 06/06/1997)
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