Giugno 2004
Ciao Ausilia e
tutte le amiche,
sento il
bisogno di scriverti; non so perché proprio oggi, proprio ora.... Sarà perché
mi sento particolarmente triste. E' molto che non ti aggiorno sulla mia
situazione e vorrei farlo. Spero di non disturbarti o distoglierti da altre
cose o altre persone che hanno bisogno di aiuto. Le tue parole mi sono sempre
state di grande conforto e, francamente, mi mancano.
Dunque,
andiamo per gradi.
Lo scorso
marzo è mancata mia madre. (…). Il 30 aprile è mancata mia nonna (…).
Arriviamo a
lui.
Durante le
fasi finali della malattia di mamma, dopo avermi accusato di non volerlo
"come sacerdote" nella mia vita, è praticamente sparito. Gli ho
chiesto di dare la comunione a mamma e l'olio degli infermi. Non era
disponibile. Lo ha fatto un altro sacerdote amico comune. Lui ne è stato
geloso.
A fine
febbraio ci siamo visti ed abbiamo trascorso circa un'ora e mezza nella mia
macchina, con i vetri appannati, allacciati l'uno all'altro in un abbraccio
così tenero da squagliare, un abbraccio che mi ha parlato, col suo cuore
praticamente impazzito.
La mattina
dopo all'alba mi ha chiamato dicendomi di non essere riuscito a dormire, di
aver tradito il Signore e che voleva utilizzare la Quaresima per purificarsi,
per fare penitenza e che per tutto il periodo non ci saremmo sentiti né visti.
Non credo ci sia molto da commentare, no?
Bene, ho preso
atto della cosa ed è ricominciata l'attesa. Nel frattempo l'8 marzo mamma è
morta. Gli ho mandato un messaggio, mi ha chiamato, dicendo poche frasi di
circostanza. Poi è venuto a con-celebrare al funerale (arrivando in ritardo a
cerimonia iniziata). Poi di nuovo silenzio.
Fino a Pasqua,
ha voluto vedermi per gli auguri. Il solito incontro, abbiamo parlato del più e
del meno. Lui ha accarezzato i miei capelli, li ha pettinati, li ha
scompigliati, mi ha massaggiato il fianco colpito da una tremenda colica renale
che mi aveva fatto penare una settimana prima e di cui non si è preoccupato
minimamente, pur essendo finita al Pronto Soccorso per due volte (e lui l'aveva
saputo).
Sono uscita da
quell'incontro con un senso di disagio grandissimo. Gli ho scritto che volevo
vederlo per parlare della nostra situazione. Fuga, silenzio. Allora gli ho
scritto una lettera in cui gli ho detto tutto quello che pensavo, che provavo,
cosa fosse lui per me, ciò che avrei voluto dirgli a voce e non potevo. Gli ho
scritto veramente tutto. Quanto la sua scelta da consacrato fosse vana e
sterile, quanto non fosse in grado di crearsi dei rapporti decenti con
chicchessia, quanto questa storia non fosse capitata a caso nella sua vita,
quanto avrebbe potuto attingere dal nostro rapporto per completarsi. Quanto il
Signore lo amasse mettendolo di fronte a momenti di crescita come questo, e,
almeno quello del Signore, non è un amore a cui da cui si fugge. Lui non
tradisce. Insomma quattro pagine di foglio A4 piene di pensieri, di
considerazioni, di dolore, di fede, di amore.
L'ha presa malissimo, mi ha detto che ciò che avevo scritto era FALSO e VERGOGNOSO.
Da qui, ovviamente, un silenzio rabbioso. Ma evidentemente la lettera
cominciava a lavorare dentro di lui. Tanto che ne aveva parlato con qualcuno
dei nostri amici sacerdoti, mostrando platealmente la sua rabbia verso parole
che comunque l'avevano scosso. Mai avrebbe parlato di me in alcun modo con
qualcuno, invece entrava addirittura nelle camere degli altri senza bussare,
pronunciando invettive contro di me, dicendo che non lo capivo e che lo stavo
giudicando.
Fino a che
dopo circa un mese e mezzo mi ha mandato un messaggio chiedendomi di
essere invitato a cena. Poi ci ha ripensato, mi ha fatto andare da lui.
Finalmente ci siamo parlati.
Mi ha accolto
dicendo che dopo centinaia di volte che aveva letto e riletto la lettera,
finalmente aveva capito cosa volessi dirgli. Aveva un tono decisamente diverso.
Mi ha detto che l'amore che gli dimostro da tutto questo tempo non lo lascia
indifferente, che lo rende felice, ma che lo confonde, lo mette in difficoltà.
Dopo discorsi e discorsi, siamo addivenuti alla conclusione che non è il mio
amore che lo mette in difficoltà, ma il suo. Finalmente l'ha ammesso. Mi ha
detto che non riesce a starmi vicino se non comportandosi da "uomo" e
di questo si fa una colpa. Non riesce ad incontrarmi e non toccarmi, abbracciarmi,
accarezzarmi. Tutto questo non sa gestirlo, mi ha chiesto aiuto. Mi diceva di
non sapere quale fosse la cosa giusta, scotendo la testa. Mi ha detto che tutti
suoi silenzi sono stati dolorosi anche e soprattutto per lui perché continuava
a dirmi di non avere tempo, quando di tempo ne ha, e anche troppo, ma non sa
gestire questa cosa che gli ha sconvolto la vita, che lo confonde. Gli ho
consigliato allora di rivolgersi a qualcuno di cui si fida, almeno di
confrontarsi, ma dice che la vocazione è sua e deve gestirla direttamente con
Dio. Lì mi sono un po’ risentita, gli ho detto che Dio non si manifesta in uno
specchio, non ti appare nei sogni, non ti parla al telefono, ti parla
attraverso gli altri e questi altri lui nella sua vita non sono compresi; ecco
perché tutti i suoi dialoghi con il Signore restano appelli senza risposta.
Mi dice che
noi non possiamo essere amici, perché c'è qualcosa che va oltre e che entra in
conflitto con il suo essere sacerdote. Gli ho chiesto se davvero potesse o
volesse vivere senza sapere dove sono, con chi sono, se piango, se soffro, se
sto bene, se sto male, se il mio pensiero non lo sfiorasse mai. Mi ha risposto
che è molto difficile per lui, ma quando si sente perduto o va in crisi per la
mia lontananza "offre tutto questo al Signore". Mi ha detto "sai
quante carezze ho qui nelle mani e non ti ho mai fatto?" Poi mi ha
abbracciato, forte, aggrappandosi ai miei vestiti come un naufrago che ha paura
di affogare ed è scappato via con le lacrime agli occhi dicendo "Vedi che non
posso? Non posso, non posso.... non ti devo vedere" E mi ha lasciata lì
come una scema.
Il giorno dopo
ha chiamato la mia migliore amica chiedendole come stessi e palesandosi anche
con lei con un gesto inusuale ed inatteso.
Questo è
quanto.
Oggi, tolto il
dubbio che questa storia fosse frutto della mia immaginazione, è tutto più
difficile.
Ti abbraccio
forte, Stefania
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