Bella lettera. Da leggere tutta d'un fiato. Ci auguriamo che ne vengano tanti di aiuti di questo genere. La redazione

Care amiche,

alcuni giorni fa ho avuto modo di conversare con alcune di voi su quanto a volte le donne che visitano il sito si sentano poco rappresentate. Mi riferisco a quelle donne che vivono una storia che sembra essere senza uscita poiché lui, per paura, comodità o altro, non riesce a prendere una chiara decisione. Le storie di donne, che hanno avuto la "fortuna" di trovare un uomo che dopo aver scandagliato dentro di sé sia giunto alla scelta di sposarsi, non costituiscono un campione largamente rappresentativo. Se volessimo chiedere aiuto alla statistica forse saremmo rappresentate da pochi punti percentuale rispetto al sommerso. Saremo una piccola percentuale, con una potenzialità però molto significativa.

Non si deve pensare che, quando si consiglia alle donne di spingerlo a fare chiarezza in se stesso o quando si afferma che sarebbe opportuno chiudere con un atto di estremo coraggio quella storia, da parte nostra la cosa sia ritenuta semplice, indolore. Non è così. Quando suggerisco di porlo alle strette, anche in maniera brusca, è perché anch’io ho vissuto un’esperienza simile. So che, a volte, l’amore può oscurare la nostra capacità di ragionare; diventiamo ostinate, neghiamo, e ciò è comprensibile, l’esistenza di quei comportamenti che potrebbero, se ne prendessimo coscienza, farci male.

Comprendo che nella donna possa instaurarsi quasi una sorta di schiavitù mentale, di dipendenza anche totale, che la spinge a proiettare nel prete che ama tutto il proprio mondo; vive solo per lui e per lui è disposta a tutto, anche al proprio annientamento. Si sta per ore e anche per giorni ad attendere una sua telefonata, la "concessione" di un incontro fugace. Si giunge anche ad uno stato di passività che a volte porta all’umiliazione di sé. In questi casi, riuscire a mantenere un giusto equilibrio mentale e spirituale può divenire impresa difficile. Per questo occorre parlare, comunicare i nostri stati d’animo, esternare. L’importante è non isolarsi.

Il sito ha la funzione di metterci in contatto in modo che le nostre difficoltà personali, i nostri tormenti trovino ascolto e supporto. Questa comunicazione deve essere costante anche quando rischiamo di ripeterci. Lo ridico: l’importante è sapere di non essere sole. È bello sapere che c’è una persona che ti tende la mano per camminare con te. Io, noi, parliamo in difesa delle donne, ma non solo. È vero che il sacerdote a volte non riesce a decidersi, portandosi dietro il pesante carico dei rimpianti, non perché non ami sinceramente la donna, ma per una serie di motivi che vanno dalla fragilità personale alla paura, dalla percezione dello schiacciamento che l’ambiente clericale opera ad una insita immaturità, o perché sente il peso di una scelta, che va a decidere della vita di un’altra persona o a volte di un'intera famiglia, nel caso in cui lei sia sposata. Si può sentire come accerchiato e, in questo stato confusionale, può tentennare sino a giungere a seguire (anche a mio marito è stato dato questo suggerimento anti-evangelico) il consiglio dei suoi superiori o amici di trascinare la cosa evitando però di dare scandalo; di essere circospetti, così da far in modo che il corso naturale degli eventi porti ad una soluzione.

Si possono verificare queste possibilità: o lei lascia lui perché ha stima di se stessa, o accetta questo stato e diviene la sua "ancella" servizievole e sottomessa. Fatta salva la buona volontà del prete, almeno inizialmente, neanche in questo caso si può giustificare lo sfruttamento, l’abuso, il calpestamento della vita umana. È sano ed auspicabile giungere ad una scelta. Anche quando si sceglie di condividere la vita con la donna che si ama e di crearsi una famiglia, si incontrano delle difficoltà, amplificate, a volte, dall’ambiente con cui si viene in contatto e dall’emarginazione subita da parte di alcune frange della gerarchia.

Occorre poi che il sacerdote superi lo "choc" dovuto al trauma che ha vissuto, ritrovi se stesso, si apra, per accoglierli, ai fattori di cambiamento, ed inizi un processo di de-strutturazione, poiché, avendo vissuto in un ambiente carico di sacralità, in lui si è venuta a creare la convinzione di sentirsi un essere quasi divino. Era infatti omaggiato, posto su un piedistallo e considerato l’intermediario tra il sacro e il mondo circostante. Tutto ciò costa fatica e dolore. Per questo e altro, è auspicabile, e il sito realizza tutto ciò, creare una rete di solidarietà per sostenerci, per aiutare a comprendere e comprenderci, per far sì che la società civile cresca, in modo che il sacerdote non venga più costretto ad accettare un’imposizione quale è la legge del celibato. Il celibato è un dono che non a tutti viene concesso, e non averlo ricevuto non deve essere un elemento discriminante e penalizzante.

Sia il sacerdote che lo ha ricevuto, sia colui il quale sente di essere anch’egli chiamato al servizio di Dio e della comunità e decide di svolgere ciò, avendo accanto una propria famiglia, hanno uguale dignità: il sacerdozio del primo non ha un valore maggiore del secondo; entrambi possono vivere con la medesima intensità la loro vocazione, anche se con modalità diverse.

È bene dire chi siamo, perché abbiamo operato questa scelta senza timore o vergogna confidando nella forza dello Spirito Santo, rispondendo a chi non ci accetta con la semplicità di un sorriso, con la serenità propria di chi ha scelto consapevolmente, esprimendo la convinzione che in avvenire ogni uomo avrà la possibilità di vivere la sua vita nella pienezza senza lacerazioni.

Bianca