La corrispondenza che pubblichiamo ha il solo scopo di: a) puntualizzare i temi, trattati molto spesso in modo approssimativo e ripetitivo (c'è da stancarsi della coazione a ripetere circa il celibato dei preti e delle sofferenze che esso causa in molti); b) additare prospettive possibili nell'immediato - utili a chi soffre - e progettualità ecclesiale, scaturita dai dati di fatto; c) desiderio di aiutare altre persone ad uscire da un silenzio deleterio; d) far giungere alla Chiesa istituzionale la forte istanza dei problemi sollevati dal celibato obbligatorio, i quali non riguardano la perdita di una vocazione ministeriale; eccetera.

Dicembre 2003

1. La risposta ad una lettera

Cara Stefania,

mi chiamo Bianca ed ho letto la tua storia. Per quanto ho potuto cogliere, devi soffrire molto; ho letto dell'indecisione di lui. Io al tuo posto lo affronterei ponendolo sull'aut-aut.

So che potresti pensare che a me venga facile dirti queste cose, ma non è così. Io ho sposato alcuni anni fa un sacerdote per cui so cosa si prova a vivere una storia simile. Lo farei perché non riuscirei a vivere in una situazione di continue altalene emotive. Non potrei vivere nell'incertezza ad aeternum. Dico questo poiché ci si può rimettere il proprio equilibrio interiore.

Penso che amare e desiderare non siano la stessa cosa e che l'amore non vuole possedere. Optare per una relazione nascosta può voler significare scegliere una vita più comoda, che non richiede nessun atto di coraggio, poiché non si perde nulla (almeno in teoria); è un atteggiamento egoistico poco rispettoso verso la persona che si dice di amare.

Amare è libertà, libertà di fare le proprie scelte con sincerità.

Mi spiace se queste parole possano sembrarti dure. Ti sento molto vicina, solo tu puoi agire per il meglio facendo quella chiarezza che gioverà ad entrambi. Ci vuole tanta forza e fede in Dio.

Ti abbraccio con sincero affetto.

Bianca

2. La replica ad una lettera

OGGETTO: AGGIUNGI…UN POSTO A TAVOLA

Cara Ornella,

la semplicità con la quale hai raccontato la tua esperienza è commovente. Ma, come ben dici inversa alla mia, anche se, entrambe, ci hanno generato tanta sofferenza. Non conoscevo la tua storia perché è da pochissimo che ho trovato "Donne Contro il silenzio", ma è dai tempi di "Vocatio" che ho scoperto di non essere sola. Ma, allora, i tempi (miei) erano diversi.

Sembrava che questo affetto fosse eterno, che potesse reggere al tempo, alla distanza alle prime… incomprensioni. Una parola… sanava tutto !.. Poi è arrivata la crisi che la scienza definisce di ordine psicoaffettivo, ma, in realtà, era solo la paura di lui di non poter gestire "al massimo" un nuovo prestigioso incarico.

Vent’anni di amicizia, e quasi quattro di affetto reciproco, sono sufficienti o meno per interrogarsi sui propri e altrui sentimenti?. E’ lecito essere immaturi e "castrati", ma non… disonesti. Non so fino a che punto "i traumi" da seminario possano giustificare la codardia. Agli inizi bastava solo qualche parola sua per fermare tutto. E’ chiaro che il tempo può fare incancrenire.

Nel suo atteggiamento mutato non c’era di mezzo solo la sua crescita affettiva disturbata, ma "l’elemento nuovo" che lo ha portato alla decisione di "ridimensionare" ciò che, in effetti, era già contenuto e gestito con grande responsabilità. Dico questo con molto amore e rispetto per chi ha fatto scelte diverse. Se la vicenda prendeva un'altra piega , non escludo che anch’io potevo ritrovarmi a vivere un rapporto più intenso. Così non è stato e, a questo punto ne ringrazio Dio.

L’affettività e la sessualità sono una parte fondamentale della crescita normale di un individuo…di ogni essere vivente. Tutto il regno animale ne ha esperienza (pare che anche le piante crescono meglio se sono accarezzate) compreso quell’uomo che ti ha perseguitato, compreso te, me e quell’uomo che non ho assolutamente perseguitato.

Per noi è stata scelta libera e reciproca , fino a quando la sua "sovrana libertà" ci ha ripensato per i motivi che ho esposto in precedenza. La differenza tra lui e me, è che egli ha scelto liberamente (prima e dopo) io ho subito solo le conseguenze delle sue decisioni e il retaggio storico di coloro che hanno deciso il contrario di quello che ha deciso Dio, in nome di Dio.

E’ agghiacciante ma è così.

Mi torna in mente una battuta del celebre recital "Aggiungi un posto a tavola" che, all’epoca, provocò in certi ambienti religiosi lo scandalo che alcune di noi ricorderanno. Il prete protagonista, chiedeva spiegazioni a Dio sul come comportarsi con quella ragazza di cui si era innamorato e, dall’alto, si udì una voce rispondere: " …ma ti pare che io che ho inventato l’amore e il sesso, privavo di una cosa tanto bella i miei stretti collaboratori?".

Ho scoperto che noi donne – quando vogliamo - sappiamo essere solidali, propositive e costruttive. Il semplice fatto di poter "parlare" è stato per me togliere il macigno che - anche nei momenti belli che ho vissuto - mi opprimeva mente e cuore. Dio ci ha creati in tanti perché potessimo comunicare tra noi ed aiutarci.

Una cosa è certa: io non ho sognato tutto questo. Quattro anni di corrispondenza quotidiana non sono uno scherzo, come non lo sono le decine di doni e premure di ogni genere che ho ricevuto. Per non parlare delle centinaia di espressioni affettuose che se non erano "il ti amo" erano "ti voglio un bene immenso" e ancora "sei l’unica donna con cui io mi sono relazionato… ho per te un ammirazione sconfinata".

L’ultima volta che ci siamo parlati ha avuto modo di dirmi: " Non ho fatto per nessuna donna al mondo quello che ho fatto per te…ma adesso dobbiamo dare alle cose "una giusta dimensione" io non posso presentare al Signore "un cuore indiviso". NO, non voleva rompere, ma ricondurre tutto entro i parametri del suo analfabetismo affettivo ed emotivo che gli da tanta sicurezza psicologica. La donna - per certi uomini - è un bene finché non disturba l’istituzione e i "poteri" intrinseci all’istituzione. Quando essa diventa "elemento" destabilizzante viene "fatta fuori".

Al momento sono tranquilla perché ho scelto di recidere in modo netto ogni possibilità di comunicazione. Sento che la mia resistenza aumenta con i giorni che passano. Se dovessi stare tanto male da avere bisogno di un supporto medico seguirò il tuo consiglio.

Di una sola cosa mi pento: quando quest’uomo ha avuto modo di dirmi che per me aveva fatto "tanto" e di dovergli una certa riconoscenza, non avergli risposto: "TANTO MI HAI DATO E TANTO MI HAI TOLTO…NON TI DEVO PIU’ NIENTE. In realtà io ho donato tanto di più, ma è arcinoto che noi donne, purtroppo, abbiamo il torto di amare di più e …chi ama di più è sempre in perdita.

Gesù ci ha rimesso per tutti .

Vi saluto con grande amicizia e riconoscenza per la solidarietà che mi è stata dimostrata. Adesso devo provare a farcela da sola.

Un saluto affettuoso, Clelia

3. La parola ad una donna molto consapevole e dalle idee chiare

Vi sto contattando non per avere un conforto personale, ma per poter avere qualche indicazione su cosa posso fare, nel mio piccolo e nella realtà locale della mia città, per sperare almeno di avere qualche attenzione circa la problematica del celibato.

So che voi, l'Associazione Vocatio, altre associazioni e gruppi di sacerdoti sparsi ovunque nel mondo, siete impegnati su questo fronte da parecchio tempo, e purtroppo mi sembra di capire che ogni sforzo e' vano; mi sembra che il cammino per arrivare all'abolizione del celibato sia troppo lungo, almeno per noi che stiamo vivendo ora, sulla nostra pelle, queste situazioni angoscianti.

Non ha importanza raccontare com'è la storia che sto vivendo; non ha importanza ripetersi è giusto, non è giusto: ciascuno di noi è capace di fare le proprie scelte, ciascuno è capace di saper decidere se affrontare storie complicate o se arrendersi subito; ciascuno di noi sa anche che nessuno al mondo può impedirci di amare.

Mi sto accorgendo sempre più che amare non vuol dire "possedere", ma lasciare liberi e rispettare le scelte dell'altro; dovrò abituarmi a capire che amare e' anche piangere, disperarsi, pensare di mollare tutto, sopportare i silenzi, forse accontentarsi delle briciole di tempo a noi dedicato, ma anche che amare e' sperare, vivere pochi ma speciali e irripetibili momenti insieme, sapere che sei nel cuore di un altro, ed anche inventare ogni giorno un modo nuovo di vivere una storia d'amore, sia che sia una storia vissuta alla luce del sole, sia che sia una storia vissuta nell'ombra.

Mi trovo di fronte a una persona bisognosa di affetto, desiderosa di avere una famiglia, dei figli da crescere, di avere accanto una donna che sappia ascoltare, che sia magari "complice" in questa missione: ma soprattutto mi trovo davanti una persona che nella vita non avrebbe potuto far altro se non il Prete, anzi una persona che è Prete , non che fa il Prete; una persona che per vivere ha bisogno di essere sempre presente per gli altri, per poterli aiutare, per dar loro speranza; una persona che si sente responsabile per i legami che ha creato, dopo molti anni di guida in Parrocchia: è vero, le persone si possono aiutare anche non essendo Preti, lavorando in qualche associazione, impegnandosi nel volontariato...... ma non e' la stessa cosa.

Devo dire che se non mi fossi infilata in questa situazione, probabilmente mai avrei saputo dell'esistenza di preti in crisi e di migliaia di preti sposati, dell'imposizione del celibato vissuto come obbligo a una legge e non come libera scelta, della crudeltà di una burocrazia all'interno di un organismo quale la Chiesa che è portatrice dei valori insegnatici da Cristo, dei paradossi che esistono all'interno di essa. E cosi' come è successo a me, quante persone non sanno di queste problematiche ?

Il buffo è che appena parlo della questione, sia con praticanti che non, mi sento dire nella maggioranza dei casi, che non è giusto che un prete non possa avere possibilità di avere una famiglia, che anzi potrebbero venir fuori delle famiglie-modello! E la maggior parte delle persone accetterebbe senza grossi problemi un prete sposato! Mi sembra di capire che conta di più la volontà di qualche centinaio di alti esponenti della gerarchia ecclesiale, piuttosto che la volontà di persone che SONO la Chiesa. Così come contano più le leggi dell'uomo che le leggi di Dio.

Quando si è al limite della disperazione vengono in mente idee assurde, e questa è una di quelle ! Cosa succederebbe se la Santa Sede e i Vescovati venissero sommersi da lettere di sacerdoti che annunciano di abbandonare il sacerdozio e chiedono di avviare la procedura di dispensa? (ma anche qui dobbiamo fare i conti con chi ha paura di esporsi, con i tanti preti anziani e anche con i preti omosessuali).

E prima di arrivare all'abolizione del celibato, non sarebbe più sensato accettare la presenza di ex preti anche nelle nostre Parrocchie, soprattutto non considerare scandalo un Prete che si innamora? Non sarebbe più sensato un atteggiamento di comprensione da parte della Chiesa verso persone che hanno speso la loro vita per gli altri e che vogliono continuare a farlo pero' con l'appoggio di una famiglia propria ? Può esser fatto qualcosa in proposito a livello di realtà locali, magari in diocesi più aperte a un "atteggiamento cristiano" e non solo "burocratico" ? In fondo Gesù non si e' circondato di Cardinali, Vescovi, alti prelati, ma di persone piccole e semplici; in fondo la Chiesa è Comunione, Carità , Amore, non interessi economici, carrierismo, rigide regole disumane: è assurdo dover ricordare questo proprio a chi sta dentro la Chiesa !

Scusatemi per questo mio sfogo, forse un po' sconclusionato !

Grazie per il tempo che mi dedicherete e soprattutto grazie per quello che avete fatto finora. Con affetto, Rossella

4. Una risposta

Cara Rossella,

sono d'accordo su tutto quanto scrivi nella tua lettera a Donne co-si. Quel che mi stupisce è il punto di partenza: dici che ti trovi di fronte ad una persona che ha bisogno di una famiglia, dei figli....ma che è prete, non nel senso che fa il prete, ma che lo è, perché è nel suo essere aiutare gli altri, essere disponibile....

Anzitutto vorrei chiarire un equivoco: non è perché uno vuole aiutare gli altri, essere disponibile...debba con ciò stesso essere prete. Questo è un argomento che portano diversi preti sposati. Quando sono intervistati su quel che fanno ora, rispondono: "Io mi sento prete ancora dentro e la prova è che mi occupo di tossici, di prostitute, di carceri..."

Un prete non è prete perché si occupa di queste cose o anche solo aiuta o ascolta gli altri. Un prete è prete perché, più di altri fratelli, avverte l'urgenza dell'annuncio del Vangelo di Gesù, per questo si prepara (studi biblici, teologici, morali....) e questo sente dentro. Un prete sa che il Cristo va continuamente annunciato ai suoi fedeli (anche alle vecchiette che ogni giorno frequentano la messa che lui si ostina a celebrare in orari di comodo) parrocchiani, ma soprattutto ai suoi fratelli che sono nella parrocchia, ma che hanno altro da fare che riflettere sulla morte e risurrezione di un Dio che ha annunciato le Beatitudini. Quando la lettera agli ebrei parla del sacerdote come (lo scrivo in latino perché mi piace e poi è facile) "...ex hominibus assumptus et pro hominibus constitutuum in ea quae sunt a Deo" non fa null'altro che ribadire il concetto di cui sopra.

Quindi non mi meraviglierei che il prete con il quale credo tu stia vivendo
una storia abbia l'eisgenza di una donna, di una famiglia, dei figli e che voglia continuare ad essere fratello per i fratelli che hanno bisogno d'aiuto.

Mi meraviglio che non molli tutto e ti sposi (se lo può fare). Perché sa che tu che lo ami accetterai di dividerlo con altri (o altre) senza gelosia perché l'amore che ha per gli altri è diverso da quello che prova per te e per i vostri figli. Posso usare ancora il latino?

L'amore per gli altri è charitas, quello per la propria sposa ed i propri figli è charitas coniugalis.

Non so se ti ho aiutato a riflettere. Comunque ti sono vicino.

Ciao, Ernesto

(Sono un prete sposato da quasi 18 anni. Paola ed io abbiamo tre figlioli)