I diritti delle
donne sono diritti umani
Un nuovo testo realizzato dalla famiglia domenicana mette al centro dell’impegno per la pace e la giustizia i diritti delle donne.
Sono sempre in prima linea le suore domenicane nell’impegno per la pace, la nonviolenza e il disarmo.
Dedite alla vita religiosa e all’azione in difesa dei diritti umani, hanno recentemente indirizzato la loro ricerca e la loro riflessione alla promozione dei diritti della donna, spesso vittima di violenze di ogni tipo, e hanno pubblicato su tale argomento un opuscolo dal titolo “I diritti delle donne sono diritti umani”.
Come nasce il vostro lavoro e la vostra ultima opera editoriale sui diritti
delle donne?
Questo opuscolo è parte di
una serie di quaderni, scritti e pubblicati dai Domenicani per la formazione e
l’apprendimento in questo campo fondamentale della Giustizia e della Pace. La
Commissione Internazionale Giustizia e Pace, composta da suore e frati
domenicani, ha ritenuto che il tema dei diritti delle donne dovesse emergere in
questo tempo. Ma questo opuscolo viene da lontano. Anche se è stato scritto in
questo ultimo anno, era nel cuore e nella mente dei Domenicani da almeno
venticinque anni: le suore, riflettendo sulla loro esperienza di disuguaglianza
nell’Ordine, nella Chiesa e nel mondo; i frati, sentendo il desiderio di una
maggiore mutualità, hanno enfatizzato l’importanza di questa uscita.
Quale il messaggio che con questa ricerca volete dare al mondo?
Siamo felici di questo opuscolo perché non è uno strumento per accuse reciproche tra uomini e donne o per un esame di coscienza, né per creare sensi di colpa. È un modo per dare senso alle lacrime: “Quando il Signore la vide (la vedova di Nain) ebbe compassione di lei e le disse: Non piangere!"
E come Domenicani siamo nati come famiglia. Questo è nostro diritto di nascita: non potremo mai sentirci ricolmi e in pace fino a quando non scopriremo questo tesoro all’interno della Chiesa e del mondo.
Crediamo che questo opuscolo sia stato e sia per noi una sfida: uno strumento per ripensare le relazioni all’interno e all’esterno dell’Ordine in una prospettiva “dei generi”. Sarebbe interessante percepire questo opuscolo come un lavoro in progress: perché, nel tempo, uomini e donne possano arricchirlo apportando altri contributi, nel significato profondo che la Storia si continua a scrivere, vivendo nel presente una consapevolezza diversa.
Suore impegnate per la tutela dei diritti umani: è quanto mai opportuno che la Chiesa oggi sia segno e testimone di una ricerca di restituzione alla persona della sua dignità spesso lesa dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle discriminazioni. Può descriverci il vostro percorso in questo senso?
Allo scopo di rendere più multiculturale questo opuscolo, ci siamo consultati con le suore domenicane sui possibili argomenti da includere. Poi abbiamo invitato alcune suore dai diversi continenti a scrivere i vari capitoli e a riunirsi per discuterne insieme. Ognuna di loro lavora nel campo dei diritti umani nel proprio Paese, come attivista, come responsabile, o come studiosa. Il gruppo delle suore si è incontrato a Quito, in Ecuador, in un convento di frati. In sé stesso è un segno che un’altra relazione tra uomini e donne è possibile. Noi siamo fieri di come questo quaderno abbia avuto inizio e di come abbia preso forma.
Un appello alla Chiesa, quindi.
Vogliamo far emergere che i diritti delle donne sono diritti umani. Le donne sono state massacrate nelle forme più varie attraverso i secoli. Questa catastrofe ha privato le donne dei loro diritti fondamentali al livello mondiale. E ha schiavizzato anche gli uomini, privandoli della loro piena umanità e della loro felicità, anche se in maniera minore.
Ma c’è anche un’altra cosa. E la nostra storia come Chiesa è segno di questo. Ricordiamo le levatrici nel Libro dell’Esodo, che come gruppo erano in grado di offrire la salvezza agli uomini e alle donne allo stesso modo. O Maria Maddalena, che proprio per il suo coraggio e il suo amore audace, è stata incaricata di sanare e ricostruire la comunità, liberandola dalla paura, dalla disperazione e dal terrore.
Parliamo di donne, soggetti deboli della storia eppure profondamente protagoniste di pace: quali, secondo voi, gli avvenimenti principali – in un senso e nell’altro – che hanno segnato la storia delle donne?
È vero che la storia delle donne è fatta di molte sconfitte, ma è anche una storia di donne che hanno salvato la vita dal baratro della morte. C’è un bisogno di rettificare le ingiustizie passate e far girare il mondo nella giusta parte. Richiamiamo la donna iraniana, Shirin Ebadi, che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2003 o le tre suore domenicane in prigione negli Stati Uniti o le donne in nero in Palestina e Israele. E poi ci sono le madri dei “desaparecidos” di Piazza di Maggio in Argentina e la moltitudine di donne che quotidianamente inventano nuovi progetti per sopravvivere e svilupparsi (le varie esperienze di cooperative agricole e di microcredito). Altro esempio è il Forum Sociale Mondiale, dove la maggioranza dei partecipanti sono donne. Molti dei movimenti dal basso sono costituiti e diretti da donne (un esempio è Vandana Shiva in India).
Quali i maggiori ostacoli al pieno riconoscimento della dignità della donna nel mondo di oggi e al riconoscimento del contributo importante che in ambito di pace e giustizia le donne danno?
I temi di genere non sono solo per i gruppi di donne. Sono anche temi maschili. Prima e più liberamente noi ci rendiamo conto di questo e più sicuri e in pace vivremo. Questo quaderno è anche un modo per riscoprire la prima manifestazione di gioia nella nostra memoria di fede, la gioia che Dio ha impresso nel nostro DNA: “Questa volta essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa.” (Genesi. 2-23).
Dall’inizio siamo stati chiamati a
essere pari, eguali. E come Domenicani siamo nati come famiglia. Questo è nostro
diritto di nascita: non potremo mai sentirci ricolmi e in pace fino a quando non
scopriremo questo tesoro all’interno della Chiesa e del mondo.
Crediamo che questo opuscolo sia stato e sia per noi una sfida: uno strumento
per ripensare le relazioni all’interno e all’esterno dell’Ordine in una
prospettiva “dei generi”. Sarebbe interessante percepire questo opuscolo come un
lavoro in progress: perché, nel tempo, uomini e donne possano arricchirlo
apportando altri contributi, nel significato profondo che la Storia si continua
a scrivere, vivendo nel presente una consapevolezza diversa.
(A cura di Patrizia Morgante - “Mosaico di pace”, settembre 2004)
UNA PROPOSTA DI VITA NEL LIBRO DI ANTONIETA POTENTE
In
un mondo che le cronache mostrano profondamente oppresso dal dolore, assume
grande ed inedita forza liberatrice una proposta di vita segnata dalla gioia: ed
è così, intessuta di gioia e di sogno, la proposta che emerge dalle pagine
dell'ultimo libro di Antonietta Potente, teologa domenicana residente in
Bolivia, Molta gioia. La spiritualità domenicana come stile di vita quotidiana
(Icone Edizioni 2005, pp. 125, 8 euro; collana "strumenti di pace" a cura del
Cipax; edizione realizzata in collaborazione con la Commissione Internazionale
Giustizia e Pace della Famiglia domenicana). Come una proposta di "uno stile di
vita che rende liberi la donna e l'uomo di oggi ovunque vivono" appare il libro
all'autore della prefazione: fra Domenico Mongillo, domenicano anche lui
(proprio con lui la Potente ha conseguito il dottorato in teologia morale all'Angelicum
di Roma nel 1989), scomparso in maniera improvvisa lo scorso 13 luglio. Nella
prefazione, uno degli ultimi scritti del teologo domenicano, Mongillo riconduce
gli spazi della vita quotidiana passati in rassegna dalla Potente agli "spazi
della gente più comune": una "moltitudine senza numero di persone, famiglie,
comunità che vogliono affrontare con sincerità, senza eccessive paure, le
condizioni nelle quali vivere gli spazi quotidiani in situazioni tutt'altro che
favorevoli e che solo nei tempi lunghi subiscono cambiamenti, al prezzo di tanto
sangue versato o fisicamente o nelle ferite dei cuori".
È nell'abitare gli spazi della vita quotidiana che Antonietta Potente colloca la
sapienza della spiritualità domenicana: partendo dalle parole del Beato
Reginaldo - "Io credo di non guadagnare alcun merito vivendo in quest'Ordine,
perché ci ho sempre trovato troppa gioia" - la teologa sottolinea la necessità
di "imparare a ‘vivere dentro', lì dove stiamo", e "di aprire gli spazi",
facendo proprio l'anelito di S. Caterina ad una spiritualità "tutta larga".
Passa da qui la riflessione sugli spazi quotidiani della vita domenicana, a
cominciare dal "conoscimento di sé", ovvero la necessità di "conoscersi per
poter conoscere Dio" e senza mai perdere il contatto con la storia. Storia
intesa non come "il luogo del disprezzo" e nemmeno come "l'oggetto intorno a cui
ci riuniamo per dare semplicemente dei giudizi", ma piuttosto come luogo in cui
imparare a credere "nella storia delle persone semplici, nelle piccole storie
quotidiane della gente di altre culture, di altre religioni, di altre sapienze".
La storia investe anche lo spazio della casa-convento, che, lungi dall'essere lo
spazio della perfezione, o un luogo "che ferma o blocca dentro una realtà
strutturata", è invece espressione della "vita di desiderio e di sogni da
condividere": "la sfida è coltivarci come persone comunitarie, coltivare sogni
di comunione, sempre, ovunque, nei piccoli e grandi spazi della vita". Come gli
spazi dello studio, della preghiera e della predicazione, che nasce "da una sete
che raccogliamo dalla storia": non manifestazione di potere né vendita di un
prodotto che si pensa valga più degli altri, ma forma di "accorciare le
distanze", di "restituire la parola agli altri" in un mondo che non parla più o
in cui "parlano sempre gli stessi", di provocare "risveglio e liberazione".
32935. ROMA-ADISTA
“LETTERE D'AMORE" DI RELIGIOSI DOMENICANI
Come "scrivere una lettera d'amore a Dio, alla Chiesa e al popolo cui appartengo": così Gustavo Gutiérrez, uno dei padri della Teologia della Liberazione e frate domenicano peruviano, sintetizza il senso che ha per lui il fare teologia. E, con lui, altri trentasei teologi e teologhe dell'Ordine domenicano, in altrettante lettere ai propri fratelli e sorelle domenicani, parlano della propria vocazione ed esperienza in campo teologico. È nato così il libro Superare le distanze: le figlie e i figli di Domenico fanno teologia, curato e pubblicato a Roma dalle Suore Domenicane Internazionali (Dsi), dalla Pontificia Università San Tommaso, dalla Commissione Internazionale di Giustizia e Pace dell'Ordine dei Predicatori: un libro che, nelle parole di Margaret Ormond, coordinatrice del Dsi, svolge la funzione di gettare "un ponte sopra le acque del genere, del potere e dell'esclusione", rivelando l'importanza di fare teologia "in modo collaborativo", per se stessi, per l'Ordine, per la Chiesa, per il mondo, per i poveri. La teologia, scrive ancora Gutiérrez, non è un impegno individuale, ma una funzione ecclesiale. Essa si realizza a partire dalla parola di Dio, accolta e vissuta nella Chiesa, in vista del suo annuncio ad ogni persona umana e, in modo speciale, ai diseredati di questo mondo". E si realizza nella misura in cui i teologi sono legati alla comunità cristiana e "condividono quotidianamente con gli altri le ragioni della propria speranza". "Noi, domenicani e teologi – scrive nella presentazione Carlos Azpiroz Costa – non siamo che mendicanti di fronte alla verità, condividendo le piccole verità che scopriamo gli uni con gli altri, come donne e uomini che hanno in comune il pane durante il viaggio".
È così che ad ognuno dei trentasette teologi è stato chiesto di riflettere su alcune domande, le stesse per tutti, rispondendo con una lettera agli altri domenicani: sulla scoperta della vocazione teologica, sul modo di viverla, sulla sua importanza, sulla partecipazione della comunità ai propri studi, sul ruolo delle donne teologhe nell'Ordine e nella Chiesa, sull'integrazione tra lo studio della teologia, la vita di preghiera e la relazione con i poveri. Tra gli autori delle lettere, spicca il nome di p. Dalmazio Mongillo, preside dell'Istituto di Teologia Ecumenica "S. Nicola", la cui repentina scomparsa, il 13 luglio scorso (v. anche la notizia successiva), getta una luce particolare sul racconto della sua personale vocazione teologica.
Molto
presente, nelle lettere dei trentasette teologi e teologhe, il tema della
relazione con i poveri, in diversi casi esplicitamente riconducibile alla
teologia della liberazione. Ma il termine "poveri" crea più di una perplessità:
"quando ‘i poveri' sono conosciuti per nome - afferma per esempio Diane Jagdeo
di Trinidad - l'idea di ‘poveri' scompare.
Quanto rimane sono i miei/nostri amici e vicini con nomi e volti concreti e veri
bisogni che sono anche i miei (…). Quando conosco le persone, sono imbarazzata
se devo riferirmi a ‘i poveri'".
La teologia scritta dalle donne
Particolarmente significativa la testimonianza delle teologhe: "la teologia – scrive la brasiliana Rosa Maria Barboza – è stata di fondamentale importanza" nella ricerca di un nuovo ruolo della donna nella Chiesa e nella società. Una ricerca che si scontra con un maschilismo duro a morire: "sorrido ancora – racconta l'inglese Barbara Estelle Beaumont – al ricordo del giorno in cui mi trovai a tavola in una comunità di frati, in una città in cui dovevo fare due conferenze all'università sulla spiritualità domeni-cana. Un giovane frate, sentendo la ragione per la quale ero venuta, con tutta l'innocenza dei bambini chiese: ‘Perché chiamare qui una suora quando vi sono già tanti frati?'.
È la stessa difficoltà incontrata da María Immaculada Egüés Oroz, nel suo lavoro a fianco di parroci e di altri responsabili delle celebrazioni liturgiche, in un settore, quello appunto della liturgia, "quasi ‘intoccabile', esclusivo di chi presiede le celebrazioni". In quelle occasioni, racconta, "il dialogo era solitamente impostato così: ‘E tu, chi rappresenti?'. ‘La diocesi delle Canarie'. ‘Sì, ma quale sacerdote che non è potuto venire tu rappresenti?'. ‘Ah, io rappresento me stessa, non ho un sacerdote responsabile, sono io l'incaricata del vescovo'".
Eppure,
sulla necessità e l'urgenza come sul valore del contributo delle teologhe tutti
i domenicani coinvolti nel libro pongono l'accento: "giudicando dalle mie
proprie letture – scrive per esempio il sudafricano Albert Nolan – non esiterei
a dire che oggi, almeno in lingua inglese, sono le donne a scrivere la migliore
e più stimolante teologia". E Timothy Radcliffe, già presidente della
Conferenza di Superiori Religiosi e Maestro dell'Ordine, afferma che rinunciare
all'esperienza delle donne in teologia "sarebbe come cercare di andare in
bicicletta con una ruota sola, e quindi avere una grande difficoltà a conservare
l'equilibrio".
Ma dell'importanza del contributo teologico delle donne sono soprattutto loro
stesse a parlare: la gamma delle immagini simboliche disponibili da secoli,
afferma la sta-tunitense Helen R. Graham, "sono state limitate for-temente dalla
dominante concezione del mondo accen-tuatamente maschile dei teologi clericali.
Siamo tutte cresciute pensando Dio come il grande patriarca". La teo-logia
femminista, prosegue, "ha aperto un'altra dimensione per l'umanità: pensare al
divino ed essere in relazione, portando alla ribalta le represse, e finora
sconosciute, immagini femminili di Dio, radicate nella tradizione biblica". Ed è
la statunitense Collen Mary Mallon a ricordare, citando Marie-Dominque
Chenu, "che ‘tutta la storia della civiltà dovrebbe essere riscritta' perché
in ‘ogni caso, sono stati gli uomini a scriverla e non le donne'". 32934.
ROMA-ADISTA.