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Vittoria Haziel, E dio negò la donna – come la legge dei padri perseguita da sempre l’universo femminile

Sperling & Kupfer,

 

 

Descrizione
 
Un popolo di patriarchi arroganti pontifica da millenni, ognuno all’ombra del proprio dio, e in nome suo legittima orrori e violenze di ogni tipo ai danni delle donne. In Oriente come in Occidente. L’8 marzo si celebra il centenario della morte delle operaie in sciopero arse vive in una fabbrica tessile americana. Ad accompagnarci all’appuntamento, fresco di stampa, il nuovo saggio di Vittoria Haziel "e dio negò la donna" (Sperling & Kupfer), con cui l’autrice stana gli imprinting con i quali i tre monoteismi codificano la negazione e la sottomissione della donna. La penna dell’autrice traccia lo scenario di insospettabili aperture e propone anche vari strumenti per ricostruire un ponte d’armonia tra il femminile e il maschile.

 

 

 Recensione di Ausilia Riggi

 

Il sottotitolo fa chiaro riferimento alla “legge dei padri” che si erge contro la donna, al riparo di un dio che, siamo d’accordo, è minuscolo in quanto significante delle persecuzioni perpetrate in suo nome. Il decostruzionismo, d’altra parte, può mettere in questione anche la semiologia.
 

Ma la scrittura della Haziel corre su binari ‘altri’ rispetto al significato di dio, e ad ogni tesi costruita dalle religioni in tutta la loro pesantezza strutturale.
 

Per entrare nella forza della parola che in questo libro esplica la sua pienezza, dobbiamo saper leggere gli stessi paradigmi che l’Autrice utilizza per denunziare e farsi messaggio autorevole circa la necessità di ricomporre ogni dualismo lacerante. La tesi di fondo, infatti, è che bisogna partire dall’io che si auto-crea, divenendo centro propulsivo di rappacificazione universale, senza omologazioni di sorta. La confluenza su un punto-centro armonizza le singole unità e dà luogo ad altre ugualmente autocentrate: forti in se stesse ed aperte nello stesso tempo a tessere rapporti che mettono in gioco la propria unicità, originaria se vogliamo, certamente  generatrice di un’umanità nuova, forse anche di un universo nuovo.
 

Siamo di fronte all’ultima utopia? Ce lo chiediamo con stupore; e non perché simile progetto non serpeggi qua e là nell’atmosfera culturale del tempo in contrasto con un cumulo di macerie che il passato ha lasciato in ogni campo, ma perché esso (il progetto) rivela la dignità del limite a condizione di non avvitarsi su se stesso.
 

Donne al femminile ed uomini al maschile non si debbono sommare nelle loro debolezze nutrite di sopraffazione da una parte e di vittimismo dall’altra, ma relazionarsi acquistando un potere diverso da quello generato dalla somma delle insufficienze intrinseche. La conclusione algebrica che lascio decifrare ai lettori (alla pagina 328) è che le debolezze possono risultare fortezza: divina algebra della creazione operata da io unificati in sé ed unificanti!
 

Essere costruttori di ponti (tra sponde contrapposte) non è cosa facile se si sacrifica l’io all’altare del fanatismo delle strutture di potere; diventa possibile se – e qui mi permetto di chiosare – ci liberiamo delle maschere che tutte e tutti indossiamo quando ci poniamo al riparo di religioni e di ideologie mistificanti… Togliersi dalla mischia è facile a parole, nei fatti è dura, immane fatica.
 

L’esattezza semantica che propone la Haziel circa l’uso dei termini maschilismo e maschismo,  femminismo e femminilismo (quest’ultimo lo lancia lei), aiuta a distinguere, prendere le distanze, coniugare e via dicendo. Ne abbiamo bisogno.
 

Io preciserei che è da evitare la confusione dei generi: nel senso che quanto nasce dal rafforzamento dell’io, non è contro le opposizioni: è al di là. Ogni unità fa genere, e non a capriccio, bensì nell’elevarsi a novità creativa. Le contraffazioni delle patologie di genere nascono dal bisogno di reagire ad un concetto falso di androginia…
 

Ma qui mi fermo, per paura di sovrappormi all’Autrice.
 

Non me la sento per ora di condividere l’idea di dedicare un giorno alla memoria delle donne vittime di innumerevoli violenze: perché si commemora ciò che è passato, mentre io sono a contato con violenze simili anche nell’oggi. Violenze forse più raffinate, più nascoste, più umilianti nella crescita della consapevolezza che raggiunge luoghi inesplorati, altrettanto annullatrici dell’essere femminile.  
 

Preferisco chiudere con l’accoppiamento della memoria al sogno, così come fa la Haziel: “Scrivo in due lingue che tutti comprendono: la memoria e il sogno. Innalzo lamenti e compongo peana di vittoria”.
 

Grazie, Vittoria, per l’uso che fai della tua penna, meravigliosa nella forma, densa di contenuto. E’ sempre questa a dare il via al cambiamento.

 

 


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