Vittoria Haziel, E dio negò la donna – come la legge dei padri perseguita da sempre l’universo femminile
Sperling & Kupfer,
Recensione di Ausilia Riggi
Il sottotitolo
fa chiaro riferimento alla “legge dei padri” che si erge contro la donna, al
riparo di un dio che, siamo d’accordo, è minuscolo in quanto significante
delle persecuzioni perpetrate in suo nome. Il decostruzionismo, d’altra
parte, può mettere in questione anche la semiologia.
Ma la scrittura
della Haziel corre su binari ‘altri’ rispetto al significato di dio, e ad
ogni tesi costruita dalle religioni in tutta la loro pesantezza strutturale.
Per entrare
nella forza della parola che in questo libro esplica la sua pienezza,
dobbiamo saper leggere gli stessi paradigmi che l’Autrice utilizza per
denunziare e farsi messaggio autorevole circa la necessità di ricomporre
ogni dualismo lacerante. La tesi di fondo, infatti, è che bisogna partire
dall’io che si auto-crea, divenendo centro propulsivo di rappacificazione
universale, senza omologazioni di sorta. La confluenza su un punto-centro
armonizza le singole unità e dà luogo ad altre ugualmente autocentrate:
forti in se stesse ed aperte nello stesso tempo a tessere rapporti che
mettono in gioco la propria unicità, originaria se vogliamo, certamente
generatrice di un’umanità nuova, forse anche di un universo nuovo.
Siamo di fronte
all’ultima utopia? Ce lo chiediamo con stupore; e non perché simile progetto
non serpeggi qua e là nell’atmosfera culturale del tempo in contrasto con un
cumulo di macerie che il passato ha lasciato in ogni campo, ma perché esso
(il progetto) rivela la dignità del limite a condizione di non avvitarsi su
se stesso.
Donne al femminile
ed uomini al maschile non si debbono sommare nelle loro debolezze nutrite di
sopraffazione da una parte e di vittimismo dall’altra, ma relazionarsi
acquistando un potere diverso da quello generato dalla somma delle
insufficienze intrinseche. La conclusione algebrica che lascio decifrare ai
lettori (alla pagina 328) è che le debolezze possono risultare
fortezza:
divina algebra della creazione operata da
io
unificati in sé ed unificanti!
Essere
costruttori di ponti (tra sponde contrapposte) non è cosa facile se si
sacrifica l’io all’altare del fanatismo delle strutture di potere; diventa
possibile se – e qui mi permetto di chiosare – ci liberiamo delle maschere
che tutte e tutti indossiamo quando ci poniamo al riparo di religioni e di
ideologie mistificanti… Togliersi dalla mischia è facile a parole, nei fatti
è dura, immane fatica.
L’esattezza
semantica che propone la Haziel circa l’uso dei termini maschilismo e
maschismo, femminismo e femminilismo (quest’ultimo lo lancia lei), aiuta a
distinguere, prendere le distanze, coniugare e via dicendo. Ne abbiamo
bisogno.
Io preciserei
che è da evitare la confusione dei generi: nel senso che quanto nasce dal
rafforzamento dell’io, non è contro le opposizioni: è al di là. Ogni unità
fa genere, e non a capriccio, bensì nell’elevarsi
a novità creativa. Le contraffazioni delle patologie di genere nascono dal
bisogno di reagire ad un concetto falso di androginia…
Ma qui mi fermo,
per paura di sovrappormi all’Autrice.
Non me la sento
per ora di condividere l’idea di dedicare un giorno alla
memoria delle donne vittime di
innumerevoli violenze: perché si commemora ciò che è passato, mentre io sono
a contato con violenze simili anche nell’oggi. Violenze forse più raffinate,
più nascoste, più umilianti nella crescita della consapevolezza che
raggiunge luoghi inesplorati, altrettanto annullatrici dell’essere
femminile.
Preferisco
chiudere con l’accoppiamento della memoria al sogno, così come fa la Haziel:
“Scrivo in due lingue che
tutti comprendono: la memoria e il sogno. Innalzo lamenti e compongo peana
di vittoria”.
Grazie, Vittoria, per l’uso che fai della tua penna, meravigliosa nella forma, densa di contenuto. E’ sempre questa a dare il via al cambiamento.