ELOGIO DEL DISSENSO – A. THELLUNG
x Info vedi
http://www.elogiodeldissenso.it/
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Caro Antonio, ho appena finito la lettura del tuo “Elogio del dissenso” e desidero comunicarti alcune riflessioni. Innanzi tutto grazie. Come al solito è scritto bene ed affronta un tema importante per chiunque desideri essere cattolico oltre un’etichetta di superficie. Di particolare interesse ho trovato la seconda parte, dove proponi temi per un dissenso attuale in questioni come le ambivalenze legate alla pena di morte, la voluta confusione tra desiderio e concupiscenza, o il rapporto tra coscienza e magistero. Il titolo non poteva essere più azzeccato, mentre la copertina è decisamente bruttina, ma so che non dipende da te. La tua tesi è continuamente espressa con la domanda “è lecito dissentire?” ed effettivamente anch’io credo e dico da tempo che il problema della Chiesa di oggi non è il celibato, o il sacerdozio femminile, o i rapporti prematrimoniali, o chissà cosa altro ancora… Il problema è parlarne. Parlare di qualunque cosa in modo costruttivo, aperto, senza timori di essere spodestati da una parte e scomunicati dall’altra. Ma se su questa tesi di fondo mi trovi perfettamente d’accordo, mi chiedo perché non sei andato oltre chiedendoti perché la Chiesa non dialoga, o come dici tu, perché teme il dissenso e impone il consenso. Cosa ha il consenso in più rispetto al dissenso? Qualcosa in verità dici: la Chiesa non vuole entrare in contraddizione con dichiarazioni del passato. Ma speravo tu approfondissi di più questo dogma della non – contraddizione, o del non dover mai chiedere scusa e ammettere di aver sbagliato. Perché qui si gioca la partita. La prima parte del tuo libro insiste molto a favore del dissenso, sostenendo che in fondo qualche forma di contestazione nella Chiesa c’è sempre stata nonostante tutti i tentativi della gerarchia di domarla. Non ritengo che questa analisi riesca a provare granchè, perché non è detto che ciò che c’è sempre stato sia per questo giusto. Così è per le guerre, o se vuoi, per il mestiere più antico del mondo, la prostituzione. Un alto prelato potrebbe velocemente risponderti che in fondo anche il peccato c’è sempre stato e sempre ci sarà, perché fa parte dell’uomo decaduto, ma non per questo bisogna andare sempre e comunque dietro a tutto ciò che l’uomo fa. Io ti chiederei di sviluppare di più in un tuo futuro lavoro le ragioni per cui la Chiesa ha condannato il dissenso ed ha abbracciato il consenso, perché mi sembra che hai tutti gli strumenti per farlo. In particolare vedrei alle radici di questa scelta il fatto che è il popolo stesso che, non essendo davvero cristiano, continua a chiedere al Vaticano cosa pensare e cosa credere. E’ il popolo che delega al vertice una fatica di sintesi interiore che lui non sa fare. E’ il popolo che, per i vertici, và monitorato, che non và “disorientato”, come ricordi anche tu. La gerarchia, spaventata dalla confusione arrecata dal Concilio e dai bassi numeri di affluenza, sta a questo gioco, e sentendosi pienamente legittimata, fa le sue crociate. Manca poi un più esplicito elogio del consenso. Immagino che quando tu elogi il dissenso non intendi disprezzare il consenso, mentre invece il rischio è che si recepisca questo. Perché non mettere maggiormente in luce che anche il consenso è un bene, anzi forse l’obbiettivo ultimo da raggiungere attraverso la strada fruttuosa del dissenso. Il consenso non è un contro valore, ma lo diventa quando è imposto: questo io lo avrei detto con forza. Ti dico questo perché mi preoccupa molto il dilagare di un cattolicesimo critico a priori. Sembra, in certi gruppi, che una cosa sia sbagliata semplicemente perché l’ha detta il papa o un cardinale (in parte questo argomento è presente, verso la fine). Io, come te, non approvo questa forma di dissenso a tutti i costi, un dissenso sempre e comunque, dettato più dal bruciore delle proprie ferite che dalle argomentazioni che si stanno trattando. E’ un dissenso che non viene preso in considerazione dai vertici e che divide in mille rivoli le tante anime critiche del mondo cattolico. Un’ultima annotazione. Tra i bei capitoli della seconda parte sarebbe stato bello anche una visuale critica alla “pastorale ordinaria” che la Chiesa persegue con grande devozione ormai da parecchi anni. Quella pastorale che insiste sul catechismo per la comunione, poi per la cresima. Che propone il coro, l’incontro con il gruppetto in cui si parla dell’amore e dell’amicizia con i sopravissuti… Quella pastorale che insiste su benedizione alla case, matrimoni, funerali: in una parola, la pastorale che mi ha distrutto come prete e mi ha costretto a lasciare la veste. Ricordo di aver tentato di metterla in discussione, dire “bisogna proprio fare così?”, ma non è stato possibile muovere neanche un sassolino. E non si parlava di dogmi di fede. Si parlava di pastorale, di modalità alternative per giungere allo stesso scopo. Nella Chiesa di oggi dilagano con grande successo i movimenti e le parrocchie continuano il loro tran tran quotidiano, piangendosi addosso e imprecando contro “i giovani d’oggi che non son più quelli di una volta. Mi rendo conto che non potevi parlare di tutto in un libretto di 200 pagine. Ci tenevo però a dirti queste cose. Sai quanto tengo in considerazione il tuo pensiero e quanto ti stimo, ma d’altra parte, se questo benedetto dissenso non cominciamo ad esercitarlo tra di noi che lo predichiamo, di certo non lo recepiranno i vescovi. Ciao, a presto. Mauro Borghesi
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