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Dal libro di Carlo Vai, un prete che si libera del passato tormentoso attraverso l’autoanalisi dei suoi sogni e sposa felicemente la sua Musa
 

 

 

Carlo Vai, Totem e il Briccone – Dipingere il sogno… Una sorprendente tecnica di guarigione

ECIG, Genova 2005

 

OGNO E VITA DESTA

   Noi ci siamo sempre interessati ai nostri sogni. E ci rammarichiamo continuamente che non esista ancora nessuna biografia dell’uomo notturno, come ve ne sono tante degli uomini diurni. Cancellare il rammarico di Roger Bastide (un sociologo con interessi nell’ambito della psicologia e dell’antropologia) e il nostro, proponendo una storia dell’uomo notturno, e rivendicandole pari importanza a quella dell’uomo desto, è lo scopo principale di questo libro. Che la qualità degli eventi notturni sia almeno equivalente a quelli del giorno è data dalla comunicazione che esiste fra i due mondi, all’affinità fra la faccia visibile e quella nascosta del nostro cervello, alla «continuità fra le preoccupazioni della veglia e quelle dell’essere addormentato, perché ‘l’essere sociale’ sarà sempre collegato a ciò che avremmo pensato appartenesse al puro soggettivo» (R. Bastide, Sogno, trance e follia, Milano 1976, p. 16).

   La collateralità fra i sogni e la vita desta non deve far pensare a un necessario parallelismo fra i due mondi. Come si vedrà in quelli esaminati, la prima regola del sogno è di  possedere uni-camente quelle regole che provengono dall’insieme dei sogni stessi.  Ad esempio, i sogni erotici del mio soggetto (di una libertà la più sfrenata) soltanto di rado trovano un correlativo nella vita diurna (in cui la realtà sessuale è assai limitata): nel caso specifico i miti universali, come  gli archetipi dell’iniziazione sessuale, prevalgono sulle problematiche della vita diurna. Inoltre, gli stessi miti universali sono arricchiti da quelli individuali con i quali vi è  un rapporto dinamico senza posa.

 

 

LA TERAPIA DEL SOGNO

 

   La presente biografia non è pura ricerca teorica, poiché si  dipana in un processo di guarigione. Il sottotitolo con il genitivo possessivo (terapia del sogno) è di per sé rivelatore: non è già il terapeuta che si avvale del sogno come strumento curativo, ma è la vita onirica di per se stessa che opera la trasformazione, utilizzando i mezzi che appaiono all’interno del sogno stesso. Ad esempio, il filo conduttore del primo sogno esaminato La farfalla che guarisce non è il sesso come tale il protagonista né lo sono i simboli presi isolatamente (farfalla, infermiera, donna-maga…)  ma il contesto terapeutico in cui tutte le scene sono situate: non a caso gli episodi si svolgono in ambiente ospedaliero. La per-cezione della privazione sessuale come fonte di malattia è fondamentale per il paziente ed è quella che scatena il sogno stesso; ma, il paziente diventa consapevole che l’immagine dell’ospedale sia la manifestazione di un disagio,  soltanto al mo-mento del risveglio e il terapeuta se ne rende conto quando il sogno viene raccontato.

   La coscienza di malattia è una sensazione fisica che  si manifesta nel sogno sotto forma simbolica e concreta nello stesso tempo. La stessa fisicità che domina il sogno  indicherà la traccia per le prescrizioni terapeutiche: esse non saranno quelle della sola interpretazione verbale né del ricorso agli archetipi della specie umana ma quelle gestuali del sogno stesso, un gesto che sarà sia di tipo muscolare che neurovegetativo. Per rimanere nell’ambito del sogno La farfalla che guarisce, per il sognatore che sputa sangue (un linguaggio onirico di sofferenza tutt’altro che banale), il suggerimento sarà di espellere una situazione percepita come patologica. E, poiché l’inconscio comprende solamente il linguaggio dei gesti, toccherà al terapeuta indicarne uno che concretizzi l’esperienza di malattia: ad esempio, il paziente potrebbe recarsi in un ospedale per visitare un suo amico am-malato. Dall’identificazione con l’amico potrebbe iniziare il processo di guarigione. In sostanza, la considerazione della fisicità e delle  sensazioni notturne  è indispensabile sia per capire il so-gno che per indicare la terapia. Persuadersi che il sogno sia la strada maestra per conoscersi e per guarire non è facile:

   «Dopo Cartesio, noi abbiamo chiuso le porte tra la notte e  il giorno; abbiamo svalorizzato la metà notturna della nostra vita; questo non vuol dire, naturalmente, che i fantasmi non possano più  passare; la psicologia ha dimostrato il contrario, ma non possono più passare che a titolo individuale, nascondendosi  sempre, o, come dicono i medici, divenendo illusioni e restando incoscienti» (R. Bastide, o.c., p. 38).

   È indicativo che sia un sociologo e non uno psicoterapeuta ad enfatizzare il  peso del sogno per la salute mentale: Io sono sempre più persuaso che il maggior numero delle nostre malattie mentali provenga dal fatto che non si dà libero corso ai fantasmi notturni e a  tutti quei desideri che si trovano nascosti in fondo a noi (R. Bastide, o.c., p. 38).

 

 

IL BRICCONE E IL SOGNO

 

   Pensare che il sogno abbia potere guaritore, senza ancorare tale credenza a una qualche teoria della conoscenza sarebbe puerile e saprebbe di magia. Del resto, la teoria freudiana dell’inter-pretazione,  riducendo la ricchezza onirica alla ragione e di fatto limitandola, ha il merito di ben definire il campo della ricerca, ma anche di limitarlo. È quanto ha ben compreso Michel Foucault:

   «Freud non è riuscito a oltrepassare un postulato della psicologia del XIX secolo: che il sogno è una rapsodia d’immagini. Se il sogno fosse solo questo, lo si potrebbe esaurire in un’analisi psicologica. Se il sogno non si lascia esaurire in un’analisi psicologica, è perché rientra anche nell’ambito di una teoria della conoscenza... Il sogno viene definito come una forma d’esperienza assolutamente specifica che fa capo a una teoria della conoscenza» (Michel Foucault, Il sogno, Milano 2003, p. 28).

   Da ciò si può dedurre che il sogno si trova in una posizione di privilegio rispetto all’esperienza diurna, e si può leggere in una visione del tutto nuova il detto di Eraclito: Morte è quello che vediamo da svegli, sogno è quello che vediamo dormendo (Eraclito, fram. DK B21).  Il  pensiero eraclitèo  può suggerire non soltanto che il sogno impedisce di presagire la morte ma anche che la vera e totale conoscenza di noi stessi avviene attraverso il sogno.

   Si veda ancora, come esempio, il primo sogno analizzato, La farfalla che guarisce: quale tipo di analisi, anche la più approfondita potrebbe condensare in una diagnosi così impietosa la situazione del paziente? Quale descrizione verbale potrebbe sostituire la ricchezza emozionale del racconto della notte? Già, perché le immagini sono cariche di vibrazioni emotive: la paura del sangue  (con tutte i coinvolgimenti che tale simbolo comporta, non solo di ferita e morte ma anche di vita come le mestrua-zioni...), la speranza di guarire (la farfalla), la delusione e l’impotenza (la farfalla intirizzita…).

   Ma, vi è nel sogno una presenza ancora più implicante, che risale  ad un livello di coscienza molto anteriore alla nascita del mito: (C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, vol. 9*, Boringhieri, p. 255) la figura del Briccone.

   Il  Briccone è  una sorta di seconda personalità dal carattere puerile e inferiore. I tiri scherzosi e maligni di questo secondo spirito sono universalmente noti, come la scarsa intelligenza, o addirittura la stupidità che contrassegna le sue «comunicazioni» (C.G. Jung, o.c., p. 248 ss.).

   Orbene, il ciclo del briccone  dispiega  tutti i suoi tratti, ora minacciosi ora burleschi, nel sogno Il drago mascherato o la città del piacere, oltreché in molti sogni del presente saggio. L’humor da cui è animato il drago è uno degli aspetti di maggior rilievo della sua personalità; spodestato dalla coscienza vigile ma pronto a riemergere dalle foschie notturne e a segnare anche la vita da svegli, l’immagine del Briccone accompagna molti dei nostri sogni, quasi a compensare le rigidità e i freni di una razionalità spesso banale.

   Riconoscere che  la figura del Briccone non è un’estranea che irrompe di nascosto come elemento di disturbo nell’Io, ma fa parte della nostra personalità con la quale bisogna riconciliarsi, è il primo atteggiamento da tenere per liberarsi dal male.

   Questo faticoso lavoro di ricostruzione integrale della personalità, che considera la vita psichica nella sua indivisibilità di notte e di giorno, di sonno e di veglia, di attenzione vigile e di sogno, è stato compiuto dal mio cliente con una sincerità inesorabile.

   Già fin dalle prime battute appare che la storia personale del sognatore s’intreccia con quella del Sogno, e ne diventa la rappresentazione concreta. La svestizione, infatti, non è soltanto quella che compie il mio paziente, gettando la tonaca alle ortiche  (cosa che, peraltro, egli aveva già fatto da qualche tempo, vestendo anonimi jeans), ma anche quel gesto ricco di simbolismo che fa ognuno di noi la  sera, prima di immergersi nel sonno e affidarsi al Sogno.

   L’amico della notte non è un optional  per la vita diurna ma un terapeuta insostituibile per guarire dal male di vivere. Che cosa è il nostro piccolo ego, padrone  della vita desta, se non mayaa  cioè apparenza, un abito difficile da svestire, fonte di condizionamenti inveterati e causa di ogni male?

   Se l’io si dissolvesse, terapeuta, paziente e lo stesso lettore potrebbero coesistere in una sola persona. La svestizione diventerebbe allora un imperativo ecologico per la mente di ognuno, perché… domani è, davvero, un altro giorno.

 

 

Carlo Vai, Totem e il Briccone, ECIG, Genova 2005

Recensione di Ausilia Riggi

Leggendo l’originale libro del prof. Vai, non ho potuto fare a meno di confrontarmi con la psicologia del profondo con la quale bazzico da decenni,  e della quale riconosco meriti e… demeriti. Non ho esitazione ad affermare che nessuno ha finora sviluppato quanto lui le possibilità terapeutiche attraverso l’analisi dei sogni. Lo stratagemma da lui inventato di triplicarsi nella figura di cliente, di terapeuta e di narratore informatissimo, rendono meno pesante  la lettura del processo di liberazione che gli ha permesso il sogno (oh! è quest’ultimo il quarto, anzi il primo personaggio: Maestro creativo e sapiente, ancor più che dotto).

Non so fino a che punto possa essere esaudito il suo intento di permettere a chi lo leggerà di rispecchiarsi nel processo di liberazione che tutti, nessuno escluso, debbono compiere per evitare che un totem prevarichi e diventi l’ossessione di tutta la vita. Benché lui sostenga con forza di presentare un modello laico di maturazione umana, ci troviamo di fronte ad un caso difficile, assimilabile soltanto a quelli propri dei sistemi totalitari. Se pensiamo che una formazione standard come quella che prepara al ministero presbiterale è affidata a persone dello stesso sesso, celibi in perpetuo, e si svolge in un ambiente sacrale in cui aria luce ebbrezza di vivere sono contenute in uno sfondo e in figure di cartapesta, quali quelle di cui sono intessuti i sogni, non possiamo davvero concedergli che i suoi sogni assomiglino a quelli di chi vive più o meno a cielo aperto.

Prendo (davvero) a caso una frase di introduzione ad un sogno, pag. 33: “Ambiente tipo corte di mandarino o principe persiano. Mi sento smarrito perché non conosco nessuno: ciononostante sono ammesso nell’intimità delle caste elevate e mi ritengo un privilegiato”. Mi permetto di sostituirmi agli interpreti che lui pone nel libro, cliente e terapeuta, e dico cosa leggo io nelle testuali parole. a) Ambiente artefatto. b) Privazione di conoscenza di persone concrete, ed infatti l’istituzione non tollera rapporti di vero scambio interpersonale. c) Ammissione a caste elevate, come lo è quella sacerdotale. d) Introduzione nell’intimità di tali caste: il che è la più grossa fregatura per un giovanetto che di intimità sperimenta soltanto quella… con l’Ordine Sacro. e) Infine: ritenersi privilegiato! E così il plagio è bello e compiuto.

Altro che parlare da laico a laici: siamo di fronte ad un soggetto de-formato da un clericalismo che permea le parti e l’insieme. Alla vita con le sue pulsazioni si  sostituiscono da protagonisti sogni congegnati in funzione di significati precisi, bene inseriti nella gradualità del processo di liberazione; e quindi, o inventati (ma allora ci troviamo di fronte ad un mostro di ingegno creativo), o la sua personalità va in parallelo con gli studi, sicché, anche sognando, il suo sapere produce contenuti originali ma aridamente ordinati, mitigati e illuminati da immagini dense e colorate, fiabesche o da film dell’orrore, o da interni di convento alla Umberto Eco. La donna è sempre raccontata, mai parlante.Il totem, Madre Chiesa, è il mostro invisibile che incanala la sua singolare capacità di ideazione in una progressione di comparse ad usum delphini. Eppure, se chi legge ha la pazienza di sintonizzarsi con questa sorta di narrazione a puntate, attingerà un materiale di studio e di conoscenza delle dinamiche del profondo che non ha l’eguale in un testo che definirei romanzato.

Ma ecco alcune note specifiche.

Mi pare che sia sottovalutata la fantasia. Avendo trovato nel sogno zone nascoste della personalità, l’Autore, in combutta con la psicologia del profondo, fa di questo la pietra filosofale che tutto trasforma in significati. Capisco che il sogno può includere il tutto della persona e tradurlo in forma inedita. Ma, a mio parere, altrettanto, se non meglio può avvenire attraverso la fantasia creatrice (non parlo della libera immaginazione), e ancor più tramite quell’illuminazione interiore che proviene da ciò che i mistici chiamano “fondo dell’anima”.

Quando Vai parla di “abbuffata di esperienza cosmica più che di Eros”, mi dico: possibile che l’esperienza cosmica la suscitino soltanto i sogni? e poi perché essa dovrebbe essere qualcosa in cui Eros avrebbe poco da immettere di suo? Cosa sarebbe l’inebriarsi del Tutto senza Amore? Guai se il giorno fosse tutto illuminato dalla razionalità. In esso ci sono le ombre e si possono ricavare insegnamenti sapienti anche da un nonnulla, grazie ad un meraviglioso senso di comunicazione interiore con ciò che lo trascende, mentre gli è immanente.

Il percorso terapeutico additato a quale tipo di liberazione fa giungere? All’affrancamento dell'energia sessuale? alla ricostruzione della persona? Io vedo, nonostante tutto, più la pars destruens che la costruens; tanto che, alla fine, si parla del potere con un'aggressività.... adolescenziale:  “ma quando mai capiranno i signori del Potere, attenti bene, quello con la P maiuscola, che devono smetterla di considerarci selvaggina da preda?”. Allora vogliamo convertire il potere o cambiare noi stessi, per svincolarci dal totem? Certamente contro il Potere-dominio bisogna lottare, ma si vince se non se ne è ancora schiavi dentro di sé.   

Poi, scusa la mia insolenza, la sessuofobia della Chiesa, “causa di infiniti totemici mali”, ha bisogno di essere espulsa, cancellata, bruciata, annullata, eccetera, o di essere finalmente convertita in visione serena della sessualità, con tutta l’energia positiva di cui è capace?   

Anche se la presenza del Briccone permette che vengano smussati certi toni, a me piacerebbe veder afflosciare su se stessa l’onnipotenza usurpatrice del Potere come una bolla di sapone. Uso anch’io la parola trasgressiva, dietro il suo cattivo esempio: bisogna fregarsene! E trovare spazi propri di libertà. Tanti, infiniti!

Mia nota finale. Lo sforzo dei preti sposati per uscire indenni dai condizionamenti della pretesa trasformazione ontologica ( = l’essere umano che diventerebbe a l t r o, cioè s a c r o) dovrebbe orientarsi verso la valorizzazione di se stessi; e dimostrare con i fatti che dalla repressione sessuale si è usciti per la chiarezza morale fatta dentro di sé, perché si è raggiunta, o si è in via di raggiungere la libertà di spirito. Senza rituali di cancellazione, ma a braccetto di Briccone, ad esercitare la professione dell’Adattato (contro il Disadattato dei suoi sogni) al cambiamento radicale. Che bella occasione l’esperienza di vita precedente! E che bella occasione ci viene offerta per discuterne e farne tesoro.

TOTEM E IL BRICCONE". Psicoterapia di un prete sposato per guarire con i sogni.  Il sognatore cioè il protagonista del libro è un prete cattolico, che si sottopone alla terapia del sogno e che al termine del suo percorso di guarigione svestirà l'abito per sposarsi. E tu di che Totem sei?

Il libro TOTEM E IL BRICCONE  (VAJ CARLO, Totem e il Briccone. Dipingere il sogno. Una sorprendente tecnica di guarigione, Ecig, Genova, 2005, pag. 181, euro 14; clicca qui per visitare la pagina web del libro) che sarà presentato il 27 aprile alle ore 15,30 a Roma in via Sicilia 166/b, permette molte chiavi di lettura. Sotto il profilo teorico è un testo di psicologia del sogno, inteso non soltanto come mezzo diagnostico, atto a farci comprendere meglio la nostra vera personalità, ma anche come strumento terapeutico: in altre parole, i nostri sogni sono il nostro miglior medico.

Tuttavia, l'argomento sogno è così vasto e complesso da esigere una qualche specificazione: per districarsi nell'interpretazione, la lettura dei sogni avverrà attraverso le categorie psicologiche di Totem e di Briccone; la prima è a tutti nota, per essere stata bene illustrata da Freud nell'opera Totem e tabù, quella del Briccone è stata spiegata da C.G. Jung. Così, tutti i nostri sogni si possono classificare come temibili, spaventosi, totemici, appunto, oppure giocosi, allegroni, bricconeschi! Queste sono le due visioni con cui possiamo leggere i nostri sogni. E questa è anche la trama del libro, che si articola in una quarantina di sogni e nella loro interpretazione da parte dello psicoterapeuta durante la seduta.

Sorge ora la domanda: chi è il sognatore cioè il protagonista del libro? La risposta ha tutto il sapore di un vero colpo di teatro, perché si tratta di un prete cattolico, che si sottopone alla terapia del sogno e che al termine del suo percorso di guarigione svestirà l'abito per sposarsi. La storia dell'ecclesiastico che getta l'abito alle ortiche è spesso vista come un fenomeno di costume, quando non è descritta e vissuta come un episodio di scandalo morboso. Questa volta, invece, è privilegiato il risvolto psicologico. Non è frequente, davvero, che un prete si metta in discussione davanti allo psicoanalista e ancor meno che dia in pasto al pubblico il suo interiore travaglio. In questo libro, invece, la sincerità del protagonista è spietata e non viene meno neppure di fronte al quasi inaccessibile tempio dell'inconscio. Eppure, ciò talvolta è scambiato per oscenità.

 La peculiarità del paziente non dovrebbe, però, distrarre il lettore.  La sostanza del libro rimane prettamente psicologica e didattica. Il lettore, sotto questo aspetto, può vedere rispecchiata nella storia descritta, quella della propria quotidiana svestizione. Dice, infatti, l'autore: Già fin dalle prime battute appare che la storia personale del sognatore s'intreccia con quella del Sogno, e ne diventa la rappresentazioine concreta. La svestizione, infatti, non è soltanto quella che compie il mio paziente gettando la tonaca alle ortiche (cosa che, peraltro, egli aveva già fatto da qualche tempo, vestendo anonimi jeans ) ma anche quel gesto ricco di simbolismo che compie ognuno di noi la sera prima di immergersi nel sonno e affidarsi al sogno. 'L'amico della notte' non è un optional per la vita diurna ma un terapeuta insostituibile, per guarire dal male di vivere. Che cosa è il nostro piccolo ego, padrone della vita desta, se non mayaa cioè apparenza, un abito difficile da svestire, fonte di condizionamenti inveterati e causa di ogni male? Se l'io si dissolvesse, paziente, terapeuta e lo stesso lettore potrebbero coesistere in una sola persona. La svestizione diventerebbe un imperativo ecologico per la mente di ognuno, perché... domani è un altro giorno.

Ci associamo alla visione dell'autore e ci accostiamo a questo libro come ad un vero manuale per apprendere l'arte del ben sognare.                                 

Il libro di Carlo Vaj, presentato lo scorso anno alla Fiera internazionale del libro di Torino, il cui tema era appunto Il Sogno, ed ha riscosso un pregevole successo.  

"Chi ha subito il fascino dell'avvincente e provocatorio Codice daVinci di Dan Brown non resterà deluso dalla lettura del libro di Carlo Vaj. La prima impressione è che ci si trova anche qui davanti ad un divertente esercizio di deciframento: l'autore sogna Jean Paul Belmondo in una chiesa vestito da prete. Cosa significa? Basta tradurre in italiano e ritroviamo Giovanni Paolo, grande viaggiatore per il mondo (il bel mondo ?) per di più (ex-?) attore. Ma il Codice da Vinci è richiamato anche dal tema della repressione del femminino operata dalla chiesa: anche in Vaj ritroviamo simboli e archetipi che rimandano alla psicologia del profondo di Jung. Per Vaj l'uomo è un'unità che ha un lato notturno (il sogno) e uno diurno (la ragione), pertanto il sogno dice anche qualcosa all'uomo sveglio. Questo messaggio per l'uomo sveglio è un messaggio terapeutico, un messaggio che il terapeuta suscita, esprimendo a parole quello che nella nostra cultura è tabù, ispirandosi alla terapia provocativa di Frank Farrelly.

         La voce del narratore nel libro è quella del terapeuta che interpreta una quarantina di sogni del suo paziente, riportando anche i dialoghi tra lui e il paziente e aggiungendo le proprie riflessioni. I sogni sono raggruppati sotto quattro argomenti: il sesso, il briccone, la purificazione, la libertà. L'accostamento di un tema freudiano, come il sesso, e no junghiano, come il briccone, mostra che l'autore non bloccato dalla rigidità di una scuola psicologica, ma si basa sulla propria lunga esperienza di terapeuta. Per fortuna, alcune digressioni consentono anche ai non esperti di orientarsi nei presupposti teorici. Per sempio, il tema del briccone, caro all'autore, viene ampiamente illustrato in un paragrafo specifico: è l'aspetto burlesco, il birichino presente anche nell'uomo contemporaneo che se ne ride di Totem, è il pazzo che dichiara pazza la Somma Autorità.

         Ritornando al confronto con il Codice da Vinci, dobbiamo riconoscere all'Autore anche una notevole creatività letteraria. Egli si presenta come il terapeuta, ma in realtà egli è anche il paziente, i sogni che analizza sono ipropri. Questo sdoppiamento è possibile per il lungo esercizio di riflessione che ha esercitato per trent'anni sui propri sogni, seguendo quanto fece Jung nel periodo di autoanalisi durante il soggiorno sul lago di Zurigo, quando disegnava anche i propri sogni. Questo sdoppiamento suggerisce anche le modalità con cui porsi le domande sul significato dei sogni e quindi soggerisce ad ogni lettore un percorso per leggere i propri sogni. Inoltre Vaj dà sfogo alla sua vena affabulatrice nella parte conclusiva del volume, intitolata La dispensa, dove l'esperienza di uscita dalla chiesa anche tramite un processo canonico è descritta in una forma narrativa che mette in bocca ai personaggi considerazioni generali sulla chiesa.

         Questa autobiografia cammuffata costituisce anche un contributo alla psicologia, in quanto presenta un argomento poco studiato: i sogni dei preti. Già Roger Bastide invitava a trattare il sogno dal punto di vista sociologico, infatti i sogni dei preti sono probabilmente diversi da quelli degli altri gruppi sociali" (Claudio Balzeretti).

 

"Totem... chi è costui? Come il Carneade di don Abbondio, Totem è il grande sconosciuto". Non ha difficoltà a parlare del feticcio Carlo Vaj, e ne parla non da barone cattedratico ma con il linguaggio feriale, accessibile ad ognuno, aggiungendo: "Nessuno non lo ha mai visto in faccia Totem, anche se, al sentire il suo nome, il nostro inconscio rigurgita una mole d’emozioni e significati che evocano qualcosa di misterioso e nascosto, d'intoccabile, di taboo… perché Totem evoca il terribile, il numinoso, il sacro, ciò che è proibito. Non vi è Totem, infatti, senza taboo, senza la gran minaccia: Se tu mangerai il frutto dell’albero, morrai!

                        Ha ragione Vaj nell'affermare il carattere impenetrabile di Totem, ma il nostro desiderio di conoscere è smisurato e vorremmo comprendere qualcosa di più sui segni d'identità di questa figura psicologica: "Totem è il gran ladro, quello che ruba una parte più o meno ampia di noi stessi, un ladro di personalità. Talvolta c’identifichiamo con qualcuno o qualcosa che ammiriamo o temiamo, al punto che quella personalità entra in noi, spodestando il nostro carattere originario. Sotto tale aspetto di predatore, i nomi di Totem possono essere diversi: il padre-padrone o il compagno di banco, un'ideologia o il presidente del Consiglio, il Papa, il Grande fratello, la televisione... Sono tutte figure totemiche, sono tutti ladri d'uomini".

   A questo punto del discorso, una domanda è d'obbligo: "Come possiamo conoscere il nostro (o i nostri) Totem? La risposta è lapidaria: "Il sogno e il soltanto il sogno è la pista ben riconoscibile lasciata dagli abitatori totemici interni, il marcatore infallibile per risalire agli inquilini abusivi del nostro cervello. Un sogno ricorrente, non necessariamente angosciante (talvolta personaggi che esecriamo nella vita da svegli sono oggetto d'ammirazione nelle immagini della notte) può rivelarci che non siamo soli nel nostro cerebro.

   Dulcis in fundo, la domanda più rilevante: "Come spodestare Totem e rientrare in possesso dei nostri domini mentali? Anche questa volta la risposta di Vaj è più che concisa: "Semplice. Abbiamo accanto a noi, intendo dire tra le nostre risorse psichiche, la figura archetipica del Briccone (tratteremo del Briccone nei prossimi articoli). Come Ghilgsamesh nell'omonima saga sumerica ha sconfitto il totemico mostro Husaba grazie all'aiuto dell'amico Enkiddu, l'uomo selvaggio e briccone matricolato, così noi avremo la meglio sulle paure ancestrali che reprimono la nostra vera personalità".

Il   libro TOTEM  IL BRICCONE (VAJ CARLO, Totem e il Briccone. Dipingere il sogno. Una sorprendente tecnica di guarigione, Ecig, Genova, 2005, pag. 181, euro 14), sarà presentato  giovedì, 27 aprile 2006, alle ore 15.30, a Roma presso la sede della FREE LANCE INTERNATIONAL PRESS in  via Sicilia 166/b.

Il libro  è un testo di psicologia del sogno, inteso non soltanto come mezzo diagnostico, atto a farci comprendere meglio la nostra vera personalità, ma anche come strumento terapeutico: in altre parole, i nostri sogni sono il nostro miglior medico. Un vero manuale per apprendere l'arte del ben sognare.

Totem e il Briccone è stato presentato dal prof Alberto ROSSATI nel 2005 alla FIERA INTERNATIONALE DEL LIBRO DI TORINO ed è stato corredato da parecchie recensioni delle quali diamo un breve saggio.

Leggendo questo originale libro, non ho potuto fare a meno di confrontarmi con la  psicologia del profondo con la quale bazzico da decenni, e della quale riconosco meriti e...demeriti. Non ho esitazioni ad affermare che
nessuno finora ha sviluppato quanto Vaj le possibilità terapeutiche  attraverso l'analisi dei sogni. Lo stratagemma inventato dall'autore di  triplicarsi nelle figure di cliente, di terapeuta e di narratore informatissimo, rendono meno pesante la lettura del processo di  liberazione tracciato dai sogni ( oh! è quest'ultimo, il quarto, anzi, il primo personaggio: Maestro creativo e sapiente ancor più che dotto).
dr.prof. Ausilia Riggi, psicopedagogista e scrittrice.
 



Questo libro l'ho letto tutto, e l'ho trovato bellissimo come un nonsense, una specie di blob scandaloso,irritante e spietato per gli accostamenti apparentemente casuali e ingenui, che poi sono la vita quotidiana. E' l'itinerario terapeutico di un prete sciupafemmine ( di cui non si sa come si spendesse nella pastorale, peccato perché sarebbe un tassello interessante....)
Il capitolo finale sulla dispensa è il soggetto di un film che potrebbe anche andare in prima serata, adesso che gli affari ecclesiastici hanno il massimo dell'audience televisiva...
Un libro che pone interrogativi e che non dà altra risposta che l'invitarci a cercare in noi il senso del nostro cammino.

dr. Gianfranco Monaca, grafico e vignettista



Chi ha subito il fascino dell'avvincente e provocatorio CODICE DA VINCI di Dan Brown non resterà deluso dalla
lettura del libro di Carlo Vaj. La prima impressione è che ci si trova anche qui davanti ad un divertente esercizio di decifrazione: l'autore sogna Jean Paul Belmondo in una chiesa vestito da prete. Cosa significa? Basta tradurre in italiano e troviamo Giovanni Paolo, grande viaggiatore per il mondo ( o il bel mondo ?) per di più (ex-?) attore.
Ma IL CODICE DA VINCI è richiamato anche dal tema della repressione del femminino operata dalla chiesa...
Questa autobiografia camuffata costituisce anche un contributo alla psicologia, in quanto presenta un argomento poco studiato: i sogni dei preti. Già il sociologo Roger Bastide invitava a trattare il sogno dal punto di vista sociologico, infatti, i sogni dei preti sono probabilmente diversi da quelli degli altri gruppi sociali,

dr. prof. Claudio Balzaretti, docente di
storia.

 

appunti per gli amici della

redazione di SULLA STRADA

 

Carissima / o,

                        eccoti alcune riflessioni sul libro di cui già ti avevo parlato nei nostri incontri di redazione; esse non vogliono anticipare il giudizio che tu darai di queste pagine né condizionarlo, ma soltanto illustrarti le ragioni che mi hanno indotto a scriverlo,  come esso si colloca nell'ampia letteratura sull'argomento dei religiosi/e che hanno lasciato l'istituzione, nonché farne un oggetto di dialogo nel prossimo incontro di redazione.

                        TOTEM E IL BRICCONE  racconta il travaglio interiore di un prete, una crisi durata trent'anni e conclusasi con la svestizione. Non si configura, dunque, come una novità tra i testi che, sotto forma di diario o di saggio, sono stati scritti da suore o preti che hanno...mollato. La cosa strana é che la prima di copertina non dice nulla sul contenuto specifico del libro. Esso recita, infatti: Totem e il briccone - Dipingere i sogni - Una sorprendente tecnica di guarigione. Ma non si tratta di mascheramento o di mistificazione.

                        La mia idea di dare un'impronta laica a questo libro ha trovato la piena adesione della casa editrice, specializzata in testi universitari, ma non solo: essi vanno dalla filosofia, alla cultura giudaica, dal pensiero orientale all'esoterismo alla psicologia. Era, quindi, ragionevole avere un titolo profano.

                     Molte opere come questa, pregevoli sotto molti aspetti, hanno un deficit formale: odorano di sacrestia e sembrano rivolte a lettrici e lettori che ancora vestono il saio.

                     Ma, non è l'incenso a disturbare: sono convinto che il linguaggio è la precondizione per essere letti dai non addetti ai lavori, e la forma linguistica scelta è quella della psicologia: una psicologia non dotta né da salotto ma della strada o da rotocalco, laica a tutti gli effetti;  e noi sappiamo quanto i laici costituiscano una sponda indispensabile, per raggiungere le nostre mete! E' giusto quindi usare il vocabolario da loro conosciuto.

                      Non ultimo criterio per la scelta del titolo è lo spazio in cui il testo sarà presentato nel prossimo mese di maggio: il Salone del Libro di Torino che avrà come tema centrale, appunto, Il Sogno. Nel suo aspetto narrativo saranno raccontati e analizzati un centinaio di sogni, sul cui carattere autobiografico non vi possono essere dubbi!

                        Dopo tali premesse, la presentazione non poteva che essere laicissisma: è quella del prof. Alberto Rossati, titolare di Psicologia Sociale all'Università di Torino.

                        E...i preti sposati ? La casa editrice ha volentieri aderito alla mia richiesta di applicare una fascetta sulla prima di copertina con la scritta su fondo giallo psicoterapia di un prete.

                        Poiché, quando ti ho parlato del mio progetto di libro, ho avuto consensi entusiastici e anche fatti concreti, mi auguro, ora che il piano si è realizzato, di trovare in te un valido aiuto per il suo completamento. E per questo, fin da ora ti ringrazio di cuore

 

Carlo con Luciana

Piazzo di Lauriano (To), 16 febbraio '05

 

Pres.intr.

 

Presentazione

 

   Il sottotitolo di questo libro è «Dipingere i sogni: una sorprendente tecnica di guarigione». Come il lettore avrà modo di notare facilmente le pagine di questo testo costituiscono i tasselli di un mosaico autobiografico: è intuitivo che sia il cliente (a volte chiamato anche allievo o paziente) che il Terapeuta sono due personaggi in cui l’autore ha calato parti diverse del proprio sé. In questo gioco delle parti, il Terapeuta, che si ispira alla Terapia Provocativa di Farrelly e che a volte assume quindi un atteg-giamento sarcastico cerca di aiutare l’allievo-paziente-cliente a far tesoro della grande saggezza contenuta nel sogno considerato l’espressione diretta della saggezza dell’inconscio profondo.

In questa prospettiva il sogno viene considerato non tanto l’esaudimento allucinatorio di un desiderio (come pensava Freud) ma piuttosto come la risposta inconscia ad una situazione-stimolo particolarmente scottante (come ha sottolineato Robert J.Langs).

   In breve, sotto tale profilo il sogno è la via attraverso la quale la nostra mente recupera ed elabora informazioni che, durante lo stato di veglia, per vari motivi siamo costretti a trascurare.

Da questo punto di vista, il libro contiene non soltanto un re-soconto puntuale di singoli viaggi notturni, sviluppati nell’arco di un trentennio, ma anche un unico grande sogno che corre parallelo alla vita diurna e che è, appunto, la biografia emotivo-aggettiva dell’autore.

   Questa autobiografia è scandita da varie tappe particolarmente sofferte, in breve la presa di coscienza dell’importanza della ses-sualità nella nostra vita e, soprattutto il distacco dal sacerdozio e dalla Chiesa cattolica, di cui ci viene fornito un vivace resoconto nella nota storica finale intitolata La Dispensa che non a caso costituisce la conclusione del libro.

   Per concludere, questo testo si può leggere e considerare da diversi punti di vista:

a) - costituisce indubbiamente un interessante documento umano che mostra quanto sia faticoso e doloroso raggiungere un’identità matura e diversa, sottraendosi all’abbraccio soffocante di una Madre (la Chiesa cattolica) che è percepita dall’autore come onnipotente e mortifera, in quanto impedisce una vera  crescita;

   b) - illustra come sia possibile recuperare la ricchezza implicita nel sogno e nel sognare. Da questo punto di vista merita una particolare menzione la tecnica che consiste nel dipingere i propri sogni. Per l’autore i sogni sono immagini in movimento, veri e  propri film registrati nel proprio inconscio. Grazie a questa tecnica, è possibile rivedere, utilizzando l’immaginazione, le scene più significative dell’azione notturna, e poi sceglierne una da tinteggiare. Dato che il colore è il veicolo delle nostre emozioni, allora, in questo modo, si riesce a recuperare la valenza affettiva del sogno stesso.

   c) - Infine, il libro può anche avere un’utilità pedagogica: può cioè costituire un utile strumento per familiarizzarci con il nostro universo onirico. Per  usare le parole dell’autore «leggendo i sogni altrui, potremmo familiarizzare con i nostri stessi amici notturni. Narrati nella loro nuda essenzialità e senza i fronzoli della fantasia dell’uomo desto - quella che  si sviluppa di notte basta e avanza -, i confidenti della notte assumono ora le sembianze  di un saggio bonario che offre consiglio, più spesso quelle di un genio impertinente ma non  malizioso, amante di scherzi inoffensivi e di un humor così piccante che la mente sveglia non saprebbe mai immaginare».

 

E ora, caro lettore, non mi resta che augurarTi Buona lettura!

                                                                                                          Alberto Rossati *

 

* Ordinario di Psicologia Sociale all’Università di Torino.

   Direttore dell’Istituto Universitario per la formazione dei Docenti.

Introduzione

 

 

Il Giorno e la Notte hanno forme differenti, ma viaggiano verso un’unica meta: esse allattano ambedue  l’Infante  divino,  il Pensiero  (RIG VEDA, I,95, 1).

                                          

   Protagonista di questo racconto è il Sogno. I singoli viaggi notturni,  sviluppati nell’arco di  trent’anni,  narrati dal sognatore stesso allo psicologo durante le sedute, costituiscono la trama del libro, dando figura ad un unico grande Sogno,  che corre parallelo alla vita diurna. Ma questo non è un trattato sul sogno né una teoria sulle visioni notturne.

   La lezione freudiana ha reso l’interpretazione dei sogni  parte di quel sapere collettivo che  costituisce la nostra cultura. Tuttavia, che gli amici della notte possano ispirare il nostro comportamento quotidiano, non ha senso per la rigida razionalità occidentale.  

   Presso altre civiltà, al contrario,  non è la ragione che interpreta il sogno ma è quest’ultimo che comanda ciò che avviene di giorno e costruisce la cultura e la storia.

   Nel nostro caso è proprio la guida notturna, la compagna inseparabile nel cammino interiore, a volte gioioso e più spesso sofferto, ad indicare al sognante la strada verso la guarigione.

   Né dovrebbe distrarre chi legge la peculiarità del sognatore: un prete  in profonda crisi d’identità, il quale al termine della terapia avrebbe lasciato la chiesa  e più tardi si sarebbe sposato: uno fra i centomila che, nell’ultimo trentennio hanno svestito l’abito religioso, un quarto di tutto il clero cattolico.

   Di questa storia non interessa il sapore quasi scandalistico che spesso ha accompagnato eventi simili, né l’aspetto sociologico del fenomeno ma piuttosto il percorso psicologico individuale verso la guarigione.

   Di qui, l’apparenza pedagogica del libro. Leggendo i sogni altrui, forse, potremmo familiarizzare con i nostri stessi amici notturni.       Narrati nella loro nuda essenzialità e senza i fronzoli della fantasia dell’uomo desto - quella che si sviluppa di notte basta e avanza -,  i confidenti della notte assumono ora le sembianze di un saggio bonario che offre consiglio, più spesso quelle di un genio impertinente ma non malizioso, amante di scherzi inoffensivi e di uno humor così piccante che la mente sveglia non saprebbe mai immaginare.

   Il Sogno con le sue trovate arcaiche e l’innocente forza dissacratoria, ricco d’istintualità senza freni e di spietatezza nell’abbattere miti e tabù consolidati, pieno di possibilità nell’adattare una sola immagine ai contesti più disparati, non è  immorale né amorale ma pre-morale, in quanto espressione della natura genuina.

   È chiaro che il Sogno può diventare maestro di saggezza soltanto qualora non sia considerato come manifestazione patologica o allucinazione onirica, ma sia vissuto come espressione comune della vita psichica intera.

 

 

SOGNO E VITA DESTA

   Noi ci siamo sempre interessati ai nostri sogni. E ci rammarichiamo continuamente che non esista ancora nessuna biografia dell’uomo notturno, come ve ne sono tante degli uomini diurni. Cancellare il rammarico di Roger Bastide (un sociologo con interessi nell’ambito della psicologia e dell’antropologia) e il nostro, proponendo una storia dell’uomo notturno, e rivendicandole pari importanza a quella dell’uomo desto, è lo scopo principale di questo libro. Che la qualità degli eventi notturni sia almeno equivalente a quelli del giorno è data dalla comunicazione che esiste fra i due mondi, all’affinità fra la faccia visibile e quella nascosta del nostro cervello, alla «continuità fra le preoccupazioni della veglia e quelle dell’essere addormentato, perché ‘l’essere sociale’ sarà sempre collegato a ciò che avremmo pensato appartenesse al puro soggettivo» (R. Bastide, Sogno, trance e follia, Milano 1976, p. 16).

   La collateralità fra i sogni e la vita desta non deve far pensare a un necessario parallelismo fra i due mondi. Come si vedrà in quelli esaminati, la prima regola del sogno è di  possedere uni-camente quelle regole che provengono dall’insieme dei sogni stessi.  Ad esempio, i sogni erotici del mio soggetto (di una libertà la più sfrenata) soltanto di rado trovano un correlativo nella vita diurna (in cui la realtà sessuale è assai limitata): nel caso specifico i miti universali, come  gli archetipi dell’iniziazione sessuale, prevalgono sulle problematiche della vita diurna. Inoltre, gli stessi miti universali sono arricchiti da quelli individuali con i quali vi è  un rapporto dinamico senza posa.

 

 

LA TERAPIA DEL SOGNO

 

   La presente biografia non è pura ricerca teorica, poiché si  dipana in un processo di guarigione. Il sottotitolo con il genitivo possessivo (terapia del sogno) è di per sé rivelatore: non è già il terapeuta che si avvale del sogno come strumento curativo, ma è la vita onirica di per se stessa che opera la trasformazione, utilizzando i mezzi che appaiono all’interno del sogno stesso. Ad esempio, il filo conduttore del primo sogno esaminato La farfalla che guarisce non è il sesso come tale il protagonista né lo sono i simboli presi isolatamente (farfalla, infermiera, donna-maga…)  ma il contesto terapeutico in cui tutte le scene sono situate: non a caso gli episodi si svolgono in ambiente ospedaliero. La per-cezione della privazione sessuale come fonte di malattia è fondamentale per il paziente ed è quella che scatena il sogno stesso; ma, il paziente diventa consapevole che l’immagine dell’ospedale sia la manifestazione di un disagio,  soltanto al mo-mento del risveglio e il terapeuta se ne rende conto quando il sogno viene raccontato.

   La coscienza di malattia è una sensazione fisica che  si manifesta nel sogno sotto forma simbolica e concreta nello stesso tempo. La stessa fisicità che domina il sogno  indicherà la traccia per le prescrizioni terapeutiche: esse non saranno quelle della sola interpretazione verbale né del ricorso agli archetipi della specie umana ma quelle gestuali del sogno stesso, un gesto che sarà sia di tipo muscolare che neurovegetativo. Per rimanere nell’ambito del sogno La farfalla che guarisce, per il sognatore che sputa sangue (un linguaggio onirico di sofferenza tutt’altro che banale), il suggerimento sarà di espellere una situazione percepita come patologica. E, poiché l’inconscio comprende solamente il linguaggio dei gesti, toccherà al terapeuta indicarne uno che concretizzi l’esperienza di malattia: ad esempio, il paziente potrebbe recarsi in un ospedale per visitare un suo amico am-malato. Dall’identificazione con l’amico potrebbe iniziare il processo di guarigione. In sostanza, la considerazione della fisicità e delle  sensazioni notturne  è indispensabile sia per capire il so-gno che per indicare la terapia. Persuadersi che il sogno sia la strada maestra per conoscersi e per guarire non è facile:

   «Dopo Cartesio, noi abbiamo chiuso le porte tra la notte e  il giorno; abbiamo svalorizzato la metà notturna della nostra vita; questo non vuol dire, naturalmente, che i fantasmi non possano più  passare; la psicologia ha dimostrato il contrario, ma non possono più passare che a titolo individuale, nascondendosi  sempre, o, come dicono i medici, divenendo illusioni e restando incoscienti» (R. Bastide, o.c., p. 38).

   È indicativo che sia un sociologo e non uno psicoterapeuta ad enfatizzare il  peso del sogno per la salute mentale: Io sono sempre più persuaso che il maggior numero delle nostre malattie mentali provenga dal fatto che non si dà libero corso ai fantasmi notturni e a  tutti quei desideri che si trovano nascosti in fondo a noi (R. Bastide, o.c., p. 38).

 

 

IL BRICCONE E IL SOGNO

 

   Pensare che il sogno abbia potere guaritore, senza ancorare tale credenza a una qualche teoria della conoscenza sarebbe puerile e saprebbe di magia. Del resto, la teoria freudiana dell’inter-pretazione,  riducendo la ricchezza onirica alla ragione e di fatto limitandola, ha il merito di ben definire il campo della ricerca, ma anche di limitarlo. È quanto ha ben compreso Michel Foucault:

   «Freud non è riuscito a oltrepassare un postulato della psicologia del XIX secolo: che il sogno è una rapsodia d’immagini. Se il sogno fosse solo questo, lo si potrebbe esaurire in un’analisi psicologica. Se il sogno non si lascia esaurire in un’analisi psicologica, è perché rientra anche nell’ambito di una teoria della conoscenza... Il sogno viene definito come una forma d’esperienza assolutamente specifica che fa capo a una teoria della conoscenza» (Michel Foucault, Il sogno, Milano 2003, p. 28).

   Da ciò si può dedurre che il sogno si trova in una posizione di privilegio rispetto all’esperienza diurna, e si può leggere in una visione del tutto nuova il detto di Eraclito: Morte è quello che vediamo da svegli, sogno è quello che vediamo dormendo (Eraclito, fram. DK B21).  Il  pensiero eraclitèo  può suggerire non soltanto che il sogno impedisce di presagire la morte ma anche che la vera e totale conoscenza di noi stessi avviene attraverso il sogno.

   Si veda ancora, come esempio, il primo sogno analizzato, La farfalla che guarisce: quale tipo di analisi, anche la più approfondita potrebbe condensare in una diagnosi così impietosa la situazione del paziente? Quale descrizione verbale potrebbe sostituire la ricchezza emozionale del racconto della notte? Già, perché le immagini sono cariche di vibrazioni emotive: la paura del sangue  (con tutte i coinvolgimenti che tale simbolo comporta, non solo di ferita e morte ma anche di vita come le mestrua-zioni...), la speranza di guarire (la farfalla), la delusione e l’impotenza (la farfalla intirizzita…).

   Ma, vi è nel sogno una presenza ancora più implicante, che risale  ad un livello di coscienza molto anteriore alla nascita del mito: (C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, vol. 9*, Boringhieri, p. 255) la figura del Briccone.

   Il  Briccone è  una sorta di seconda personalità dal carattere puerile e inferiore. I tiri scherzosi e maligni di questo secondo spirito sono universalmente noti, come la scarsa intelligenza, o addirittura la stupidità che contrassegna le sue «comunicazioni» (C.G. Jung, o.c., p. 248 ss.).

   Orbene, il ciclo del briccone  dispiega  tutti i suoi tratti, ora minacciosi ora burleschi, nel sogno Il drago mascherato o la città del piacere, oltreché in molti sogni del presente saggio. L’humor da cui è animato il drago è uno degli aspetti di maggior rilievo della sua personalità; spodestato dalla coscienza vigile ma pronto a riemergere dalle foschie notturne e a segnare anche la vita da svegli, l’immagine del Briccone accompagna molti dei nostri sogni, quasi a compensare le rigidità e i freni di una razionalità spesso banale.

   Riconoscere che  la figura del Briccone non è un’estranea che irrompe di nascosto come elemento di disturbo nell’Io, ma fa parte della nostra personalità con la quale bisogna riconciliarsi, è il primo atteggiamento da tenere per liberarsi dal male.

   Questo faticoso lavoro di ricostruzione integrale della personalità, che considera la vita psichica nella sua indivisibilità di notte e di giorno, di sonno e di veglia, di attenzione vigile e di sogno, è stato compiuto dal mio cliente con una sincerità inesorabile.

   Già fin dalle prime battute appare che la storia personale del sognatore s’intreccia con quella del Sogno, e ne diventa la rappresentazione concreta. La svestizione, infatti, non è soltanto quella che compie il mio paziente, gettando la tonaca alle ortiche  (cosa che, peraltro, egli aveva già fatto da qualche tempo, vestendo anonimi jeans), ma anche quel gesto ricco di simbolismo che fa ognuno di noi la  sera, prima di immergersi nel sonno e affidarsi al Sogno.

   L’amico della notte non è un optional  per la vita diurna ma un terapeuta insostituibile per guarire dal male di vivere. Che cosa è il nostro piccolo ego, padrone  della vita desta, se non mayaa  cioè apparenza, un abito difficile da svestire, fonte di condizionamenti inveterati e causa di ogni male?

   Se l’io si dissolvesse, terapeuta, paziente e lo stesso lettore potrebbero coesistere in una sola persona. La svestizione diventerebbe allora un imperativo ecologico per la mente di ognuno, perché… domani è, davvero, un altro giorno.

 


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