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Angelo Mario Fontanella, Il viaggio di Bila

La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004 

 

 


 

 

Il genere letterario “diario”, anche se a scriverlo è un missionario, suscita qualche sospetto in quanto espressione del particolare stato d’animo di qualcuno in riguardo a circostanze circoscritte, più che di fantasia creatrice. Ma il diario può dare di più della registrazione dell’avvenuto. Il gusto (artistico) lo accende una X che amalgama realtà e sogno: alla cui luce, attraversata da ombre, anche i fattori spazio-temporali si trasfigurano ed introducono ad una dimensione davvero ALTRA.

Il preambolo fatto, che si potrebbe adottare in ogni caso, è indispensabile in questo libro che a prima vista non sembra promettere molto; tanto che destano sospetto perfino le puntuali descrizioni, le attente annotazioni, la vivacità  descrittiva.

Invece, scorse le prime pagine, pian piano si vede aleggiare un invisibile senso del bello, che si fonde con una bontà che sarebbe ingiusto definire romantica, perché è generoso il cuore e limpido lo sguardo che si posa su persone e cose. L’intensità descrittiva non è mai insistita; si intesse alla narrazione con naturalezza e la rende viva. Fino a che ci troviamo introdotti in una realtà accogliente, che ci fa sentire a casa.

Cosa è avvenuto? L’Autore è riuscito a farci condividere il bagno di umanità, da lui fatto in Africa, nella Costa d’Avorio anni orsono. La forma letteraria ci ha trasportato oltre se stessa, in una visione di ulteriorità.

Accostiamoci ad alcuni elementi che confermano tale possibilità di lettura, soprattutto quando l’A. ritocca con lievi tocchi sfumati la descrizione dell’immagine di persone che conquistano il cuore (suo e nostro): La grand-maman, “La pazzia della tenerezza: / tra un peccato e una preghiera / e un’astuzia per mangiar stasera / sotto i calli rugosi di una carezza”. “Da lei, confessa l’Autore, ho imparato l’importanza del peccato, del farlo bene, senza ipocrisia, con umanità”. La sua Virginie, la donna della sua vita: “Qualche volte lei sopra e io sotto, qualche volta lei sotto e io sopra, ma quando abbiamo finito e ci riposiamo, siamo sullo stesso piano, siamo contenti così: ci diamo un bacio e ci addormentiamo. Forse è così che dovrebbe essere” (p. 77). Le persone amiche: “Cara Veronica, dove c’è amicizia c’è ossigeno… la vita Vive”; “Madeleine, come sapete, mi vuole bene come un fratello, conta su di me”; “Arriva Thérése e arriva un uragano di simpatia”. Tante altre figure che gli permettono di fare “un viaggio dentro il cuore dell’umanità” (p. 7). “Anche le loro mani sorridono, sorridono i loro piedi, sorride il vento nel velo da suora o tra i capelli grigi sorride. Il sorriso è luce nei loro occhi; tutto il loro corpo sorride” (p. 62).

Le poesie alleggeriscono i commenti condendoli di elementi pittorici: “Questo don pagliaccio / questo pezzo di straccio / che rattoppa i vestiti dei vinti / ed accoglie i respinti. / Non possiede più niente / solo vasi di creta scura / da offrire alla gente / per dissetare la loro arsura” (p. 100). Il resoconto del viaggio di Bila ( = il cognato di tutti, perché aveva sposato una di loro) nella Costa d’Avorio non è certo un capolavoro, ma ha tutto il sapore e il profumo casereccio della comunione con gli altri, fondata sulla ricerca di valori genuini: è solo in questa (comunione), viene da concludere dopo il viaggio, che si può contare per la rigenerazione dell’umano. Perciò ci piace soffermarci su alcune frasi densi di umanità, in prosa o in poesia: “Preghiamo che la pioggia / spenga focolai di guerra / e con le braci si accenda la pace” (p. 33). “Nel segreto di ogni esistenza qualcosa di eterno accade” (p. 45). “Se vuoi nasconderti / vai nelle tue grandi città / donde vieni. / Qui ciascuno è una persona visibile (massima tuareg)”. “Pazienza attiva! La pazienza si misura dalle orecchie, per questo gli asini hanno le orecchie lunghe” (p. 66). “Mi commuove sempre l’umanità delle persone, fatta di gesti, attenzioni, creazioni quotidiane che sono opere d’arte. L’arte della gratuità” (p. 97). Che a scrivere questo libro sia un prete sposato non ci meraviglia; leggendolo, lo si potrebbe indovinare. Almeno da parte di chi è stata vicina ad uno di loro come me, e ha potuto cogliere (non solo in lui, manche in molti altri simili) una sensibilità spirituale che le nuove condizioni di vita non solo non hanno cancellato, ma forse hanno liberato. Il contesto umanizzante che parecchi preti in ministero si creano in tanti modi, è sempre lontano dalla realtà. Come capì Sartre dopo aver fatto esperienza di fabbrica, è una forma di illusione fare l’operaio per scelta, come è illusione farsi poveri per scelta, senza esserlo di fatto.E ciò sia detto senza escludere che i preti celibi in ministero possano essere pienamente umani. Solo che si rendano conto di non poterlo essere ad ogni dimensione. La lezione del senso del limite vale per tutti, anche per coloro che si definiscono “maestri in umanità” ed invece dovrebbero farsene alunni. In questo il prete sposato ha una chance in più.  

Ausilia Riggi

 


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