Chiudi X

Camillo Albanese, La chiesa che perdona e non comprende i preti sposati

Ed, Scientifiche Italiane, Napoli 2004

 

 

Recensione

 

Un libro che riesce ad essere interessante proprio quando il parlare di celibato dei preti rischia la ripetizione della solita litania, che non mi va di riportare nemmeno in una recensione.

E’ ben articolato, e offre alla lettura, insieme alle testimonianze – poche ma significative e tali da dare rilievo ad aspetti profondamente umani delle persone –, una panoramica che dilata l’orizzonte nel quale il tema specifico trova la sua giusta dimensione.

L’Autore individua i punti salienti riguardanti le norme del diritto canonico circa il celibato obbligatorio dei preti, nella loro genesi e nelle conseguenze esistenziali, che possono essere devastanti come nel caso di certe perversioni sessuali. Quindi, per puntualizzare tanti risvolti del problema, trova un lodevole espediente nell’affidarsi ai giudizi di persone altamente qualificate che intervista. Anche la storia del celibato cattolico, alcuni documenti storici di grande importanza e il confronto con altre chiese cristiane non sottostanti alla stessa legge, ci pongono di fronte ad un libro serio, con cui è bene si confronti la cultura, la gente comune e, ci auguriamo, chi ha voce in capitolo nella Chiesa.

La mano dello Scrittore corre limpida ed agile nell’utilizzo corretto del genere narrativo (solitamente privilegiato e storpiato da cercatori di scandali), evitando piagnistei, toni accusatori, blandizie; tutto ciò che possa rifarsi ad un copione scontato.

E questo è un gran pregio.

Apparentemente trascurato risulta, invece, un fatto per molti aspetti nuovo.

Ecco di che cosa si tratta.

Fioriscono qua e là alcuni modelli di comportamento che sono il risultato dei tentativi che fanno oggi i preti sposati per dare una soluzione dignitosa all’impasse derivato dalla diffusa subcultura dei tabù riguardanti il sacro. Ne vien fuori un’immagine inedita del prete sposato (senza differenza tra quella di un grande accademico o di un altro qualsiasi), relativa ad “un modo di essere”,  in cui si rispecchia una realtà spirituale, non esibita ma spesa in maniera indefessa nel quotidiano. In vero non è in gioco nemmeno una novità, dato che la santità non conosce stagioni presso ogni categoria di persone. Ma oggi si fa visibile un accentuato risvolto positivo della condizione del prete laicizzato, vissuta meno drammaticamente, e non solo grazie al mutato atteggiamento della società, bensì, soprattutto, in virtù dell’elaborazione che il soggetto in questione ne fa,  con senso di libertà e di responsabilità, come occasione per vivere la vocazione (mai negata) in modo più autentico.

E’ un segno dei tempi che la Chiesa stenta a riconoscere, attestata com’è in posizioni di difesa-offesa, nonostante gesti “privati” di misericordia e nonostante qualche provvedimento che attutisce i guasti provocati dalla privazione di diritti umani elementari nei riguardi dei trasgressori della Legge, che tali non dovrebbero essere considerati, data la possibilità di essere regolarmente “dispensati”.

Il quid di tale atteggiamento di ordine spirituale non sfugge all’Autore, anche se non ne parla direttamente: il puntiglioso sviluppo della tematica che egli fa da diverse angolazioni, può considerarsi un contributo in tale direzione.

Certamente l’episodio iniziale narrato, di notevole efficacia descrittiva, dice molto di più che mille discorsi, e il caso Alberto-Elena è così ben inquadrato da affascinare per il profilo inedito di prete sposato che ne risulta: grazie alla consapevolezza del “valore aggiunto” (tale almeno lo considera l’ex-priore intervistato) alla chiamata divina attraverso il vissuto di un amore umano sacrosanto. La stessa cosa si può dire di altre testimonianze riportate.

Infine non posso fare ameno di dichiarare che lettori dal palato non contaminato da clericalismo, quali sono (divenuti) molti degli stessi preti sposati, proveranno un certo disgusto nel trovare parecchie tra le risposte fornite all’Autore dagli “esperti” intervistati: distratte, poco “aggiornate”, spesso inaccettabili; lontane anni luce da quello che abbiamo definito “nuovo modello”. Ormai gli stessi sono decisi a far emergere la verità senza ricorrere a rivendicazioni: con il semplice “dirla” e … praticarla. Ed è in forza di questa, che sarebbe banale chiamare strategia, che non si accontentano del dosaggio piuttosto basso, sia di comprensione, sia di perdono, da parte della Chiesa.

Hanno dalla loro molte risorse, sia umane sia acquisite nella formazione, non tutta da buttare. La serenità e la fiducia con cui, ora più che nel passato, affrontano il nuovo corso della loro esistenza, sono di per sé pro-fezia; e cioè preannunzio di una sequela di Cristo, riscattata da commistioni col potere, di cui la repressione sessuale è un semplice epifenomeno.

Lo so, non si sarà d’accordo sulla parola repressione. Ma che altro è il condizionare una grande vocazione ad uno stato di continenza, che solo un dono speciale di Dio può rendere appetibile?

La solidarietà che i preti sposati esercitano anzitutto tra loro stessi, rendendosi cura dei simili appena “usciti” e delle donne legate a loro (delle quali è più facile dimenticarsi), è un altro aspetto dello stesso sogno profetico. Il quale non li fa indugiare sugli spalti della fortezza del Sacro in atteggiamento di esclusi; ma si fa propositivo anche per coloro che restano all’ombra rassicurante del potere. C’è spazio nella Chiesa per essere apostoli con lo stesso spirito in cui lo fu Cristo, il quale “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la forma di servo” (Fil 2, 6).

La figura di prete, a cui Albanese dà maggiore risalto nel capitolo “La verginità sacerdotale di don Dolindo Ruotolo”, è bellissima; è un’icona degna di venerazione, anche in merito alle traversie che gli hanno procurato ingiuste condanne.

Ma chi guarda dall’altra sponda, da quella di chi tenta nuove vie, si limita ad ammirare. Ha dinanzi un'altra tipologia da incarnare, di cui la Chiesa avrà maggiormente bisogno, man mano che il Popolo di Dio raggiungerà una più pronunziata maturità ed esigerà dai suoi Pastori nient’altro che una spiritualità cristiana degna di questo nome. Ben simbolizzata, con l’esempio della sua vita, dal vescovo Tonino Bello, quando lanciava la proposta di un “ministero del grembiule”. Se a farla propria precederanno i preti sposati - ce lo auguriamo – essi diverranno apripista di un modo davvero evangelico di fare-il prete, anche “senza tonaca”.

Ben giungano molte nuove produzioni, orientate a sollecitare un cambiamento in tal senso. Tra esse includiamo questa di Albanese per non essersi limitato a riprodurre il solito cliché.

Ausilia Riggi

 


Chiudi X