Miriam Therese Winter, Dal profondo – La storia di Ludmila, ordinata sacerdote dalla Chiesa Cattolica Romana
Appunti di viaggio, Roma 2004
AUTRICE: Miriam Therese Winter
Suora e dottore in filosofia al
Seminario Teologico di Princeton, insegna Liturgia ed è Direttrice del Women’s
Leadership Institute al Seminario di Hartford [Connecticut]. Ha scritto altri
libri importanti sulla questione femminile in ambito religioso).
PRESENTAZIONE
I grandi fatti della storia spesso succedono in sordina, senza enfasi, quasi
giocando a nascondino con l'attenzione dei grandi commentatori che se li
ritrovano tra i piedi quando meno se lo aspettano come cose accadute per ragioni
imprevedibili e che però, una volta accadute, segnano una discontinuità nel
succedersi della tradizione e diventano inizio anche glorioso di tutt'altre
storie.
La donna di Madrid, che in memoria del terribile attentato di quest'anno alla stazione ferroviaria della sua città, si è caricata sulle spalle la croce nella Via Crucis al Colosseo, probabilmente neppure ha percepito la portata dello scandalo di cui è stata protagonista - portare la croce nella più stretta Imitatio Christi è onore/onere solo maschile, che io sappia, nella Chiesa cattolica - ma è accaduto con l'autorizzazione della regia vaticana, dunque nessuno lo ha sottolineato come tale.
Non così per Ludmila Javorova, a cui è
capitata l'avventura di vivere la maggior parte della sua vita in Cecoslovacchia
perseguitata per via della sua fede cattolica durante la dittatura comunista. Ma
a cui è capitato soprattutto di essere ordinata prete a 38 anni dal vescovo
Felix Maria Davidek, fondatore del movimento clandestino cattolico dei Koinotes,
diffuso in tutto il paese, ma con centro a Brno, città natale di Ludmila, dove
vive tuttora.
La sua vita si è svolta nell'ombra, che più alla lettera non si può, fino a che
non è stata scoperta. In questo volume se ne narra la storia percorrendone i
fatti sui due binari del loro svolgersi: quello esterno e quello del procedervi
accanto dall'interno del mondo interiore di lei, tutto segnato dalla necessità
di cautela, la quale si configura come un vero e proprio modo d'essere più che
semplicemente un modo in cui è stata costretta a vivere.
[Dalla "Prefazione" di Rosetta Stella]
*
In questi giorni, in
cui vediamo donne e uomini piangere la morte di Giovanni Paolo II, ed accalcarsi
nella piazza vaticana per un ultimo saluto, non possiamo non notare che invece
sono solo uomini a portarlo, materialmente e liturgicamente “al cospetto del
Padre”. I “sediari” ne portano il corpo dai palazzi alla basilica vaticana, i
vescovi e i cardinali lo accompagnano con preghiere e benedizioni dal mondo
terreno a quello celeste. Loro nel presbiterio, le molte e i molti nella piazza.
Non si può non notare il passaggio. Ancora “metà del mondo” si occupa del legame
rituale tra terra e cielo. Oltre a decidere le sorti della Chiesa in terra.
Viene da interrogarsi
su questa funzione “sacerdotale”: se sia veramente un carisma solo maschile e se
il fatto di essere tale non derivi proprio da come questo carisma è stato finora
vissuto. Questione annosa e mai risolta. E, verosimilmente, non prossima a
risolversi.
Ma che succede se una
donna si trova improvvisamente a poter esercitare questa funzione, e a poterla
esercitare proprio in quanto donna, proprio a partire dal suo essere donna?
E’ quanto è accaduto a
Ludmila Javorova nella ex-Cecoslovacchia al tempo del governo comunista, quando
la Chiesa fu costretta alla clandestinità ed i suoi vescovi cercarono strategie
di sopravvivenza che spesso, per esigenze pratiche più che di contestazione,
sfuggirono al controllo del Vaticano. Di questo parla Dal profondo. Storia di
Ludmila Javorova, ordinata sacerdote della Chiesa Cattolica Romana il
libro-biografia scritto da Suor Miriam Therese Winter, di cui si parlerà
mercoledì 13 aprile alle ore 18,30 alla
Casa Internazionale delle Donne a Roma.
Ludmila vive ancora e nel libro spesso la sua voce emerge. Per raccontare, ma anche per riflettere. A partire dalla sua storia. La “piccola storia” di una “piccola persona”, svoltasi in una “piccola città”; una di quelle vicende avvenute “in sordina, senza enfasi, quasi giocando a nascondino”, come sottolinea Rosetta Stella – che ne ha scritto la Prefazione all’edizione italiana e che mercoledì guiderà la riflessione – ma “che però, una volta accadute, segnano una discontinuità nel succedersi della tradizione e diventano inizio anche glorioso di tutt’altre storie”.
Ludmila aiutò il suo vescovo, Felix Maria Davidek, nell’organizzazione di una scuola di formazione per sacerdoti che assicurasse la continuità pastorale e sacramentale nel Paese e si ritrovò lei stessa a seguire quelle lezioni e a prepararsi al ministero. Fino a ricevere l’ordinazione sacerdotale nel dicembre del 1970. Tra polemiche, dissensi, proteste e divisioni tra i suoi stessi compagni. Una ordinazione problematica, di cui il suo vescovo, uomo di grande libertà interiore, era convinto al punto di impartirle il sacramento ancor prima di ricevere una qualche forma di approvazione dalla Santa Sede, la quale mantenne il silenzio sulla vicenda fino al 1989, quando il governo comunista cadde e la Chiesa poté tornare allo scoperto. E quel segno indelebile che Ludmila avrebbe dovuto essere, proprio in quanto donna ordinata, venne dapprima ignorato e poi dichiarato nullo.
Pagine
Prefazione
I grandi fatti della storia spesso succedono in sordina, senza enfasi, quasi giocando a nascondino con l’attenzione dei grandi commentatori che se li ritrovano tra i piedi quando meno se lo aspettano come cose accadute per ragioni imprevedibili e che però, una volta accadute, segnano una discontinuità nel succedersi della tradizione e diventano
inizio anche glorioso di tutt’altre storie.
La donna di Madrid, che in memoria del terribile attentato di quest’anno alla stazione ferroviaria della sua città, si è caricata sulle spalle la croce nella Via Crucis al Colosseo, probabilmente neppure ha percepito la portata dello scandalo di cui è stata protagonista – portare la croce nella più stretta Imitatio Christi è onore/onere solo maschile, che io sappia, nella Chiesa cattolica – ma è accaduto con l’autorizzazione della regia vaticana, dunque nessuno lo ha sottolineato come tale.
Non così per Ludmila Javorova, a cui è capitata l’avventura di vivere la maggior parte della sua vita in Cecoslovacchia perseguitata per via della sua fede cattolica durante la dittatura comunista. Ma a cui è capitato soprattutto di essere ordinata prete a 38 anni dal vescovo Felix Maria Davidek, fondatore del movimento clandestino cattolico dei Koinotes, diffuso in tutto il paese, ma con centro a Brno, città natale di Ludmila, dove vive tuttora.
…..
La vita può diventare davvero un’esperienza grande e terribile quando la si vive a ridosso di avvenimenti impietosi verso le più elementari libertà di espressione dei sentimenti e delle fedi. Ma diventa vieppiù contorta quando a viverla così è chiamata una donna cattolica. Si aggiunge infatti in questo caso anche il peso di doverne sopportare la ossessiva sessuofobia misogina che alimenta buona parte dei pilastri su cui la Chiesa cattolica si tiene ancora in piedi.
Ludmila è una “piccola persona”, che vive in un “piccolo appartamento” e che ora in un paese “normalizzato”, liberato cioè dal regime totalitario dopo la caduta del muro di Berlino, insegna ai bambini il catechismo presso una parrocchia della sua città. Cosa che continuerà a fare: insegnare le piace e non sembra aspirare a niente altro.
Essere all’altezza del coraggio di questa donna non è facile.
Leggendo la sua storia si è presi come da una rabbia mista a compassione. E insieme si è presi da una sorta di incredulità. Sembra impossibile infatti che nel cuore dell’Europa, in piena epoca di edonismo reaganiano, possa davvero essere accaduto, al di là di una facile
propaganda anticomunista, che moltissime persone fossero sorvegliate a vista dalla polizia segreta, perseguitate, arrestate, incarcerate per anni, a causa soltanto del culto religioso. Certo sono fatti questi che sappiamo benissimo. Altra cosa però è trovarsi di fronte al racconto di una esperienza quotidiana narrata nelle sue piccole faccende di tutti
i giorni. Le strategie di sopravvivenza della religiosità, i sotterfugi, la costrizione a convivere coi segreti, la necessità di prevedere tutte le conseguenze di una riunione, di un
incontro per la strada, di un saluto.
I bigliettini mangiati per non farseli trovare indosso nei controlli e la repentina distruzione di tutti i documenti, il diffidare di qualunque passante sconosciuto ti stesse troppo da presso vicino casa. Per anni, per decenni. Pregare e assistere alla messa di notte, nei sottoscala, controllando chiunque si avvicini che non fosse più che conosciuto e di sicura appartenenza, non soltanto alla comune fede, ma soprattutto alla stessa ristretta comunità di fedeli.
Deve essere ben forte questa fede se vissuta così. E deve indurre a sentirsi eroici e precursori di grandi capovolgimenti. Fa pensare ai primi cristiani e alle riunioni nelle
catacombe.
Questa è stata la vita dei Koinotes, a cominciare da quella di Felix Davidek, il prete poi vescovo, che, dopo aver trascorso 14 dei 24 anni a cui era stato condannato, in carcere, appena uscito in libertà vigilata, ne fonda appunto il primo nucleo. E sceglie Ludmila come sua strettissima collaboratrice e vicaria.
Di lei si fida e si serve in tutto e per tutto. E insieme a lei sperimenta anche l’ebbrezza, se così si può dire, della messa in campo di una chiesa nuova, la quale, costretta dalle ristrettezze della clandestinità, non ne fosse mortificata ma anzi al contrario ne profittasse per diventare crogiuolo della parousia alla maniera che aveva intuito Teilhard de Chardin.
Davidek era convinto che i tempi erano maturi per immettere nel modo tradizionale di essere chiesa, profonde innovazioni, le quali ne revitalizzassero la potenza. Era convinto che a lui spettasse un compito ineludibile in questa direzione, e a questo scopo spese la sua esistenza.
Era convinto che, nella economia della chiesa universale, tutto ciò che veniva in qualche modo attuato, tutto restava e tutto contribuiva al suo perfezionamento.
Fece molte cose non immediatamente accettabili dalla gerarchia vaticana e una fra queste, certamente la più in contrasto col diritto canonico (canone 968,1 del 1917), è stata l’aver ordinato prete Ludmila.
Diceva che questa era una faccenda che riguardava la sua coscienza e che perciò la doveva fare.
Era un uomo che aveva confidenza con le donne e non le temeva.
Forse intuiva che esse sanno accedere ai segreti dell’essere chiesa che ora sono diventati inaccessibili a chi, pur essendone al centro, non sa più vederli. Le donne sono bilingue, deve aver pensato, conoscono la lingua della tradizione e della profezia. E le sanno parlare unite in una sola lingua.
Ora, se il corpo stesso della donna, il suo corpo gravido, è il luogo della prima Rivelazione, mi domando, che bisogno c’è, per una donna, di evocarne la potenza rivelatrice anche attraverso l’assunzione del potere di un rito sacramentale?
Il suo corpo è già sacramento, segno di congiunzione tra le creature amatissime di Dio, quali sono gli esseri umani, e il loro “sempre oltre” che è Dio stesso. Perciò, a che serve rivestirsi di altri segni? E per di più, per mezzo dell’autorità di un uomo, che ordina in tal
senso e che sacralizza la persona stessa, oltre che la funzione?
Mi sono fatta queste domande per tutta la lettura di questo libro e mi sono risposta che no, non c’è bisogno di tutto questo “in più” per una donna. Che essa non è mancante di niente, restando semplicemente la grandezza che è. Ciò nonostante una strana pericolosa perturbazione ha attraversato l’olimpica certezza della mia risposta. Resto per carità della mia opinione che, per le donne, non sia necessaria l’ordinazione sacerdotale: è un appesantimento inutile che aggraverebbe in maniera insopportabile la già pesantissima pesantezza delle strutture e organismi e organigrammi e gerarchie e ruoli e funzioni e regole e regolamenti e discipline e leggi maschili, sotto il cui peso la chiesa cattolica romana già soccombe senza scampo. Aria ci vorrebbe invece, molto più respiro di vento e profezia.
Però, leggendo questa storia, mi è sembrato anche che qualcosa di diverso si può cominciare ad aggiungere all’annosa controversia che ferisce il mondo cattolico e che è quella dell’ordinazione delle donne, ancora proibita dalle gerarchie vaticane.
Ludmila infatti ci racconta una vicenda che, forse con una parola sbagliata, vuole dire invece qualcosa di assolutamente giusto e nuovo nella sua stupefacente dignità. “Sì, ho celebrato messa”. Questa semplice dichiarazione non è detta con enfasi di autoesaltazione, né con accento provocatorio di sfida.
L’ha fatto finché ha creduto di essere autorizzata a farlo dal suo vescovo,persona in cui ha avuto fiducia che stesse operando per il bene dei cristiani e della loro chiesa. Cosa questa assolutamente vera. Non lo ha fatto più, quando, a conoscenza avvenuta dei fatti per la fuoriuscita dalla clandestinità, le è stato ingiunto da Roma di non farlo più perché
non contemplato dal diritto canonico, e perciò non riconosciuto dalla chiesa ufficiale. Lei ne ha preso atto e ha obbedito.
Ciò nondimeno afferma che “il carisma del sacerdozio femminile è una realtà” e denuncia “il pericolo che lo Spirito di Dio nel servizio ministeriale si estingua a causa di decisioni giuridiche”.
In che cosa consisterebbe questo speciale carisma? Una Teresina di Lisieux, per es., che cosa avrebbe acquistato in più se fosse stata fatta anche prete? Non possiamo immaginarlo.
Ludmila aggiunge poi con sicura determinazione: “Non sono io al centro di questa vicenda. E’ Dio ad essere sotto accusa. Io non posso dimostrare niente alla Chiesa. Non ho niente in mano”. Ma poi dice qualcosa di illuminante: “Il sacerdozio delle donne è molto importante perché è importante la presenza di una donna tra i preti, una donna che sia uguale a loro” (il corsivo è mio).
Leggere questa affermazione mi ha come aperto gli occhi. E’ un segno d’amore, mi sono detta. Di quell’amore compassionevole che induce a ridurre la propria grandezza per farsi uguale all’amato. E così non farlo sentire continuamente troppo misero. Si potrebbe dire insomma, – e in questa luce anche accettare l’idea – che la scelta del sacerdozio per una donna sia fatta per loro, per quegli uomini che si fanno preti. È compassione ciò che muove i passi verso questo farsi uguali a loro. Una raffinatissima qualità d’amore.
Non competizione né spinta d’emancipazione. Non malinteso senso d’eguaglianza né tanto meno ambizione sfrenata fuori dai propri limiti di sesso. Al contrario: un portarsi oltre sé così smisuratamente, da ridursi di misura, per accostarsi a chi ha di meno senza traumatizzarlo.
“Bisogna – dice Ludmila – essere allo stesso livello”. “Bisogna essere…” è un bel salto, non c’è che dire! Lei accetta l’ossessione di Davidek e se ne fa forgiare come fosse un dono. A lui, a se stessa, alla Chiesa. Un dono eccezionale da opporre a tempi eccezionali. In un momento in cui una significativa perdita di libertà soffocava tanta gente, ecco che si presenta sulla scena qualcosa di eccezionale: innanzitutto il rapporto speciale tra una donna e un prete, poi il sodalizio costante, fatto di condivisione “scandalosa” fin dello
stesso appartamento, infine l’idea dirompente che tutto il “nuovo”, il quale chiedeva urgentemente udienza come il mendicante che bussa alla porta, fosse proprio lì, a portata di mano, la cosa semplice da fare. E lui, il vescovo teologo, educatore, poeta, medico e fondatore d’università, lui, l’amico della chiesa e del suo rinnovamento, prima ancora che di se stesso e della propria salvezza agli occhi della chiesa stessa, lui, in contrasto violento con i suoi stessi compagni di fede e clandestinità che si opponevano per pregiudizio e paura, prende la formula di rito secondo il Pontificale Romano, convoca Ludmila in una notte qualsiasi, precetta il fratello di lei a testimone e, recitando alla lettera parola per parola: “…accipe potestatem… ricevi la facoltà di offrire il Sacrificio a Dio e di celebrare Messa, sia per i vivi che per i morti, nel nome del Signore”, la
fa prete cattolico romano. Così, come se niente fosse, e poi la abbandona al suo carisma di donna.
Lui non fa altro che mantenere fede ad una sua lontana ispirazione, quando prigioniero, uomo tra uomini, nei 14 anni di carcere, usò della sua qualità di prete per dare il conforto dell’Eucarestia, pur se con mezzi davvero avventurosi, ai suoi compagni, incarcerati come lui nello stesso carcere e fedeli della sua stessa fede. Quando si rese conto che, confinante col muro del suo carcere, vi era quello in cui erano rinchiuse le donne, percepì nel proprio cuore la doppia afflizione di quelle creature, e cioè che oltre a dover subire la prigione, esse dovessero anche essere private del conforto dei sacramenti solo a causa del loro sesso. Questo gli apparve di una ingiustizia insopportabile. Se solo avessero avuto dei preti tra , loro…ma costoro erano solo maschi e perciò non erano reclusi nelle prigioni femminili. Così le donne si trovavano ad essere perseguitate due volte. E vieppiù le suore. Soprattutto a loro veniva a mancare qualunque alimento spirituale. Davidek così si convinse che “la società ha bisogno del servizio delle donne, in quanto queste sono degli strumenti speciali per la santificazione dell’umanità”.
Quando uscì di prigione studiò approfonditamente la questione e appurò che “non c’era alcuna base dogmatica” per continuare ad escluderle dal sacerdozio, in particolare in tempi di apocalittica contingenza, quali erano quelli in cui vivevano lui e suoi Koinotes. Tempi che, prevedeva, sarebbero durati molto a lungo, e forse non sarebbero finiti mai. Capì inoltre che i preti maschi interagivano con le parrocchiane confusi da pregiudizi e panico. Erano stati educati a relazionarsi con le donne in modo misogino e sessuofobico e questo impediva loro di fare comunione sincera. Così decise di insegnare ai suoi seminaristi a non avere paura delle donne, anzi li invitava – quelli che gli pareva avessero più problemi – a frequentare lezioni di danza per acquistare semplicità di contatto con i corpi femminili.
Questo era Felix Davidek, oltre a molto altro naturalmente. E non si può seguire il percorso di Ludmila senza vederlo parallelo a quello di questo suo amico. Sta di fatto che, non foss’altro che per la differenza di sesso, erano tra loro molto diversi. Là dove lui ha fretta, lei no. Lei lo compiace, è vero, nel suo progetto fino in fondo. Sentiva in se stessa di avere una vocazione che avrebbe potuto essere configurata come sacerdotale. Sin da bambina infatti soffriva dell’esclusione dai giochi tra fratelli in cui fra loro si diceva messa – la sua famiglia era molto devota e questo si riverberava anche sui giochi dei piccoli – e lei non capiva perché non poteva neppure accostarsi all’altare, messo su alla buona per giocare. Da adulta poi non aveva trovato in nessun ordine monastico femminile un luogo che la comprendesse. Da donna prete però si rendeva conto quanto, a differenza di Felix, la sua profonda fame di tempo e spazio si dilatasse in più aspettative e in più pazienza. Egli “non lasciava spazio a Dio”, mentre lei, al contrario, assaporava ogni residuo della novità – ne assaporava persino il peso – del fatto che “ora c’è qui qualcosa che prima non c’era”. Da lei, Ludmila Javorova, partiva una genealogia i cui problemi le si presentavano a poco a poco. Tanto per cominciare, subito le fu chiaro che era quasi impossibile dare testimonianza del suo ministero, dovendolo tenere segreto due volte: allo Stato e Chiesa ufficiale e ai suoi compagni di clandestinità. Poi, come ulteriore complicazione le si presentò la necessità di farne un ministero femminile che non la tradisse fino alla radice del suo essere una donna. Infatti: in che cosa può consistere un sacerdozio senza ministero pubblico?
Lei celebrava di notte, da sola, nella consapevolezza tormentosa che la Messa dovesse essere detta in comunità. E lei non ne aveva una.
Allora se la creava, invitando la Madre di Gesù e gli altri santi a venire alla messa, il suo angelo custode, il santo del giorno, le donne che
quel giorno celebravano il loro onomastico. “Avevo in mente le parole che avrei voluto dire, dice, – ed io me la immagino come abitata dalla tranquillità di un angoscia accettata – … parole facili da comprendere e strettamente legate alla vita, ma che non mi era permesso pronunciare. A volte avrei voluto gridare”. Il segno che era diventata, restava invisibile. E questa è la più ingiuriosa cancellazione che possa farsi di un segno. Viveva con la crudele compagnia,del dubbio costante di non essere ciò che credeva. E per trovare certezza,
non aveva altro a cui rivolgersi se non alla sua sola e totale fiducia che ciò che era accaduto, per mano benedicente del suo vescovo,
era riposto in un qualche disegno di salvezza di Dio per la sua chiesa. Sentiva il bisogno di parlarne con qualcuno apertamente. Ne parlava con Felix, ma anche lui pativa del peso di qualcosa che era “priva di precedenti”. Lui che aveva risolto il problema legale a modo suo, ora si trovava sprovvisto di parole.
Aveva scelto di dare seguito al fatto incontestabile che, dal punto di vista sacramentale, la questione neppure si poneva, e si era posto al di sopra del diritto canonico. Si era posto “oltre la legge”, per dirla alla maniera della grande mistica trecentesca Margherita Porete. Lo aveva fatto consapevolmente, con un argomento straordinariamente semplice e vero: “La vita ha la precedenza su ogni codice. Devo assumermene il rischio”. Ma poi, una volta fatto il primo passo, quello che gli competeva da vescovo, si fece come da parte. “Era sua convinzione – racconta Ludmila – che una donna dovesse farsi strada da sola e non essere guidata dall’opinione di un uomo o scimmiottare il sacerdozio maschile”. Già, anche su questo c’è da farci un pensiero e c’è da aver paura: non ci sono seminari per una donna che voglia farsi prete. E, soprattutto, non ci sono Maestre. Maestri maschi forse sì, e magari anche tanti, che vi aspirerebbero. In fondo a discuterne, se glielo si può dare o non glielo si può dare, se sono pronte o non sono pronte, se sono adatte morfologicamente
o non lo sono, per decidere definitivamente che non lo sono, ci si mettono solo i maschi.
Ludmila ha vissuto in questo senso un esclusione totale.
Dapprima attraverso l’ostracismo e le dicerie calunniose dei suoi stessi compagni e poi, dopo la normalizzazione, con il disprezzo delle gerarchie vaticane che non si sono degnate neppure di ascoltarla come testimone. Nessuno ha mai parlato con lei. Non ha trovato nessuno che fosse stato preso da un minimo di curiosità per come deve essersi sentita una donna che per 25 anni – una vita! –ha sperimentato su di sé il ministero sacerdotale. Nessuno che le abbia chiesto conto di come fosse potuto accadere. Nessun orecchio disposto ad ascoltarla e nessuna offerta di possibile soluzione per il suo caso. Questo non è previsto dal codice canonico e dunque non esiste. E perché allora la stessa cosa non è stata fatta per gli uomini sposati che pure, nella necessità della situazione, sono stati ordinati in numero massiccio? Per loro si sono trovate soluzioni caso per caso e tutti sono stati perlomeno convocati e ascoltati. Lei si è vissuta invece, “prigioniera del suo sacerdozio”, senza trovare mai nessun’aiuto spirituale in nessun prete, neppure in Felix Davidek.
Non ha mai avuto linee chiare né guide, ha soltanto trovato accesso in Dio per sapere come doveva fare. “Mi si aprì davanti uno spazio ed io vi entrai” , dice, innocente come la colomba evangelica, si potrebbe parafrasare.
Dovette capire in fretta che dove c’è accordo tra uomini – e accordo sacro – l’intrufolarsi di una donna crea scompiglio. E che scompiglio!
Si tratta infatti, del far venire alla luce una contraddizione talmente irriducibile che non è stata sanata neppure da una religione quale è il cristianesimo. Una religione che, sin dagli inizi, è stata prevalentemente di donne, magari proprio perché particolarmente amate da Gesù in persona. Una religione che si è nutrita e continua a tenersi ben solida su carismi femminili con una pervicacia quasi scandalosa. Imperi spirituali e d’intervento sul sociale, persino imperi economici, si reggono sui carismi femminili. E questo non solo metaforicamente ma proprio materialmente. Moltissimo di questi imperi si regge, alla lettera, sulle spalle delle donne. Una religione che ha visto fiorire al suo interno magnifiche donne, anche in coppia eccellente con uomini. E che ciò nonostante, ancora non sa bene dove mettere le innumerevoli ,perpetue, buone o cattive donne che fossero, sempre umili serve oranti per la salvezza dei loro preti, e cuoche e lavandaie delle loro tonache e mutande. Anche la nostra Ludmila deve aver fatto questo per il suo prete, seppure non ce lo racconta. Senza però trovare, presso di lui, il sostegno adeguato, quando ha sentito il bisogno di pregare da donna e ha provato difficoltà a farlo per mezzo
del breviario canonico ad uso di tutti i preti. Scherza Ludmila quando racconta dello scandalo che produrrebbe la vista del suo breviario tutto corretto al femminile. Lei che era grata a Dio per essere nata donna, avrebbe voluto esprimerla questa gratitudine e dirla nella preghiera quotidiana col genere linguistico del suo sesso. Ma il suo breviario era tutto al maschile. E non solo: anche tutte le preghiere
della messa erano al maschile e le donne le recitavano così, al seguito del prete, il quale infatti le recitava nel modo giusto riferendosi a se stesso. Le donne ripetevano le stesse parole meccanicamente, senza rendersi conto che, così facendo, ancora una volta e per tutte le volte nelle innumerevoli messe che si sono dette e si dicevano nel mondo, stavano pregando per i maschi e non anche per se stesse. E forse non potevano neanche fare diversamente, visto che i libri sacramentali erano scritti tutti al maschile.
Sarà anche vero forse che gli uomini sono così fragili da averne tanto bisogno… che non gli basta mai, ma ora forse era tempo di darsi un limite.
Ludmila lo ha fatto nel segreto delle sue messe e delle sue notti di preghiera. Si è cambiata il breviario da sola e finalmente si è concessa il conforto di pregare con le formule sacre, per se stessa. Solo molto più tardi nella sua esistenza, quando per avventurose circostanze, viene scovata e stanata da altre donne che si interessano a lei e alla sua esperienza con curiosità sincera e avida di insegnamento, Ludmila può assumersi intera tutta l’enormità di sapienza della sua vicenda umana.
E si è potuta domandare per poi rispondersi: “Non abbiamo proprio altra scelta che lasciare il futuro dell’ordinazione femminile in mano ad una sola metà dell’umanità? Dovremmo lasciare la decisione agli uomini? In questo caso, credo che l’ordinazione femminile non diverrà mai una realtà. Queste due metà, uomini e donne, devono trovare un punto d’incontro… Sapere che sono un prete ha su di me un effetto non pesante, ma, al contrario, liberante”. Finché, poi, riceve la grazia dell’incontro ravvicinato con un’altra donna, Miriam Therese Winter, l’autrice di questo libro. Una sua simile e sorella che si fa amica, che la riconosce e in cui lei può finalmente riconoscersi, venuta da un altro continente ad accenderle dentro quell’amore di sé necessario per sapersi dire con parole tranquille e piane, con le parole giuste. E capace anche di farle ammettere con leggerezza: “In certi periodi della storia della salvezza, Dio accetta delle cose che non consentirebbe in altri. Così, Dio ha permesso la mia ordinazione...
Era importante per me incontrare altre donne, visto che qui non c’era nessuno che lottava per la loro indipendenza. Anche l’anima, come
lo stomaco, si svuota. Digerisce e poi resta senza niente. Avevo la sensazione che la mia energia sacerdotale, per così dire, avesse bisogno di nuova ispirazione per trovare la forza di affrontare il futuro”. Per consentire al mondo di accogliere – concludo io, con un verso del poeta Felix – “quel gentile accadere di ancora NUOVE PAROLE”.
Rosetta Stella