Magdalene - film
settembre 2002
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Il film Magdalene ha vinto il Leone d'oro a Venezia, facendo discutere per la materia trattata, soprattutto a causa delle critiche indispettite e "amare" da parte della stampa cattolica. Ad eccezione di "Nuovo dialogo", in cui Massimo Causo parla di "un leone per i diseredati".
Tentiamo una nostra analisi.
Anzitutto, per chi non ne fosse informato, due parole sul contenuto. Peter Mullan, discepolo di Ken Loach, ha ricavato la storia da fatti avvenuti, testimoniati nell'oggi da donne riuscite a liberarsi dallo stato di effettiva schiavitù subita in un convento irlandese (chiuso solo il 1996!). Il fatto più raccapricciante che colpisce a prima vista è l'entità delle "colpe" di ragazze considerate traviate: lo stupro subito da parte di un cugino, il non sottrarsi pudicamente allo sguardo dei giovani, il figlio nato fuori dal matrimonio, e altri motivi analoghi, riguardanti la sfera sessuale. La repressione della donna in tale materia è esigita dal costume imperante, intriso di maschilismo, che si fa scudo della legge e della giustizia punitrice divina…
Le angherie subite dalle recluse sono rappresentate in maniera raccapricciante. Scenicamente costituiscono, forse, la parte meno riuscita, perché ad un film non si chiede che solleciti emozioni primarie, o reazioni di carattere etico, religioso, pedagogico, testimoniale (semmai tutto questo ed altro si può dedurre implicitamente). Le scene dal vero che talvolta la televisione trasmette, sono certamente di maggiore presa.
Eppure il film raggiunge un livello estetico di rilievo man mano che fa assistere all'evoluzione psichica delle donne, quando si rendono conto che nel loro orizzonte non c'è prospettiva di libertà. E' devastante l'effetto provocato da strutture senz'anima, frutto di tabù collettivi, ancora in grado di esigere il sacrificio di vittime (femminili!) in nome dell'ordine sociale. Il sistema totale, quale è rappresentato, assorbe in sé, annullandola, l'individualità di tutti i personaggi: oppressori ed oppresse. Queste ultime fanno da capro espiatorio e alcune assimilano tanto la colpa da chiedersi di farsi monache per continuare ad "espiare", o da smarrire il senso della propria identità: "quante volte ho pensato di essere io sbagliata"…
I tratti umani balenano furtivamente solo nei visi sconvolti delle sventurate, sia che mordano i freni, sia che si pieghino inerti, fino ad impazzire. La loro umanità sofferente resiste, nonostante il gioco al massacro della vitalità giovanile, delle coscienze, della sanità mentale. Intanto il corpo si muove come automa: nel lavoro più duro; nelle squallide ricreazioni impregnate di truce infantilismo; nelle liturgie, dove uno splendore algido non riesce a sollevare l'atmosfera grigia che avvolge tutto; nell'ordinato schieramento da parata, che le mostra ricoperte da un manto azzurro, sul quale un nastro fa pendere dal collo una medaglia….
I grandi interrogativi sul Male affiorano nei nostri animi all'unisono con quelli delle vittime: per il non-senso di continuare a vivere, per la perdita della speranza, per l'impotenza che blocca ogni tentativo di evasione.
Solo la risata sguaiata di un'impazzita riesce a forare la spessa coltre che imbavaglia tutte, comprese le suore, pur nell'apparente ruolo di "padrone".
E l'urlo. Ripetuto a squarciagola, a iosa, durante una funzione religiosa, senza che alcuno osi interromperlo: "non è l'uomo di Dio! Non è l'uomo di Dio! Non è…". Non dà adito nemmeno ad un ironico sorriso il fatto che le parole gridate inseguano la fuga del prete; il quale, assalito dallo sfregamento dell'erba, introdotta in lavatrice da una delle "schiave" sulla sua biancheria personale, si sveste correndo, fino a restare nudo. Lo si vede di spalle, perché a nulla servirebbe umiliare il suo sesso (che gli permette abusi nascosti e impropri): meglio lasciare che si mostri tutto il suo corpo malfatto, ripugnante nella pelle grattata, rossiccia.
All'urlo risponde il silenzio. La scena ne è riempita.
Davvero il silenzio non ha bisogno di mutarsi nel suo contrario. Il film diventa toccante quando la scena domina assoluta. Come nella vita, nelle rare volte in cui si sanno usare linguaggi capaci di denudare la realtà, privandola di vaghe posticce colorazioni.
E' proprio inutile la difesa d'ufficio del cardinale Ruini: il film "non dice la verità sulla Chiesa".
Qualsiasi film, anche tra i più riusciti, non è tenuto a dire la verità. L'arte non ha questo compito, anche se può farsi denunzia, in maniera ancor più incisiva che con le argomentazioni. Ecco perché il giornale Avvenire ricorre al deprezzamento estetico, definendo il film "inerte sul piano drammaturgico e storicamente falso".
Deprezzamento che convalida la pretesa di una Chiesa trionfante, la quale sa pronuncia dei "mea culpa" che riguardano "le colpe commesse dai suoi figli", non le "sue". Sarebbe tanto bello che essa avesse il coraggio di non ovattare verità storiche scottanti, che la vedono in collusione con chi calpesta i diritti umani fondamentali. Che si facesse luogo di accoglienza per gli intimi che hanno, tutt'oggi, ferite scottanti, e vorrebbero trovarsi in esso come a casa propria, amati e accettati, in ogni caso, in sereno confronto.
Le testimonianze dirette delle persone ancora viventi non servono ad assolvere il regista, perché non ne ha bisogno, tanto la sua denunzia è artisticamente efficace. E le cautele ecclesiastiche non riescono a convincere noi a tacere. Perché il silenzio può farsi connivente della falsità e dell'ingiustizia.