Mauro Borghesi, Chiesa... dove vai?
Maestri Editore, Riccione 2001,
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Recensione
L’Autore, dopo aver seguito il regolare corso di studi in seminario, è stato ordinato sacerdote e, nel 1992, inviato nella parrocchia di San Martino a Riccione a esercitare il suo ministero. Dopo cinque anni ha lasciato il sacerdozio, compiendo una scelta sofferta e drammatica.
Il volume è articolato in cinque capitoli e un’introduzione. Esso, come scrive Borghesi, raccoglie alcuni scritti risalenti ad epoche diverse e collazionati dopo l’abbandono del ministero.
Il secondo capitolo sintetizza i motivi e gli aspetti concreti del disagio vissuto dopo gli anni della formazione, quando, insieme ai compagni di studio, si vivevano momenti di entusiasmo nell’assimilare il messaggio del Vangelo e si sognava come negli anni del ministero, in fraterna comunione, si sarebbe trasmessa la buona novella.
Nella reale vita sacerdotale in parrocchia sono invece subito emerse le difficoltà dell’ordinaria pastorale: diventare obbedienti strumenti operativi, senza libertà di iniziativa, in una chiesa dispensatrice di servizi, in modo freddo e disincarnato dalle vere richieste che possono venire in particolare da bambini, ragazzi e fidanzati. Nella pastorale ordinaria domina il problema del linguaggio inadeguato, con cui ci si deve rivolgere ai fedeli, i quali spesso, pur non comprendendo molto della loro fede, si abituano a scontare il precetto in modo passivo e burocratico. Tale modo di svolgere le attività rituali ha comportato per l’autore una vita spesso frenetica e parcellizzata, mentre sentiva l’esigenza di spargere la parola di Cristo nelle coscienze più che nelle aule di catechismo.
E’ molto viva la sofferenza dell’uomo di chiesa che vede dall’interno le attività ecclesiali succedersi le une alle altre; vede certi simboli, quali vestiti, croci pettorali, sfarzosità, nuove chiese che sorgono insieme con donazioni ai poveri; all’istituzione però non manca mai nulla. Mauro Borghesi vorrebbe invece una chiesa più semplice e povera, senza troppe sicurezze in tasca sul domani, fatta di persone concrete e capace di amare le persone concrete, capace di amare dove altri hanno rinunciato e dove il cristiano rimanga affascinato da un Amore che tutto capisce, tutto crede, tutto sopporta (I Cor, 7).
Il terzo capitolo riporta una lettera scritta al Rettore del seminario, quasi un colloquio notturno rivolto alle costellazioni, alle nebulose, ai pianeti solari, nel contempo all’amico, ricordando gli anni trascorsi insieme, le discussioni, gli entusiasmi, i dubbi, le divergenze, le convergenze.
Il quarto capitolo contiene una lettera aperta indirizzata al Papa, che non la leggerà mai. A lui l’autore indirizza attestati di stima e affetto, per le sue origini e la sua integrità. Gli riconosce di aver saputo portare a Roma una ventata di Cristianesimo puro (...) di quello che annuncia San Paolo nelle piazze. Ai successi spettacolari incontrati dal Papa nell’Occidente si contrappongono però inevitabili strumentalizzazioni, per cui diventa un uomo che imbavaglia la Parola, spegne lo Spirito, uccide il Concilio Vaticano II.
Nel quinto capitolo si rivolge ai suoi parrocchiani, chiedendo perdono per gli atteggiamenti, il comportamento e lo stile che rimprovera a se stesso oggi, avendo maturato un nuovo modo di vivere il Vangelo.
Attualmente opera in una comunità di malati di mente e segue con dolce affetto - come emerge nelle ultime pagine - un ragazzo down.
Todisco Domenico