Lino Tonti, I cinque figli del Vescovo
Il Segno dei Gabrielli, Negarine (VR) 1999
Quasi una recensione
Come promesso voglio parlare di un libro ma non è una recensione, e lo dimostro subito. Il 23 settembre scorso Avvenire ha pubblicato un annuncio funebre che suonava così: "È tornato alla casa del Padre Onfredo Trasarti missionario laico in Uruguay della comunità neocatecumenale". In realtà il defunto era prete cattolico, sacerdos in aeternum, noto e benemerito parroco a Roma, parrocchia Nostra Signora di Lourdes, per quasi 20 anni, poi si era sposato ed era andato come catechista neocat ecumenale in America latina. Si può cancellare, fin nel ricordo definitivo, una realtà come quella del presbiterato vissuto per tanti anni? Questa è, lo scrivo con tranquilla pacatezza, una situazione non normale.
Ed eccomi al libro: I cinque figli del vescovo (Il Segno dei Gabrielli, pagg. 140, lire 20.000). È un romanzo, scritto benissimo da Lino Tonti, riminese prima felicemente prete e poi felicemente sposato: moglie e due figli, felici anch'essi per quanto si può da queste parti... Egli racconta che sua figlia Lorella ha scoperto in un cimitero del IV secolo una lapide sulla tomba del vescovo Lucio Petronio Destro, posta in sua memoria e "firmata dai suoi cinque figli".
Vescovo e padre, dunque Lucio Petronio Destro? La ragazza è sorpresa: si informa, riflette e poi scrive al Papa, raccontando di sé, di suo padre, di sua madre, della gente, della vita cristiana, della comunità di quelli che hanno conosciuto il padre prima prete e poi sposo e padre... Il libro è, in sostanza, una bellissima lettera al Papa, affettuosa, esigente, cordiale anche nei punti più forti. Lorella dialoga con Giovanni Paolo II e gli chiede, così, semplicemente, di rivedere la disciplina storica della Chiesa latina che lega obbligatoriamente celibato e ministero del prete. Un discorso di confidenza, di figliolanza vera, di ingenuità a prima vista sorprendente, forse, ma genuina, fresca, non letteraria, con il problema del babbo vivo nella carne viva non solo di lui ma della madre, dei figli, e di tanti che vivono la fede nella comunità locale viva.
Piccolo il libro, grande il tema. Può essere scomodo, lo so, ricordare che la Chiesa cattolica in questi decenni ha perduto, forse anche per la legge storica del celibato, circa 100.000 preti. D'accordo: probabilmente una metà di essi erano comunque "preti a perdere, per tante carenze umane e cristiane. Ma gli altri? Sono quasi il doppio di tutto il clero secolare italiano... E quanti giovani seri, vivi nella fede e nell'amore di Dio e del prossimo non si possono sentire oggi chiamati al sacerdozio solo perché non si sentono chiamati a vivere il carisma evangelico, distinto, della verginità consacrata?
Nessuna pretesa, nella lettera di Lorella, e neppure in questo scritto, ma il problema è lì, nelle decine di migliaia di parrocchie "vuote" di preti, nei contraccolpi che il celibato vissuto male procura alla vita di tanti preti e di tante comunità, di tante donne e di tanti uomini. È un discorso spinoso, lo so, ma i risvolti velenosi e talora drammatici di esso sono sotto gli occhi di tutti: omosessualità, pedofilia, illegalità, relazioni clandestine e multiple, violazioni di tanti diritti altrui, chiacchiere, fango sulla Chiesa e su chi vive in essa...
Certo che non tutto sarebbe evitato con un cambiamento della legge del celibato, ma si è proprio certi che è giusta e preferibile per il Regno di Dio, e non solo per il regno dei chierici, l'attuale legislazione storica della Chiesa, che certo non risale a un mandato di Cristo? È possibile ripensare il problema? O si pensa sul serio che la crisi delle vocazioni al ministero si risolva con qualche spot in più (Il Messaggero, 18 settembre 1999)? So benissimo che attualmente non pare esserci alcuna apertura, ma chiudendo gli occhi non si cammina, e la realtà resta dura.Sul mio tavolo ho due lettere arrivate in questa settimana, scritte da preti in crisi e con relazioni già avviate... Davanti agli occhi ho il numero 40 di Famiglia Cristiana con la lettera di un prete "in difficoltà" che vuole lasciare il ministero... È da tempo che molti vescovi cattolici - potrei farne i nomi, ma sono troppi - chiedono anche pubblicamente di rivedere il problema con la parresìa dovuta. In tante parrocchie sono arrivati in Usa, Gran Bretagna e altrove, i pastori non solo anglicani "convertiti" al cattolicesimo, con moglie e figli al seguito e ordinati preti...È un tema questo, su cui anche in documenti ufficiali delle Chiese si è incoraggiata una discussione franca, ma poi il silenzio ha imperato. E col Giubileo in arrivo si potrà in qualche modo sperare che, pur rimanendo la legge vigente, sia diverso il modo di trattare il problema della presenza, nelle comunità, di quelli come don Onfredo Trasarti, benemerito parroco per tanti anni etichettato in morte "cattolicamente" come "missionario laico"?La bellissima lettera di Giovanni Paolo II, che ho segnalato e segnalo ancora ai lettori, mi pare un segno di speranza e di vita.
Gianni Gennari (pubblicato in "Jesus")
Pagine
Sonia e Giorgio
Questa mattina, quando sono già fuori di casa, le mie suore fanno sapere che è morta suor Guendalina, la maestra delle elementari. Ci vediamo raramente, ormai separate dal lavoro e dalle distanze, ma restano pur sempre le mie suore. Allora di pranzo mi telefona suor Domitilla, l'altra maestra:
- Sonia? cercavo appunto te. Non so come dirtelo, ho un peso, un rimorso che non mi dà tregua.
- Cosa è successo, suor Domitilla?
- Si tratta di Guendalina. Devi credermi, Sonia, se n'è andata col tuo nome sulle labbra. Mi domandava di te con insistenza e io le garantivo che prima o poi ti saresti fatta viva. Che pena, ieri: con un filo di voce ha chiesto ancora tue notizie! Le ho dato a intendere che ti avevo cercata e avevi assicurato che a Natale saresti venuta certamente, ma lei si sentiva morire: «.No, Natale è troppo lontano, almeno facesse un salto quando sarò morta».
- Mi dispiace, non sapevo nulla, verrò senz'altro.
- Ti aspetto oggi pomeriggio, domani potrebbe farti impressione.
- Nel pomeriggio sono impegnata in parrocchia, dobbiamo costruire il presepio e provare i canti per la messa di mezzanotte.
- Ah sì? E tu fai queste buone cose?
- Veramente è un pezzo che collaboro con i preti.
- Guendalina lo sapeva? Chissà come ne sarebbe stata contenta! Ma ora, dal cielo, ti vede e gioisce. Vai, dunque, qui vieni dopo, ti aspetterò fino a tardi.
- Verrò.
- Vieni! anch'io ho piacere di parlarti.
Suppongo che vog1ia distogliermi dall'intenzione di sposare don Giorgio, che
comincia a trapelare nonostante la
nostra prudenza. Finite le prove, mi trattengo in chiesa a pregare. Poi,
sbrigate alcune commissioni, mi faccio coraggio e vado. È già buio. Suor
Domitilla mi abbraccia e mi bacia; sembra molto commossa.
- Sonia, capisci perché suor Guendalina ci teneva a incontrarti?
- Penso di sì.
- Ecco - mi fa strada verso la camera ardente - io non aggiungo altro. Devi credermi, ha pianto tanto, la poverina. Che lacrime, che lacrime per te! Soffriva e domandava se ti avevo telefonato. Io rimandavo, cercavo di tranquillizzarla: verrà, verrà.
- Avrei dovuto saperlo...
- Ripeteva: «Ma perché, perché proprio lei, con un sacerdote! un ministro di Dio, consacrato per l'eternità. La devo salvare, quella bambina, la devo salvare. Mi ci gioco la vita, ma la devo salvare». Diceva: «.Li vedo tutti e due, due tizzoni di fuoco che ardono nell'inferno». Sono le sue parole precise. Ma vieni da lei, sono convinta che vuole parlarti, ascoltala.
Entriamo. Una delle due suore inginocchiate di fianco alla bara, appena si accorge di me, tocca il gomito dell'altra. Come a un segnale convenuto, si alzano e se ne vanno.
Suor Domitilla accarezza la fronte della consorella morta:
- Guendalina, siamo qui. Vedi, è venuta la tua Sonia, la tua bambina che hai aspettato tanto, sei contenta? Cosa vuoi dirle?
Mi sento spaesata. Rimaniamo in piedi, in silenzio. La penombra e l'odore della cera non mi incoraggiano a riflettere e a restare. Ogni tanto suor Domitilla si asciuga le lacrime col fazzoletto e scuote la testa. Arrivano altre due suore, si fermano sulla porta, sento che una bisbiglia all'altra: «.Oh è venuta, è venuta!» e le vedo allontanarsi in punta di piedi, Si sono coalizzate per salvarmi.
L'
orologio segna le sette meno un quarto, faccio notare a suor Domitilla che è
tardi.
~ Sì, però qui, davanti a lei, non ti senti di promettere qualcosa?
- No, suor Domitilla, in questo momento no.
- Sforzati di ascoltarla ancora.
Finalmente usciamo. Lungo il corridoio suor Domitilla continua a versare lacrime:
- Povera Guendalina, si era presa tanto a cuore la tua situazione! Chissà chi gliel'ha riferita.
- Già - rifletto un po' ~ vorrei saperlo anch'io. - Immagino che sia stata lei. Oppure si tratta di una macchinazione: l'anziana suora non sapeva nulla di me.
- Qualcuno che è venuto a trovarla... Quella notizia non dovevano dargliela, non meritava di soffrire così.: Anch'io soffro, sono sincera, provo una pena grandissima.
- Ma no, suor Domitilla, non è il caso.
- Vorresti farmi credere che non è il caso? Ti rendi conto? E' un sacerdote, un ministro di Dio, consacrato a lui.
- Lo so.
- Vedi, dunque, Sonia, tu non puoi fare una cosa del genere. Non temi l'eternità Sarai dannata, sarete dannati tutt'e due. E non potrai essere felice nemmeno sulla terra, dopo un passo simile, perché sarai tormentata dal rimorso di aver guastato una vocazione.
- Il matrimonio le pare un motivo sufficiente per una condanna etema? Spero piuttosto di essere un pochino felice anch'io. Non si può avere rimorso, quando si è convinti di agire bene. Secondo me la legge del celibato obbligatorio è inopportuna. Con tutto il rispetto e la stima per chi è celibe come lei, suor Guendalina.
- Come ragioni? E' una legge della Chiesa, bisogna rispettarla. La Chiesa è Ispirata da Dio e tutto ciò che comanda viene da Dio.
- Ma le leggi della Chiesa non sempre rispecchiano nel modo migliore la volontà di Dio. Gesù ha scelto apostoli sposati e a lungo il celibato non è stato obbligatorio. Le leggi cambiano, e perché possano cambiare qualcuno deve avere il coraggio di precedere il cambiamento, pagando di persona.
Suor Domitilla, sconvolta, mi prende le spalle con tutte e due le mani:
- No, non dire così, figliola mia. Ti ho conosciuta per una ragazza ragionevole e brava. Capisco che davanti a un amore si può diventare ciechi, ma bisogna essere più forti dei sentimenti.
Lascio che si calmi un po'.
- Non si tratta di cecità. Cosa pensa, che non abbiamo valutato ogni cosa? Che sia facile prendere una decisione del genere? E che il matrimonio sia un giardino di spensierata allegria? Non è mica una passione che ci ha colto all'improvviso! A noi sembra di avviarci per la strada giusta.
- No, Sonia, non potete essere nel giusto se vi mettete contro la Chiesa. Chissà il Signore come sarà scontento di voi.
- Oh, non credo che il Signore possa essere dispiaciuto. Piuttosto sarà scontento di come vanno tante altre cose, nella sua Chiesa, In quanto al celibato, basterebbe prendere atto che i preti diminuiscono a vista d'occhio. Comunque il discorso è piuttosto complesso, per me è tardi, devo proprio andare.
- Sì, non è un discorso semplice, ma sono sicura che vorrai riflettere ancora, ho molta fiducia in te. Lo farai almeno per suor Guendalina. Non pretendo che tu decida su due piedi. Lei di lassù ti segue e ti protegge. Nel frattempo avrà incontrato i tuoi genitori e pregheranno insieme per la tua salvezza. Pensa all'eternità, non temi che in punto di morte ti potresti pentire di aver compiuto un tale passo?
- Veramente non riesco a immaginare una cosa del genere.
- Quando ci vedremo, nell'aldilà, mi darai ragione.
- Mi scusi, suor Domitilla, devo andare!
Si decide e mi accompagna alla porta:
- Posso sperare di vederti ancora?
- Non si sa mai. - Non nascondo di essere seccata.
- Io ti aspetto. Se sapremo che hai cambiato idea sarà una grande gioia per tutte noi.
Mi sento incapace di comunicare. Davvero la fede che noi due abbiamo in Gesù Cristo è la medesima? Sulla strada, costretta a immergermi nella nebbia e nel freddo, ho finalmente la sensazione di respirare aria buona!
Suor Domitilla è intraprendente, generosa, si occupa di poveri e sofferenti. Sonia da ragazzina era in gran confidenza con le suore, che speravano di farla diventare una di loro. Sonia e don Giorgio, dopo aver celebrato il matrimonio religioso, sono andati a vivere altrove. Il nuovo parroco, diventato amico, li ha sollecitati a collaborare purché, ecco!, purché non si conoscesse in giro il passato di Giorgio.
Quando la suora ha rivisto Sonia, tornata anni dopo ad abitare nella città di origine, le è corsa incontro cordialissima:
- Ciao, come stai? Ti aspettavo. So di te, di tuo marito, e quanto bene state facendo.
Aveva dimenticato i tizzoni ardenti nell'inferno.
- Meno male - conclude Sonia quando racconta - anche le suore crescono! Siamo amici e collaboriamo con tante di loro, le quali sanno chi è Giorgio. Perfino suore di clausura.