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M. Caterina Jacobelli , Onestà verso Maria – Considerazioni sui testi mariani del primo millennio

Queriniana, Brescia 1996

 

Maria Caterina Jacobelli, nata a Roma nel 1928, coniugata. Laureata in Antropologia culturale presso l'Università La Sapienza di Roma, ha conseguito il Dottorato in Teologia morale presso la Pontificia Università Lateranense, Accademia Alfonsiana. Membro dell' ATI. Vive e lavora a Roma.

Descrizione

 

Maria - Un nome che più o meno in tutti, credenti e non credenti, cristiani o appartenenti ad altre religioni, suscita un ricordo, richiama alla mente l'immagine di una donna che ha determinate caratteristiche. Soprattutto nella memoria dei cristiani, ella vive in un quadro splendido, mirabilmente costruito in ogni sua parte da un gran numero di tasselli perfettamente armonizzati tra loro.

E' Maria, la Santa Vergine, la Madre di Dio, l'Immacolata, l'Assunta, la Regina degli angeli, In una parola: la Madonna. Ma questa realtà mirabile, come si è costruita nella nostra mente? Quali sono le fonti che nel corso dei secoli hanno via via formato l'immagine di lei come noi oggi la veneriamo? E questa immagine corrisponde alla donna Maria che Gesù ha visto e amato, oppure noi , da quasi due millenni ci poniamo con devozione ed amore di fronte, ad un'altra Maria, che non è quella vera, non è la "madre di Gesù" del vangelo, ma una nostra - seppure meravigliosa - costruzione?

Partendo da queste domande, da questa esigenza di onestà verso, Maria - che è anche onestà verso suo Figlio Via-Verità-Vita - l' Autrice, attraverso un'ampia e rigorosa analisi dei testi mariani dei Padri e degli scrittori ecclesiastici del 1° millennio, segue il successivo comporsi dell'immagine di lei, ponendo in evidenza e analizzando le molteplici cause che hanno posto in essere le caratteristiche date a Maria e che ne hanno costruito il personaggio così come noi lo "veneriamo".

Ne risulta un libro coraggioso, rigorosamente documentato, che è un gesto d'amore verso Maria ma anche un ringraziamento a Dio, per questa mostra realtà umana che "era cosa molto buona" (Gen 1,31). Ed è soprattutto uno stimolo ed un invito a continuare la ricerca lungo un cammino che appare di giorno in giorno sempre più ineludibile, teso a portare finalmente in luce la vera grandezza di Maria fino ad oggi nascosta da un elemento che soffoca ogni altra caratteristica di lei, e che invece - come dice il teologo Bernhard Haring nella sua Postfazione "va radicalmente ridimensionato" 

 

Recensione

Nella storia del pensiero ogni tanto giunge un momento in cui l'uomo si trova di fronte all'esigenza di rimettere tutto in questione. Ciò che è andato bene per secoli, per millenni, sotto la spinta di vari elementi - che forse quando si sono presentati non sono apparsi tali da avere una così grande forza dirompente - non regge più, deve essere rivisto, cambiato, interpretato in modo diverso. E questo è perfettamente logico e appartiene alla natura stessa dell'uomo. Guai se così non fosse.

L' esempio più grandioso di come sia possibile e giusto cambiare anche completamente una prassi o un'idea che per secoli è stata valida, ce lo dà un ebreo, discepolo appassionato di Gamaliele, tenace custode della fede dei Padri: Paolo di Tarso. Su san Paolo si sono scritti moltissimi volumi, ma forse non sono stati ancora sufficientemente messi in risalto la stupefacente grandezza umana, lo straordinario coraggio di quest'uomo, figlio della sua cultura, il quale si assume di fronte alla storia passata e futura la responsabilità di abrogare la legge sacra della circoncisione - segno dell'alleanza con Jahve! - espressamente data da Dio ad Abramo. E questo, senza che quel Gesù di Nazaret che aveva sconvolto la sua vita, avesse detto una sola parola al riguardo; e contro l' opinione di Pietro, di colui cui Cristo aveva affidato il compito di pascere il suo gregge.

La teologia è opera umana, e quindi anch' essa è sottoposta a questa legge di cambiamento; fermo restando il depositum fidei, tutto il resto appartiene alla cultura che cambia di generazione in generazione, o di secolo in secolo, o di millennio in millennio. Il dogma resta dogma, ma la sua formulazione è un fatto culturale; la rivelazione resta rivelazione di Dio all'uomo, ma il modo con cui essa viene trasmessa e recepita è conseguenza di una situazione contingente. Anche il dogma, quindi, ha una storia e di essa porta i segni, e pertanto è insieme sintesi e punto di partenza. Quando per il cambiamento delle categorie culturali si viene a creare un divario tra la realtà che l'uomo vive e il messaggio che gli viene trasmesso, questo messaggio rischia di non essere più ne capito ne accettato; ma non solo, indipendentemente dall'accettazione di esso, viene a crearsi una situazione di non verità che non è onesto mantenere in piedi. Non è onesto verso Dio, non è onesto verso la chiesa depositaria della verità che Dio ci vuole comunicare, e non è onesto verso l'uomo che ha diritto di poter credere ciò che Dio gli comunica.
Paolo VI se ne è perfettamente reso conto quando ha detto che la disaffezione verso Maria può essere fatta risalire ad una presentazione di lei oggi culturalmente inaccettabile. Io sono convinta che per la teologia sia giunto il momento di compiere una revisione profonda. Se guardiamo bene, ben poco, quasi nulla, è cambiato nella presentazione del messaggio cristiano da quando ha avuto inizio la teologia, costituita dal pensiero dei Padri - con la sua grandezza e con i suoi limiti - e dalle dichiarazioni del magistero che, come nel caso della verginità di Maria, trae la propria dottrina dal pensiero di quegli stessi Padri. La teologia, a parte qualche sfumatura, nonostante il riconoscimento del necessario sviluppo storico del dogma, cammina sempre sugli stessi schemi logici costruiti nei primissimi anni dopo, la risurrezione. Ma il contesto culturale, oggi, è completamente diverso. E questo crea l'urgenza di rivedere tutto ciò che da circa 2000 anni andiamo trasmettendo, analizzando criticamente e storicamente il contesto culturale, la personalità di coloro che scrivono, le motivazioni del loro pensiero, la struttura logica entro la quale essi si muovono. Secolo dopo secolo, i documenti magisteriali si rifanno a quelli precedenti, che a loro volta si appoggiano su testi più antichi. Ma questa continuità nel tempo, se resta acritica, di per se non assicura la verità.

Oggi - solo per fare qualche esempio - c'é la necessità di rivedere a fondo il problema del male, del peccato d'origine, non più imputabile a progenitori mai esistiti. Da questo deriva l' esigenza di comprendere in modo diverso la santità di Maria: che cosa significa  "Immacolata concezione" se il peccato originale non e più possibile vederlo come una macchia che ogni essere umano riceve in eredità dagli antichi progenitori? La santità di Maria resta, ma è tutta da riformulare. Oggi non possiamo più considerare l' eventuale concepimento dell' uomo Gesù con il seme di Giuseppe come un ostacolo insormontabile all'Incarnazione del Verbo. Oggi non è più possibile considerare la verginità come uno stato "angelico" superiore a quello che Dio ha voluto per l'uomo e per la donna. Ma qual è il contenuto della verginità?

E così tutto: è da rivedere la consapevolezza che Gesù aveva di sé stesso - e quindi quella di Maria -, sono da rivedere i sacramenti, il sacerdozio, il concetto stesso di "vita eterna". È da rivedere l'etica, è da riformulare tutta la spiritualità, tutto il modo nel quale l'uomo vive il rapporto con Dio. È da rivedere tutto il contenuto di quella che noi chiamiamo "vita di perfezione", impostata su valori che sono ancora visti secondo schemi che ormai non appartengono più alla realtà dell'uomo di oggi, e che è urgente riscoprire. Un lavoro immenso.

Un lavoro immenso ma ineludibile, perché il cosiddetto "ateismo" non è imputabile solo al desiderio dell'uomo di vivere la propria vita come se Dio non ci fosse: molta parte di colpa sta nel fatto che l'immagine di Dio che la teologia continua a presentare, è diventato «un rotolo di cartamoneta senza più valore di scambio».

Paolo VI parlando delle difficoltà che si riscontrano nella devozione a Maria, ha esortato «i teologi, i responsabili delle comunità cristiane e gli stessi fedeli, a dedicare la dovuta attenzione a tali problemi», però poco dopo afferma che «la scelta dello stato verginale da parte di Maria, che nel disegno di Dio la disponeva al mistero dell'Incarnazione, non fu atto di chiusura ad alcuno dei valori dello stato matrimoniale, ma costituì una scelta coraggiosa, compiuta per consacrarsi totalmente all' amore di Dio».
In queste poche parole ci sono vari elementi sui quali è importante riflettere. Anzitutto il fatto che Maria "abbia scelto" la vita verginale. Oggi, conosciamo come e perché e quando è stato scritto il racconto dell'annunciazione; oggi conosciamo a fondo la cultura ebraica che aveva strutturato la giovanetta Maria e che faceva considerare "obbrobrio" la sterilità di una donna; oggi il Vaticano II ha chiaramente affermato che «il consacrarsi totalmente all'amore di Dio», cioè la santità, è chiamata universale in qualunque stato di vita. Ma soprattutto è urgente riflettere sul perché la verginità di Maria fosse funzionale al disegno divino dell'Incarnazione. Caduti i motivi che i Padri adducevano e che sono frutto della loro non conoscenza della fisiologia, quale può essere il motivo?

Per far sì che in quel grembo di donna avvenisse un concepimento senza seme maschile, era necessario un intervento specialissimo dell' onnipotenza divina, uno di quegli interventi che noi chiamiamo "prodigi", "miracoli". E abbiamo letto le entusiastiche esclamazioni degli antichi scrittori: «O prodigio! O miracolo inaudito!». Ancor più era necessario un intervento prodigioso perché un corpo - il corpicino di Gesù - che aveva un certo peso, un certo volume, una certa dimensione, passasse attraverso la fragile membrana dell' imene senza lacerarlo. E qui non voglio tener conto di alcuni particolari: e cioè che, proprio in quanto vero uomo, Gesù si è nutrito per nove mesi attraverso la placenta e il cordone ombelicale, che ha vissuto immerso nel liquido amniotico entro il sacco delle cosiddette membrane. Tutte realtà concrete, di notevoli dimensioni, che la donna espelle qualche tempo dopo la fuoriuscita del bimbo. Non mi sembra di buon gusto soffermarmi su questo, però mi sebra un atto di onestà dire qui, ora, che ogni donna che ha partorito, pur essendo credente, ha sempre fatto fatica a credere alla verginità di Maria durante e dopo il parto. Per una semplice questione di buon senso, di conoscenza diretta di ciò che significa partorire. E, di conseguenza, nel fondo del proprio cuore si è sentita in disaccordo con l'insegnamento della chiesa.

Comunque, un intervento dell' onnipotenza di Dio avrebbe potuto renderlo possibile.
Ma perché avrebbe dovuto compiere questo segno di cui il vangelo non dice nulla?
I miracoli, gli interventi eccezionali di Dio, sono segni dati agli uomini per trasmettere un messaggio. Quando Gesù compie qualcuno di questi segni non si comporta come un prestigiatore che stupisce il pubblico con la sua abilità. Usa quel mezzo perché gli uomini capiscano ciò che egli è venuto a dir loro. Davanti alla tomba aperta di Lazzaro ringrazia il Padre suo: «Padre, ti ringrazio di avermi ascoltato. Sapevo bene che tu sempre mi ascolti. Ma l'ho detto per la gente che sta attorno, affinché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,42). E già da prima si era trattenuto altrove pur avendo saputo che il suo amico era malato, proprio perché attraverso il 'segno' che egli avrebbe fatto apparisse chiaro che quella malattia «non è per la morte, ma per la gloria di Dio, affinché, per mezzo di essa, sia glorificato il Figlio di Dio» (11,4).

Ma quale messaggio Dio avrebbe voluto giungesse agli uomini attraverso l'intervento miracoloso del concepimento e del parto verginale? Non possiamo dire che volesse affermare un bene superiore, perché Dio non può smentire Sé stesso, non può smentire la sua benedizione su ciò che «era molto buono». Non possiamo dire che volesse rendere presente in Maria un modo nuovo di essere, facendo di questo concepimento verginale un segno escatologico. Tutto ciò che sappiamo della "vita eterna" - se vogliamo escludere riflessioni umane che, seppure ricche di contenuto, sono sempre parole di uomini su qualcosa che esula dalle dimensioni in cui gli uomini vivono - è contenuto nelle parole di Cristo: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Conoscere nel senso più pieno, conoscere con tutto il proprio essere di uomo. E quest'uomo passato alla vita senza fine, come è? Ancora una volta dobbiamo guardare a Cristo, a Cristo risorto che ha un corpo talmente umano da far toccare a Tommaso la sua ferita; che chiede da mangiare, che cammina accanto a due altri uomini riscuotendo la loro ammirazione, che si ferma a tavola con loro, che compie gesti precisi; che dà alla propria voce quel tono di tenerezza che Maria Maddalena riconosce immediatamente, senza dubbio alcuno, nonostante, fosse stata testimone della morte e della sepoltura di colui che ora le è davanti e la chiama per nome. Nella vita oltre la morte l'uomo resta se stesso, con ogni sua facoltà, con tutte le sue componenti che, lungi dallo scomparire, raggiungeranno - tutte e ciascuna - la loro pienezza alla luce dell'avvenuta redenzione. Ed è, quindi, molto difficile, alla luce del Risorto, vedere la rinuncia alla sessualità - e perché no la rinuncia all'intelligenza? - come un "segno" di quella vita che porterà l'uomo al completo sviluppo di se stesso.  Forse non c'è alcun messaggio da trasmettere. E forse questo apparirà più chiaro se esaminiamo, attraverso la Scrittura, qual è il rapporto che intercorre tra il corpo dell'uomo, piacere dell'uomo, il mondo dell'uomo, e Dio.

Una contraddizione ?

Non c'è dubbio che nella storia del pensiero la corporeità dell'uomo e la trascendenza di Dio siano stati visti come due poli in antitesi tra loro: il mondo e il corpo sono stati di conseguenza considerati la prigione da cui l'uomo - o meglio, lo spirito umano - doveva cercare di liberarsi per avvicinarsi a Dio. Ed è un modo di pensare che si riaffaccia continuamente, qualunque sia il contesto culturale. Ma soprattutto nell'ambito cristiano che questo rifiuto della corporeità è apparso condizione assolutamente necessaria per raggiungere ciò che veniva considerato l' unica vera dignità dell'uomo, la sua parziale somiglianza, cioè, con un Dio totalmente spirituale.

Perché l'uomo fosse realmente uomo, era quindi necessario che l'uomo fuggisse da questa sua umanità, in uno sforzo tragico e disperato - condannato all'insuccesso per la sua stessa natura - che lo ha spezzato in due parti in contrasto tra loro, rompendo contemporaneamente anche il rapporto dell'uomo con ciò che ne costituisce la sua radice vitale: il suo essere nel mondo e del mondo. Mentre Dio aveva voluto essere uomo, uomo vero, corporeo, per secoli l'ascesi cristiana è stata soprattutto questo sforzo teso a distruggere il più possibile ciò che l'uomo aveva di umano, nel desiderio di avvicinarsi a Dio.
E in questo contesto, chi, meglio di Maria, donna completamente desessuata, poteva incarnare questo sogno? Ma la corporeità dell'uomo è effettivamente un ostacolo per avvicinarsi a Dio? È necessario che l'uomo si alieni da sé stesso per essere più vicino al Dio che lo ha creato uomo? Se sappiamo leggere le prime tracce, le prime immagini con le quali l'umanità esprime la sua fede nel trascendente, ci appare il contrario. Agli albori del genere umano, quando la soddisfazione degli impellenti bisogni primari non assorbe più tutte le energie dell'uomo ed egli comincia ad interrogarsi sulle forze che
vede operare accanto a sé, che lo trascendono, di cui non sa darsi spiegazione - in una parola, quando si pone l'idea della divinità - nella mente di quest'uomo la divinità assume non solo forma corporea, ma viene rappresentata sotto l' aspetto più concreto possibile - direi meglio, più pesante - che il corpo umano può assumere: quello della donna incinta. La cosiddetta Venere di Parabita, una statuetta custodita nel museo di Taranto e risalente a circa 15.000 anni fa, prima ancora che l'uomo scoprisse l' agricoltura, ne è una meravigliosa testimonianza.
L'uomo trova in sé stesso, trova dentro di sé la prima immagine della divinità, lì dove Dio ha posto la sua ruah, il suo soffio: ed è una creatura corporea, è una donna, è una donna incinta. Fin dagli inizi il rapporto con un Dio che diverrà nel pensiero successivo "purissimo spirito", è mediato da questa realtà estremamente, carnalmente concreta. Non possiamo dimenticarlo. Non è possibile, però, cogliere fino in fondo il rapporto che lega la corporeità dell'uomo con il trascendente, se la enucleiamo dal più vasto ambito del mondo, dalla realtà di quel mondo in cui l'uomo giunge per ultimo - lo aveva detto la Genesi nel suo simbolismo, lo hanno dimostrato le scienze -, tre miliardi e mezzo di anni dopo che negli oceani hanno cominciato a vivere i primi organismi pluricellulari. L'uomo non ci sarebbe se si fosse spezzato un solo anello di quell'ininterrotta catena che lo collega alle prime scintille di vita accese nel mare. Per capire bene il rapporto tra la creaturalità dell'uomo e la trascendenza di Dio è indi necessario fermarsi prima a vedere quale sia il raprto di Dio con la materia vivificata, il rapporto di Dio con quelle che chiamiamo "creature".
La Scrittura ce lo dice fin dall'inizio: «Ed Elohim vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco che era molto buono» (Gen 1, 31). È stupefacente: ogni creatura da Lui fatta, Dio la proclama buona. Eppure ciascuna di esse è materia, non è spirito; è limitata, contingente, imperfetta, caduca. Eppure Dio considera buona, molto buona, e proclama questa bontà dall'inizio. Dio è Dio e la creatura è creatura; ma questa creatura, con tutto il suo limite, non è estranea a Dio: è colei che, essendo buona ma essendo creatura, proclama che soltanto Dio è Dio. Questa incolmabile differenza non è una condanna della creatura, ma ridonda, in un certo senso, al positivo, sia su Dio che sulla creatura stessa.
Siamo quindi all'opposto di ogni corrente di pensiero - come quelle che tanto hanno influenzato i Padri - che vede la materia come negativa, come un'opposizione o almeno un allontanamento da Dio. La Bibbia si apre con questa proclamazione della bontà della creatura come essa è, in un affresco che copre cielo e terra, stelle, piante, animali. E anche l'uomo.

L'uomo

L'uomo. Che giunge per ultimo, giunge dopo ogni altra specie vivente:
«Ed Elohim fece le fiere della terra, secondo la loro specie e il bestiame, secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. Poi Elohim vide che era buono. Finalmente Elohim disse: "Facciamo l'umanità a norma della nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e fin su tutti i rettili che strisciano sulla terra". Ed Elohim creò gli uomini a norma della sua immagine; a norma dell'immagine di Elohim li creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,25-27).

Conosciamo già come i Padri avessero un'immagine ben diversa della sessualità, ma può essere utile fermarci un momento sull'imbarazzo che essi provarono di fronte all'inequivocabile fatto che nel paradiso terrestre - considerato come realmente esistito - i nostri progenitori fossero un maschio e una femmina. Come si sono comportati? Avranno o no compiuto l' atto sessuale, considerato indegno della santità di Dio e della santità dell'uomo creato a sua immagine? Se lo sono chiesto in molti. Questo problema e quello connesso con il piacere sessuale, se l'è posto più tardi anche Tommaso d'Aquino, il quale dice con molta eleganza che in paradiso i progenitori non ebbero rapporti perché non ne avevano avuto il tempo: infatti, poco dopo la formazione della donna, ne furono scacciati a causa del peccato. 

Sono interpretazioni che oggi ci fanno sorridere, ma di grande importanza è invece la conclusione cui san Tommaso giunge: se i nostri progenitori ne avessero avuto il tempo si sarebbero uniti sessualmente, e non - come dicono alcuni - senza piacere, ma anzi, con piacere molto maggiore di quello che proviamo noi, perché il piacere è tanto più grande quanto più pura è la natura e sensibile il corpo.

Nei capitoli precedenti abbiamo visto perché, secondo i padri, Maria ha partorito senza dolore: perché aveva concepito senza piacere. Profondi condizionamenti culturali impedivano loro di comprendere ciò che la bibbia afferma: e cioè che le creature traggono da Dio il loro essere "molto buone" per cui più una creatura è perfetta, in maggiore misura affermerà la perfezione di Dio: più pura e nobile la natura di un essere umano, maggiore sarà quindi anche la sua capacità di godimento sessuale. Da queste parole di Tommaso d'Aquino la figura di Maria, la più perfetta delle creature, emerge completamente opposta a quella che è stata costruita e tramandata. Ma chi, dopo san Tommaso, nella chiesa ufficiale ha avuto il coraggio di riprendere in mano il problema della verginità di Maria?
E a questa domanda se ne aggiungono altre: perché si ha paura di affrontare questo argomento? Perché è stato accuratamente evitato anche dal Vaticano II che - pur nel suo immenso sforzo di rinnovamento - si è limitato a ripetere ciò che gli antichi padri avevano detto? A quali strutture consolidate da secoli, a quali ideologie consacrate da quasi 2000 anni di prassi, la verginità di Maria vista come punto sommo di santità, fa, ancora oggi, da supporto?

Mauro Borghesi

 


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