Ida Maddalena Masutti, GLI ELETTI SAPEVANO?

L'Autore Libri Firenze 2001

La letture del libro mi ha permesso di cogliere al di là della trama alcune provocazioni che ritengo possano stimolare chi vorrà interrogarsi (se già non s'interroga) sui problemi che la scelta di fede e l'appartenenza ad una Chiesa pongono ad ogni credente sia esso laico o religioso.

La lettura è favorita dallo stile vivace, dialogato, schietto, incalzante; chi scrive presenta se stessa, il suo travaglio spirituale e mentale a tratti in modo esplicito, diretto, più spesso attraverso il confronto con altri, molti altri. L'autrice-protagonista è una suora-insegnante, ricercatrice di storia, che si <muove> per esprimere quello che pensa sulla Chiesa alla quale appartiene, tra uomini di Chiesa da un lato (monsignori, funzionari del Vaticano) e i suoi studenti dall'altro, tra Roma e Sorgive: due realtà, due esperienze, due mondi che un'occasione, (una ricerca all'Archivio segreto del Vaticano da un lato e una ricerca scoilastica sui rapporti Chiesa-nazismo dall'altro) fa incontrare in Suor Benedicta che in certo senso sfrutta la curiosità e la vivacità intellettuale dei suoi studenti per fare emergere le contraddizioni della struttura gerarchica della Chiesa Cattolica e nello stesso tempo tratteggia con finezza narrativa oltre che psicologica profili di uomini di Chiesa per presentare le varie facce dell'istituzione vista dal di dentro.

Maddalena Masutti si rivela in questo romanzo-verità una narratrice esperta, un'insegnante attenta alle esigenze dei giovani, una donna di fede che ha saputo, dentro una realtà che lei stessa definisce <ovattata>, trovare la forza <mentale> prima che <reale>, di LIBERARSI e che ha fatto dire alla sua Superiora: "Ho tanta paura per Suor Benedicta… la sua intelligenza la porterà… all'inferno".

LIBERARSI perché la fede è soprattutto sentire "di appartenere a Dio, solo a LUI", una fede forte ed essenziale di cui la Masutti analizza il nascere (la famiglia contadina, il duro lavoro, il rapporto con il nonno, ecc.), il rafforzarsi nella scelta di entrare in convento, il purificarsi nella fatica di uscirne.

Credo di poter consigliare questo piccolo testo a chi desidera percorrere strade di ricerca nella fede, a chi pensa che la Chiesa, la sua struttura, le sue regole, possono essere discusse, a chi crede nel valore e nella fatica che comporta la ricerca della Verità, ricerca d'archivio o ricerca come metodo di lavoro con i giovani che hanno diritto che qualche adulto appassionato li accompagni senza pretendere di conoscere a priori la meta e le direzioni.

Anna Campora

-----------------------------------------------------------------------

Marisa Fumagalli, LE DONNE DEI PRETI

Baldini&Castoldi, Milano 1996

Il sottotitolo è indicativo: "Amori, Drammi, Trasgressioni".

Non si può negare l'impegno dell'Autrice, giornalista del Corriere della sera, ad entrare in questo luogo vietato, dove il sacro aleggia in tutta la sua ambiguità; ma anche a saper ascoltare ed evidenziare con pacata attenzione i drammi, più o meno segreti, che tormentano - talvolta per un'intera vita - sia i preti, sia le donne intrappolate in una storia di amore, che non sempre ha una felice conclusione. Non pare che l'autrice si proponga di assecondare morbosi gusti, anche quando registra situazioni scabrose.

Storie, appunto. E adeguate ai gusti degli affascinati dal sacro. Un ambito, questo, dove i tabù sociali sono più vincolanti per via di leggi ecclesiali, scambiate per obblighi morali e spirituali. Temo che purtroppo la conoscenza di amori trasgressivi possa alimentare, nell'immaginario collettivo, un'idea di sacerdozio quale separazione misteriosa legata alla trascendenza. La quale non viene considerata per quello che davvero è: contatto interiore e profondo col divino, a cui tutti/e siamo chiamati, e in cui il matrimonio non è di ostacolo.

E' qui il nodo della questione. Il libro è ben "confezionato", con tutti gli ingredienti per essere appetibile, ma proprio per questo facilmente scivola in una sorta di "curiosità" nei riguardi del proibito-violato.

Quale è il motivo di questo disvelamento dell'archivio segreto in cui si depositano tante angustie umane? Quale utile si può cavare da conoscenze circa la prova del fuoco a cui è sottoposto il prete, soprattutto a causa della donna (più o meno provocatrice, talora eroica o retta, ma sempre occasione fondamentale dell'abbandono del ministero)?

Non basta avere affidato a Mons.Tonini il compito di trarre le conclusioni.

Lui naviga in un altro pianeta; ha com-passione, anche amorevole, come sempre sa fare la Chiesa, pur restando inflessibile circa principi, che invece andrebbero riveduti, e tutt'altro che per via di lassismo morale, come teme Baget Bozzo. La questione è sempre male impostata quando si parla di fedeltà al Ministero come sinonimo di fedeltà al celibato. I dubbi si addensano, anziché chiarirsi, quando sesso e sacro, o il suo equivalente, sesso e donna, restano dissociati in maniera assoluta. Tonini propone una sola cosa: maggiore comprensione per "il diritto [dei preti sposati] alle premure del loro Pastore". Ribadendo in tal modo che "prete e celibe" debbano coincidere. Né risale alla causa fondamentale dei drammi che si potrebbero evitare (la formazione maggiore che auspica presuppone una chiamata che di fatto è compromessa, in molti, dall'ipoteca celibataria). Per quanto riguarda la donna, poi, è come se il problema non esistesse.

Ma - c'è da chiedersi - le donne, a loro volta, sanno proporre qualcosa di diverso per non soccombere di fronte ad un dramma che ha per protagonista, solo e sempre, l'uomo-prete? Che cosa fare perché esse non accettino il destino di vittime, occupando, nello scenario conturbante delle "debolezze" del prete, il posto riservato all'eroe negativo? E' questa immagine-tabù che in tal modo si rafforza.

Sarebbe necessario far capire che tante storture sono frutto dell'interpretazione antievangelica di un Ministero imbrigliato nella griglia sessuofobica o (il che è la stessa cosa) sessuomaniaca.

Forse, letto da persone mature , meno cedevoli al sensazionale, più sensibili al nodo della questione, una liberazione sessuale mal compiuta a tanti livelli, il libro può risultare utile.

Ausilia Riggi Pignata

-------------------------------------------------------------------

Lino Tonti, I CINQUE FIGLI DEL VESCOVO

Il Segno dei Gabrielli. Negarine (VR) 1999

Come promesso voglio parlare di un libro ma non è una recensione, e lo dimostro subito. Il 23 settembre scorso Avvenire ha pubblicato un annuncio funebre che suonava così: "È tornato alla casa del Padre Onfredo Trasarti missionario laico in Uruguay della comunità neocatecumenale". In realtà il defunto era prete cattolico, sacerdos in aeternum, noto e benemerito parroco a Roma, parrocchia Nostra Signora di Lourdes, per quasi 20 anni, poi si era sposato ed era andato come catechista neocat ecumenale in America latina. Si può cancellare, fin nel ricordo definitivo, una realtà come quella del presbiterato vissuto per tanti anni? Questa è, lo scrivo con tranquilla pacatezza, una situazione non normale.
Ed eccomi al libro: I cinque figli del vescovo (Il Segno dei Gabrielli, pagg. 140, lire 20.000). È un romanzo, scritto benissimo da Lino Tonti, riminese prima felicemente prete e poi felicemente sposato: moglie e due figli, felici anch'essi per quanto si può da queste parti... Egli racconta che sua figlia Lorella ha scoperto in un cimitero del IV secolo una lapide sulla tomba del vescovo Lucio Petronio Destro, posta in sua memoria e "firmata dai suoi cinque figli".
Vescovo e padre, dunque Lucio Petronio Destro? La ragazza è sorpresa: si informa, riflette e poi scrive al Papa, raccontando di sé, di suo padre, di sua madre, della gente, della vita cristiana, della comunità di quelli che hanno conosciuto il padre prima prete e poi sposo e padre... Il libro è, in sostanza, una bellissima lettera al Papa, affettuosa, esigente, cordiale anche nei punti più forti. Lorella dialoga con Giovanni Paolo II e gli chiede, così, semplicemente, di rivedere la disciplina storica della Chiesa latina che lega obbligatoriamente celibato e ministero del prete. Un discorso di confidenza, di figliolanza vera, di ingenuità a prima vista sorprendente, forse, ma genuina, fresca, non letteraria, con il problema del babbo vivo nella carne viva non solo di lui ma della madre, dei figli, e di tanti che vivono la fede nella comunità locale viva.
Piccolo il libro, grande il tema. Può essere scomodo, lo so, ricordare che la Chiesa cattolica in questi decenni ha perduto, forse anche per la legge storica del celibato, circa 100.000 preti. D'accordo: probabilmente una metà di essi erano comunque "preti a perdere, per tante carenze umane e cristiane. Ma gli altri? Sono quasi il doppio di tutto il clero secolare italiano... E quanti giovani seri, vivi nella fede e nell'amore di Dio e del prossimo non si possono sentire oggi chiamati al sacerdozio solo perché non si sentono chiamati a vivere il carisma evangelico, distinto, della verginità consacrata?
Nessuna pretesa, nella lettera di Lorella, e neppure in questo scritto, ma il problema è lì, nelle decine di migliaia di parrocchie "vuote" di preti, nei contraccolpi che il celibato vissuto male procura alla vita di tanti preti e di tante comunità, di tante donne e di tanti uomini. È un discorso spinoso, lo so, ma i risvolti velenosi e talora drammatici di esso sono sotto gli occhi di tutti: omosessualità, pedofilia, illegalità, relazioni clandestine e multiple, violazioni di tanti diritti altrui, chiacchiere, fango sulla Chiesa e su chi vive in essa...
Certo che non tutto sarebbe evitato con un cambiamento della legge del celibato, ma si è proprio certi che è giusta e preferibile per il Regno di Dio, e non solo per il regno dei chierici, l'attuale legislazione storica della Chiesa, che certo non risale a un mandato di Cristo? È possibile ripensare il problema? O si pensa sul serio che la crisi delle vocazioni al ministero si risolva con qualche spot in più (Il Messaggero, 18 settembre 1999)? So benissimo che attualmente non pare esserci alcuna apertura, ma chiudendo gli occhi non si cammina, e la realtà resta dura.

Sul mio tavolo ho due lettere arrivate in questa settimana, scritte da preti in crisi e con relazioni già avviate... Davanti agli occhi ho il numero 40 di Famiglia Cristiana con la lettera di un prete "in difficoltà" che vuole lasciare il ministero... È da tempo che molti vescovi cattolici - potrei farne i nomi, ma sono troppi - chiedono anche pubblicamente di rivedere il problema con

la parresìa dovuta. In tante parrocchie sono arrivati in Usa, Gran Bretagna e altrove, i pastori non solo anglicani "convertiti" al cattolicesimo, con moglie e figli al seguito e ordinati preti...
È un tema questo, su cui anche in documenti ufficiali delle Chiese si è incoraggiata una discussione franca, ma poi il silenzio ha imperato. E col Giubileo in arrivo si potrà in qualche modo sperare che, pur rimanendo la legge vigente, sia diverso il modo di trattare il problema della presenza, nelle comunità, di quelli come don Onfredo Trasarti, benemerito parroco per tanti anni etichettato in morte "cattolicamente" come "missionario laico"?
La bellissima lettera di Giovanni Paolo II, che ho segnalato e segnalo ancora ai lettori, mi pare un segno di speranza e di vita.
Gianni Gennari (pubblicato in "Jesus")
-----------------------------------------------------------------

Ernesto Miragoli, NON SIAMO LEBBROSI

(Stampato in proprio, via Lambertenghi, 4, 42100 Como)

Il sottotitolo è indicativo: "un prete sposato si racconta: riflessioni, esperienze, proposte".

Ci pone davanti al dramma vissuto da un uomo che non rinnega il suo passato né si ribella, pur trovandosi in bilico tra la consapevolezza di aver lasciato l'esercizio del ministero in cui continua a credere e la certezza di aver seguito un'altra chiamata di Dio (contrastante con la prima per via di un canone, non con i dettami di una coscienza retta). Non gli basta la convinzione interiore; ha bisogno di dimostrarla. Né gli manca la vis morale per lottare, sperare, proporre.

Drammi a cui siamo assuefatti, tanto che è naturale chiedersi cos'altro ci sia da aggiungere a quanto finora è stato detto da più parti. E' certo che il problema persiste nella persona responsabile, la quale non prende le cose alla leggera e affronta il conflitto di due realtà spirituali difficilmente componibili, senza tentativi di fuga, di oblio, disinteresse, ripugnanze, risentimenti, accuse. E anche nel caso in cui, come per l'Autore, si ha accanto una donna all'altezza della situazione (la quale gli ha dato tre meravigliosi figli), l'appagamento familiare può non sovrapporsi alla prima opzione di fondo. Si direbbe che per un tale uomo intimamente ligio all'ideale ministeriale, ma che non si riconosce nel carisma celibatario, la Chiesa non offra via di scampo; ma nemmeno lo stesso sa trovarla del tutto.

Perché non contentarsi di vivere santamente il matrimonio, tanto più se impostato, come per il Nostro, in uno scambio di amore fondato in Dio, dopo avere sviscerato bene assieme alla donna la seconda chiamata? Perché continuare a tormentarsi?

A leggere attentamente, ci accorgiamo che Miragoli ha istanze legittime, di facile portata, per le quali non c'è bisogno nemmeno di aspettare una decisione forte di cambiamento della Legge (alla quale pure aspira). Chiede dialogo, rapporto fraterno con i preti "rimasti", visibilità eccleiale, educazione cristiana della gente a capire, come anche diritto al "pane". Certo, fa passi ulteriori: invita alla rilettura di documenti che contengono gravi assurdità; auspica il cambiamento delle coscienze, deformate da un'idea di celibato quale sinonimo di santità, in contraddizione con la mancanza di ben più solide virtù. In questi ed in altri spunti di riflessione, direi, si compendiano tutte le contraddizioni che il cristiano avverte quando si confronta con la parola di Dio, e ama e trepida per una chiesa che si ripiega nella struttura, inglobando in essa il seme del Vangelo insieme al loglio della mondanità (sotto forme ambigue di potere e di compromesso con i poteri).

Allora il suo è un problema di rinnovamento ecclesiale che dovrebbe coinvolgere ogni cristiano, forse anche ogni uomo onesto. Ciò su cui egli argomenta, mette in luce come siano disattese le speranze di maggiore trasparenza e coerenza da una Chiesa, la quale - aggiungo - perfino nel giorno giubilare del perdono, parla di compassione per "chi ha lasciato il ministero", continuando ad equivocare su ciò che è di fede ed essenziale, non distinguendolo da ciò che è secondario; e, in questo caso, trattando un fatto di ubbidienza giuridica alla stregua di una colpa morale.

Ecco perché è tanto difficile per una persona di fede sincera come l'Autore coniugare nella propria vita tanti tipi di fedeltà: verso se stesso, la Chiesa (fino ad accettare la stessa legge), Dio, la moglie, il proprio passato, i doveri di padre, eccetera. Dietro le riflessioni-esperienze-proposte dell'Autore, sempre temprate di pacatezza, ben centrate e inoppugnabili, quel che colpisce è soprattutto la figura dell'uomo che confessa di essere uscito dal periodo di formazione seminaristica pieno di complessi. Proprio per questo suo coraggio di dire la bruciante verità di sé, io lo definirei, piuttosto, ormai tanto maturo da saper reggere la complessità: perché tale è - in sostanza - chi continua a sentirsi prete nell'anima, mentre è trattato da reietto. E non sa come scuotersi di dosso quel senso di colpa, che costituisce la più grande prova a cui la Chiesa sottopone i preti sposati.

Dunque, Ernesto, hai fatto bene ad evidenziare nel titolo e nella copertina la lacerazione che ti hanno inflitta trattandoti da lebbroso. Né è stato inutile il tuo dire "le stesse cose" che andiamo dicendo in tanti. Perché ognuno ha il suo timbro nella salmodia comune, fatta di lode a Dio e di…imprecazioni: queste ultime, che tu non sai dire, si colgono negli interstizi dei tuoi "inni"; e meno male. Perché bisogna talvolta saper gridare la propria angoscia.

Un grazie per come presenti l'immagine di tua moglie. Una donna che sa condividere tutto con te, che è la nota silenziosa ma dominante della tua storia. Domani - forse - ci sarà una richiesta di perdono, meno condizionata dai curiali pontifici, meno lussureggiante di forme, meno circospetta e meno guardinga. Fatta di vera conciliazione, soprattutto con la donna.

Ausilia Riggi Pignata

------------------------------------------------------------------------

Ausilia Riggi Pignata, DA DONNA A DONNE

Un messaggio femminile attraverso i confini del sacro nella Chiesa

Il Segno dei Gabrielli, Negarine (VR) 2000

Inizio questa recensione, partendo dall'ultima pagina del libro; sì, proprio da quel riso di Dio, che dovrebbe ridimensionare nel lettore (la mia vuole essere semplicemente quella di un uomo) un tema così coinvolgente come quello del celibato ecclesiastico, che viene affrontato indirettamente, per le ripercussioni umane che ha nella vita delle donne.

Ebbene, c'è un costante, forse inconscio, anelito al recupero di quel sorriso originario, da creazione del mondo.

E' questo anelito non dichiarato ma omnipervasivo che mi fa inneggiare alla straordinaria levità della trattazione, anche là dove, come nella prima parte, il 'pondus' della teoresi potrebbe piegare qualche schiena non troppo robusta. Eppure è questa teoria lucida e lontana da ogni vis polemica o scandalismo, a cui il lettore si abbevera per cercare una ragione fondante alla seconda parte, quella dei profili di donne, scorrevole e coinvolgente.

Il sapiente equilibrio di teoria e prassi mi richiama il cervello destro e sinistro della mente bicamerale, l'emozione e la ragione, la vibrazione femminile e a quella maschile, l'ES e l'IO: tutte immagini, certamente, di quel dualismo la cui composizione troviamo in quel SORRISO ANTERIORE AGLI DEI la cui nostalgia l'Autrice risveglia nel lettore.

Per tutto ciò ho letto il libro con gli occhi di un affamato e con il cuore di un amico. La tecnica delle lettura è stata quella di un essere che vola nella luce, la farfalla: abbandonando la 'stupida' razionalità, zigzagando qua e là, sorbendo un po' di nettare ora da questo ora dall'altro fiore, caso mai tornando poi da quello più succoso o più abbondante, apparentemente senza una meta, perché la farfalla, a differenza degli altri volatili, esprime meglio quell'idea di libertà dove si collocano i profili che, nei titoli, diventano tipologie, e a cui a pieno titolo viene negato il valore di storie. Che potrebbero anche averlo se, aristotelicamente, la storia è la narrazione de verosimile o se, più crudamente con Manzoni, la storia non sa ed è costretta ad inventare. Ma qui non è inventato proprio nulla, come potrebbe il più onesto cronista. Caso mai ci si ferma sempre uno o più gradini al di sotto della realtà, quanto questa è più cruda. E poi la psicologia di una persona è un patrimonio troppo sfuggente per diventare storia per altri che non ne sia titolare. L'Autrice indaga il profondo di queste donne con discrezione, in punta di penna, per fermarsi poi sulla soglia dell'intimità: un semplice sguardo di complicità pudica, per poi ritirarsi.

Non ci sono paletti alla ricerca; ci sono spazi aperti in ogni direzione alla scoperta dell'universo femminile. E ciò, per noi uomini, mi si lasci dire, è stimolante e 'figo' al massimo!

L'Autrice professa di appartenere alle trasgressive, senza condanne né invettive. Semplicemente perché non ne ha bisogno. Con i suoi strumenti culturali rompe il giocattolo sacrifical-ibernato del celibato sacerdotale sull'esempio di quel Sommo Trasgressivo che ancora segue ed ama…

Se un piccolo filo di amore-odio all'istituzione-chiesa poteva sembrare il leit-motiv di questa lettura, la risata finale toglie ogni ambiguità e dona a tutta l'opera un vero significato terapeutico.

E non sarebbe la risata che ci mette in sintonia con le pulsazioni dell'universo?

Un cervello destro che ride del sinistro e delle sue assurde pretese di razionalità non offrirebbe il miglior rimedio per 'guarire dal male' (Starobinskj)?

E se, invece di un Dio che ride di noi, fossimo noi a ridere delle assurde idee che su di Lui ci sono state trasmesse?

Carlo Vaj

----------------------------------------------------------------------

Francesco Quaranta, PRETI SPOSAT NEL MRDIOEVO

Claudiana, Torino 20000

Il libro, pubblicato dalla Claudiana nell’anno appena finito, prende in rassegna 5 testi medievali greci e latini. Le 5 testimonianze, tradotte per la prima volta in lingua italiana, sono una acuta e vivace opposizione alle norme che imponevano ovunque la disciplina celibataria, estranea al sacerdozio cristiano.

Dalla lettura si evince che il celibato, considerato da molti, specie dai clericali, come un dato di natura per il sacerdozio, ebbe una lunghissima incubazione e maturò con l’affermarsi di due ideologie nel mondo cristiano-latino, — che nulla hanno a che fare con l’autentico messaggio di Gesù, —: una antisessuale e l’altra antimatrimoniale.

L’autore, che attualmente è docente bibliotecario al Liceo-ginnasio Tasso di Roma, parte da una testimonianza risalente al VII secolo, quando un prete lucchese scrive, in maniera familiare, al suo vescovo: "Mia moglie, la presbytera Ratperga", e arriva agli altri testi caduti nell’oblio dei vinti o nelle mani degli eruditi.

Il primo testo riguarda il vescovo Ulrico di lmola, nel 1059, con il suo deciso rifiuto all’attacco dei cosiddetti riformatori gregoriani contro il clero sposato, i quali, a corto di idee, Io minacciavano con la sospensione a divinis e l’espulsione... santi e convincenti metodi ancora di attualità.

Il secondo testo, di un Anonimo Scoliasta, italo-greco del 1037, commissionato da Nicola di Reggio, vescovo della Calabria bizantina, è una particolare e interessante difesa dei matrimonio del clero.

E' peculiare il sillogismo con cui si tenta di stabilire se la vita fisica dell’uomo obbedisce alle leggi stabilite da Dio e la risposta affermativa implica la derivazione divina della sessualità e della generazione, anche per il clero.

Il terzo, risalente al 1078, quando il Concilio di Poitiers proibì il matrimonio al clero d’occidente, riporta un profondo, intelligente e sincero trattato a favore dei preti sposati, contro l’ipocrisia degli altri.

Il quarto, è un discorso di Landolfo Seniore, che attacca violentemente la Pataria, un movimento socio-religioso, alleato con gli autodefinitisi riformatori gregoriani, egemone della città di Milano, che, avendo imbevuto il popolo dell’idea della sessualità come colpa e contaminazione, considera e fa considerare i preti sposati come pubblici peccatori.

Il quinto testo, più lungo, è a favore del clero sposato da parte di un Ellefono dell’italia meridionale, Nicola, abate del monastero di Casale (Lecce): "Non meraviglia affatto che, abbandonando i veri dogmi della Chiesa, voi tentiate di porre un gioco illegale.., è contro la legge privare coloro che fanno parte del collegio sacerdotale dell’onorato matrimonio e delI’incontaminato talamo".

Segue una dura e limpida analisi sul modo di agire, di interpretare i testi, da parte della chiesa latina.

L’autore non tocca direttamente l’attualità di questo problema, ma mette chiaramente in discussione la legittimità e l’utilità dell’obbligo del celibato per i ministri della Chiesa cattolica.

Credo che il testo sia utile all’opinione pubblica molto aperta e soprattutto a quella gerarchia, che è un ammasso di persone ossequienti e annuenti, ricattabili in ogni momento, che non sa riconoscere i "Segni dei tempi", né i profeti che Dio manda, perché intenta e attenta per altri beni.

Marcello (da Sulla strada, n.4/2000)

---------------------------------------------------------

Può una comunità ecclesiale o un credente che nella sua professione si sforza di coniugare il Vangelo, limitarsi a condannare o a obiettare al divorzio?

A chi vuole sciogliere il nodo di questo interrogativo, proponiamo una nostra imminente novità:

Dopo il matrimonio. I divorziati risposati nella Chiesa cattolica.

Curato dall’Associazione "Noi siamo Chiesa" pagg. 208 Euro 11, 38 (L. 22.000).

Il libro presenta gli interventi, tra gli altri, di Ablondi, Adamo, Barbaglio, Petrà, Rossi, Piana, Zarri. Nella prefazione curata dal vescovo mons. Giuseppe Casale vi è la chiave di lettura: "...in pratica la pastorale dei divorziati fa ancora passi lenti. E urta contro persistenti pregiudizi. Siamo ancora lontani da un approccio fraterno che non faccia pesare su tanti fratelli una discriminazione di fatto. O una presa di distanza, che rimuove il problema, ignorandolo. Il giudizio severo e di condanna diventa talvolta meno grave dell’indifferenza di tanti cristiani "per bene" che non si fanno carico di quanti, vittime di una scelta sbagliata del partner o delle vicende della vita, sono costretti a subire le conseguenze traumatiche dell’esclusione da quello che è il momento più alto dell’esperienza ecclesiale. Come se il fratello o la sorella, che pur ci vivono accanto, non portassero incisa nella loro carne una ferita che sanguina. …Mi sembra un atteggiamento ipocrita quello di tanti di noi, che non affrontano seriamente e serenamente il problema nelle comunità di base e ai vari livelli delle istanze ecclesiali".

Il libro offre interventi di carattere teologico, biblico e pastorale, oltre alle esperienze di alcune comunità italiane e francesi. In appendice presenta una serie di documenti tra cui quello del Consiglio pastorale diocesano di Milano per la riammissione dei divorziati risposati all’eucarestia.

Il libro, disponibile dal 10 febbraio, può essere già richiesto a: media@lameridiana.it o telefonicamente allo 080.3346971, 080. 3971945 o per fax allo 080.3340399.

Per ordini superiori alle 3 copie sconto del 20%.

--------------------------------------------------------

Kathleen Ferguson, Storia di una perpetua, Ed. Socrates Roma, 2001, pp. 184,

nota introduttiva di Roberto Bertoni.

La scrittrice Kathleen Ferguson è nata in Irlanda nella contea di Derry. Nel romanzo, in forma di narrazione autobiografica, racconta la vita di una donna irlandese tra gli anni cinquanta e ottanta, perpetua in una parrrocchia.

La prima osservazione che un lettore odierno formula si riferisce alla mancanza di attenzione ai conflitti e agli scontri fra le comunità cattolica e protestante, come è noto molto vivi e drammatici in tali decenni e ancora oggi tutt’altro che estinti; è presente solo qualche riferimento come sfondo ininfluente sulla vicenda.

La ragione di tale scelta risiede nel voler evidenziare la vita privata della protagonista, Brigid, fatta di assoluta dedizione al prete, al quale la scelta del vescovo l’ha assegnata fin da giovanissima. E’ stata così riscattata da un destino più oscuro a cui sarebbe stata altrimenti destinata: di famiglia povera, orfana di madre in tenera età, con il padre ricoverato in una clinica psichiatrica, insieme a una sorella e a un fratello è stata allevata in un orfanatrofio e lì preparata alla vita che l’attendeva.

Nel contesto sociale dell’Irlanda cattolica e provinciale di allora il ruolo di perpetua rappresentava comunque una elevazione sociale e perciò è accettato di buon grado dalla protagonista, ed è vissuto con totale dedizione e sacrificio di sé.

E’ quindi questo il primo aspetto universale che l’A. pone in luce, tralasciando i risvolti storici del periodo: la condizione femminile in una società arcaica. La vita privata non è ammessa, tanto meno la sessualità, ed emergerà solo alla fine, quando, licenziata per la morte del prete che ha amorevolmente curato fino all’ultimo respiro, acquista coscienza del suo stato, vuole essere finalmente autrice del suo destino, si apre alla vita e al mondo, avviandosi in età ormai canonica, al traghetto che la porterà in Inghilterra.

Il secondo aspetto generale posto in luce è la descrizione dell’ambiente ecclesiastico. I preti sono poco sinceri e intriganti, il vescovo è privo di carità ed è preoccupato solo dell’apparenza. Egli infatti allontana dalla sua sede il parroco di Brigid, padre Mann, quando si accorge della sua malattia, solo per evitare che la senilità faccia apparire il prete un po’ svanito e lo ricovera in un ospizio dove la perpetua lo segue, difendendolo fino all’ultimo.

Ultimo aspetto posto in luce è quello che potremmo definire l’abuso del potere. Il vescovo, alla morte di padre Mann, licenzia Brigid, a cui non ha mai corrisposto alcun compenso e neppure le concede un indennizzo, ignorandone sacrifici e dedizione. Analogo comportamento caratterizza anche le suore nel cui orfanatrofio Brigid e i suoi fratelli sono stati cresciuti.

Da un punto di vista letterario il romanzo manifesta un pregio che ne rende la lettura gradevole: un linguaggio ricco di humour e sarcasmo che evita di far cadere nel melodramma una vicenda così aspra e dura.

Torino, 1° giugno 2002 Domenico Todisco