Bibbia: le
domande scomode
Il celibato: una proposta "scandalosa"?
di GIANFRANCO RAVASI
Lo stato di coniugati di alcuni apostoli non inficia la scelta
provocatoria del celibato per il Regno.
Nella scorsa puntata della nostra rubrica abbiamo affrontato la
questione, sollevata da qualche studioso, di un (molto) ipotetico
matrimonio di Gesù e ne abbiamo mostrato l’inconsistenza
storiografica, non certo per disprezzo ideologico nei confronti di
quello che sarà riconosciuto come un sacramento della Chiesa. Questo
ci spinge ora a mettere sul tappeto un matrimonio certo, quello di
alcuni apostoli di Gesù. Dobbiamo riconoscere che, proprio perché non
sono biografie nel senso stretto del termine, i vangeli non disegnano
ritratti a tutto tondo dei personaggi che li popolano, protesi come
sono a illustrare l’evento storico centrale dell’Incarnazione e
soprattutto la sua dimensione trascendente. Così, per quanto riguarda
i dati anagrafici familiari degli apostoli, sappiamo poco. Certo è che
lo stato di coniugati doveva essere normale, secondo la tradizione
giudaica che attingeva alla stessa prassi biblica (Geremia, profeta
celibe, segnalava la sua situazione come un’eccezione per certi versi
"scandalosa"). È noto che Pietro fosse sposato non solo in base alla
scena della guarigione della suocera febbricitante (Mc 1,29-31), ma
anche per la testimonianza di Paolo che allarga l’informazione al
matrimonio degli apostoli e del gruppo nazaretano giudeo-cristiano dei
cosiddetti "fratelli del Signore": «Non abbiamo il diritto di portare
con noi una sposa credente, come fanno anche gli altri apostoli e i
fratelli del Signore e Cefa?» (1Cor 9,5). Più arduo è il tentativo di
sapere qualcosa di più preciso sulla questione delle relazioni
familiari dei dodici.
I vangeli, dal punto di vista documentario, non si preoccupano di
venire incontro a questa curiosità. Ma ci sono alcuni indizi e
affermazioni che potrebbero gettare qualche luce. Abbiamo due serie di
dati in contrappunto. Da un lato, non è da escludere che – proprio per
la consuetudine giudaica che attribuiva il primato al padre-marito –
le mogli avessero seguito all’inizio gli apostoli, come fa intendere
Paolo nella sua dichiarazione. Durante il ministero in Galilea Gesù si
spostava in un’area ristretta e coi suoi discepoli poteva essere
ospitato nelle loro case, come attesta l’episodio della suocera di
Pietro che "serve" a mensa. Si conservava, così, un legame tra gli
apostoli e le loro famiglie, e la "casa di Pietro" messa in luce dai
francescani archeologi a Cafarnao può essere la memoria di queste
relazioni tra Gesù, i dodici e le rispettive residenze. Col
trasferimento in Giudea questo non è più possibile, anche se sulla
base della notizia offerta da Luca (8,1-3) riguardo al seguito
femminile di Cristo si potrebbe ipotizzare la presenza di qualche
moglie di apostolo: la vita a livello popolare nel vicino oriente era
meno complessa e la civiltà sedentaria meno rigorosa della nostra.
Tuttavia problemi si dovettero allora manifestare ed è a questo punto
che dobbiamo segnalare le testimonianze evangeliche sul distacco. Nei
vangeli sinottici incontriamo questo dialogo tra Pietro e Gesù, che
riferiamo nella resa di Luca: «Pietro allora disse: "Noi abbiamo
lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito". Gesù rispose: "In
verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o
fratelli o genitori o figli per il regno di Dio che non riceva molto
di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà"»
(18,28-30). È evidente in queste parole un distacco dagli ambiti
familiari, anche se non sappiamo come sia stato in concreto affrontato
e risolto, certamente non con il divorzio.
C’è qualcosa di più forte in una dichiarazione di Cristo che, citando
il profeta Michea (7,6), rivela la "divisione" che la fede in lui
introduce nelle famiglie: «D’ora innanzi in una casa di cinque persone
si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e
figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre,
suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12,52-53). Ma Gesù va
oltre e, usando il linguaggio semitico che non conosce i comparativi
ma usa solo gli assoluti, proclama: «Se uno viene a me e non odia (=
non ama meno di me) suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e persino la propria vita, non può essere mio
discepolo» (Lc 14,26). Con queste parole – che riflettono tra l’altro
il dramma delle tensioni nelle famiglie ebraiche, ove allora si
registravano le prime conversioni al cristianesimo – Gesù vuol
delineare in modo generale la scelta radicale che ogni discepolo deve
compiere: il regno di Dio dev’essere al vertice delle sue attese, del
suo impegno, del suo cuore.
È su questa linea che si svilupperà la proposta paradossale e
provocatoria del celibato come atto di donazione totale per il Vangelo
e per il Regno. È quel divenire «eunuchi per il regno dei cieli» che è
suggerito in Matteo (19,12) e che Paolo svilupperà con intensità nel
capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi. È su questa scia che la
Chiesa cattolica, pur non cancellando mai del tutto al suo interno un
sacerdozio coniugato (ancora presente in alcune Chiese orientali), ha
proposto la via della donazione nel celibato come la scelta esemplare
per il sacerdozio ministeriale.
Gianfranco Ravasi