Il gruppo "donne contro il silenzio" avrà il suo domani e la sua incidenza nella realtà concreta se, nell'elaborare la sua identità, si confronta con altre identità. Identità e dialogo permettono di lanciare nella storia il seme di una Chiesa dal basso, in grado di creare spazi di libertà per chi vive un'ingiusta condanna alla marginalità. Per questo accettiamo con gioia quanto ci dice un nostro grande amico:
28/02/03
Grazie a Franco per la disponibilità a farsi carico della giusta esigenza espressa da Ausilia e per l'appello alla "conversione" allo spirito di collaborazione. A mio avviso germoglia quando si fonda sulla convinzione che la diversità è un valore e che quindi non si cerca l'omologazione ma il comune impegno su obiettivi condivisi: l'esperienza del Collegamento delle Cdb ne è un esempio.
Ben venga quindi la proposta di un coordinamento tra persone che, impegnate in realtà diverse siano disponibili a promuovere "comunicazione" valorizzando, come voi dite, gli strumenti già esistenti: le tante testate, prima tra tutte Adista, e le rubriche telematiche. Speriamo che abbia più successo di analoghi tentativi, tanti anche negli ultimi anni. Preziosa sarà, come dice Ausilia, anche la partecipazione incrociata ai tanti appuntamenti dei gruppi omogenei, ma anche, aggiungerei, di quelli "oltre le frontiere" penso ai convegni della Cittadella, di Ore undici, di Biblia, della Rete Radie Resch, di Pax Christi e chi più ne ha più ne metta, specie al sud, per non parlare dei Beati i costruttori e di Lilliput. Basta scorrere la rubrica dei convegni che Adista aggiorna sistematicamente nel suo sito.
Resta però l'interrogativo posto dagli altri che hanno risposto. Perché è tanto difficile questa sinergia?
Provo anch'io ad azzardare un'ipotesi. Si è disperso lo spirito conciliare che aveva portato molti a farsi carico della gestione della comunità ecclesiale. Impegnati nell'approfondimento della propria esperienza di fede, pronti a coinvolgersi dalla parte dei poveri, degli oppressi e degli emarginati, disponibili al richiamo della politica, molti non si considerano responsabili del "governo" della comunità ecclesiale ai diversi livelli. Pronti a reagire contro le ingiustizie sociali sono inerti quando queste vengono perpetrate tra le nostre mura, lottano per il mondo diverso ma non per una chiesa diversa. Magari solidarizzano in privato con i colpiti da provvedimenti ingiusti, criticano atti e comportamenti delle autorità, si costruiscono una nicchia per sé e per i propri amici, ma non si interessano dei problemi istituzionali. Non li ritengono affari loro. Per questi non vale il milaniano I care. Da questo atteggiamento derivano diffidenza e timori che sono di ostacolo alla collaborazione, forse, più dell'insensibilità e della voglia di protagonismo che non dovrebbero attecchire tra chi sa bene che chi semina non è destinato a raccogliere perché lo Spirito soffia dove e quando vuole.
Vi abbraccio tutte/i
Marcello Vigli