Una risposta della redazione di Donne-contro-il-silenzio ad una domanda

in “preti on line”

Sent: Wednesday, October 20, 2004 8:02 AM

Subject: Da pretionline!

14/09/2004

nome

Gabriella Farri

messaggio

Ho notato che non pochi sacerdoti, almeno fino ai 50 anni di età, vivono crisi di identità e spesso si perdono proprio sulle promesse (quali obbedienza, castità etc..) fatte.
Come deve comportarsi una persona se vede che un sacerdote non segue un comportamento retto? Se abusa del suo potere di ascolto per "consolare" le donne che si fidano della veste sacra?
Come si può intervenire cristianamente?
Grazie.

rispondi a questo messaggio

 

 

Cara amica, il discorso che proponi è molto serio e si richiederebbero lunghe pagine per esaurire l'argomento. Per ora ti sottoponiamo alcune nostre riflessioni in merito.

Le promesse fatte dai preti sono relative al momento iniziale della loro introduzione al Ministero. E purtroppo spesso mancava la necessaria maturità umana di base per affrontare un cammino di vita “consacrata” (se vuoi, in seguito ti spiegheremo perché virgolettiamo la parola). Di fatto si entra in una forma di vita istituzionalizzata che non sempre corrisponde agli ideali che avevano segnato l’ingresso nel “Sacro Ordine”. Ciò naturalmente avviene per ogni stato di vita, come si sottolinea quando si parla della differenza tra innamoramento e amore.

Pensiamo tuttavia che, nel caso del sacerdozio, ci siano motivi psicologici di blocco in campo sessuale, nel quale sono compresi aspetti psicologici in vasta gamma. Vogliamo usare un linguaggio semplice: se uno sa che, avendo scelto uno stato di vita, non ha speranza di uscirne, pena la cancellazione della cosa più preziosa senza cui non si può vivere da esseri umani, e cioè l’identità personale, la fedeltà a cui ci si appella perde di senso. Si è fedeli per amore, nella libertà. Fedeltà, amore, libertà, sono le parole più belle per cui vale la pena vivere. Ma non si possono scindere l’una dall’altra. Fare della fedeltà una condizione di obbligo penalizzante, significa rendere i momenti della crisi insuperabili, almeno per alcuni.

Spesso si fa il confronto tra il divorzio e l’uscita dal ministero di un prete. E’ cosa sbagliata, nonostante certe analogie. Perché la fedeltà coniugale non costringe, e non costringeva nemmeno nei tempi anteriori alla concessione del divorzio, a… fare l’amore col coniuge; mentre il prete che si ritrova esistenzialmente inappagato nella sfera affettivo-sessuale, dovrebbe continuare a… fare l’amore con il sacro che amministra. Non c’è di peggio nell’amore…

E poi ci chiediamo: Cristo avrebbe messo alle strette i suoi, mandati ad evangelizzare? Avrebbe fondato la fedeltà a Lui con la castigatezza sessuale? Di sesso più si parla dal punto di vista proibitivo, più lo si tabuizza, con tutto ciò che ne segue.

Cara, per ora lasciaci trarre queste due conclusioni: 1) La crisi a sfondo sessuale sarebbe motivo di crescita solo nella libertà: sia restando fedeli (secondo il cliché tradizionale), sia dando un nuovo indirizzo al modo di vivere la sequela ministeriale. 2) Non è giusto proclamare il nessun legame istituzionale, dopo essersi introdotti in esso liberamente; ma è ingiusto confondere scelte di fondo, come la fedeltà alla missione abbracciata, con le condizioni di sviluppo della persona in un ambito in cui il processo di maturazione non è lineare per nessuno (la linea retta è migliore della linea curva? “La verità è curva”, dice un grande filosofo!).

Un’ultima cosa: conosciamo molti preti felici nel ministero e molti altri felici del nuovo stato di vita. Peccato, per il Popolo di Dio, che questi ultimi siano esclusi dal Ministero meraviglioso, la cui essenza non ha niente a che fare con la cosiddetta purezza rituale, di matrice pagana.

Per la redazione Paola Landi