Un pensiero per Natale

 

Moltissimi anni fa, viveva a Gerusalemme un giovane sacerdote: si chiamava Isaia. Era un uomo impor­tante, abituato a frequentare il palazzo del re; viveva in una società piena di soprusi e ipocrisie, di odio e violenza, come oggi, e non era né migliore, né peggiore degli altri. Ma un giorno accade a Isaia un fatto spaventoso: ha la visione accecante della gloria e santità di Dio. La Bibbia la descrive con i simboli culturali del tempio di Gerusalemme, per cui sappiamo soltanto le conseguenze prodotte in lui da questa visione. La vita di quest'uomo giovane, all'inizio di una carriera sacerdotale brillante e promettente, è giunta definitivamente al termine. Gli occhi gli si aprono improvvisamente con una lucidità e chiarezza che prima non era mai riuscito a percepire. Adesso vede, come in un film, tutto il passato suo e del suo popolo; capisce tante cose che, fino allora, non era riuscito a comprendere. Ma il Signore lo perdona e lo chiama come suo profeta in mezzo al popolo. E Isaia, adesso, dichiara a Dio: «Sono pronto! Manda me!» (v. 8). Eppure la sua predicazione nell'arco di circa 40 anni resterà inascoltata e incompresa perché a troppi mancheranno gli occhi capaci di discernere, le orecchie capaci di capire, la maggior parte del popolo e dei suoi capi resterà chiusa, insensibile e incosciente della propria malattia. Per questo il profeta si lamenta dicendo: «Signore, fino a quando accadrà questo?» (v. 11).

E noi, siamo consapevoli della chiamata del Signore? Sappiamo che oggi più che mai occorrono credenti, come il profeta, che si lascino mettere in crisi e rinnovare radicalmente dalla Parola di Dio? Ci chiediamo anche noi angosciati: «Signore fino a quando?». O preferiamo restare, come il popolo di allora, nell' immobilismo e nell'incapacità di cambiare? La risposta del Signore al profeta è di una durezza e realismo esemplari: una chiesa che non ha più orecchi per udire e occhi per discernere, non ha più motivo di esistere; ha fatto il suo tempo e l'albero senza frutto verrà tagliato. Le truppe di Sennacherib re d'Assiria e poi quelle della Babilonia, saranno gli strumenti di questo taglio. Eppure questa non è ancora l'ultima parola: infatti il Signore annuncia a Isaia una speranza imprevista: dal ceppo dell'albero tagliato spunterà un virgulto: «spunterà di nuovo il popolo di Dio» (v. 13b).

Quel virgulto, quel ramoscello è per noi Gesù di Nazaret. Isaia infatti è stato visto dai primi cristiani come il profeta, il messaggero di Gesù Cristo. Egli ha annunciato la nascita del Dio con noi, dell' Emanuele (Isaia 7, 14; Matteo 1, 22‑23); ha annunciato nei momenti più bui e tragici la gran luce che risplenderà sul popolo che camminava nelle tenebre, poiché un bambino ci è nato e sarà chiamato Principe della pace (Isaia 9, 1‑6; 11, 1‑10; Luca 1, 79). È Gesù Cristo il Natale di speranza che non tramonta mai. In lui si compie la promessa di Dio che resta fedele al suo patto anche quando l'albero del popolo è stato tagliato. In Gesù Cristo è fondata la speranza che toglie alla disperazione e alla morte l'ultima parola. Questo è il messaggio di Natale.

Franco Maggiotto