24/05/05

 

Carissimo Pasquale,

 

cerco di trovare un po' di tempo; quel tempo che è il peggiore tiranno quando non si può fare ciò che si desidera.

Ma ora metto da parte un bel po’ di cose da fare e ti apro il mio cuore.

Ho saputo dell’aggressione che hai subita. Quando capitano cose simili c’è da dire che ben vengano le reazioni. Sarebbe ingiusto non reagire; ingiusto nei riguardi di coloro che domani potrebbero subire simili mostruosità. Non ho parole per dire la mia rabbia contro persone che non hanno niente di umano. Che cosa vogliono? Bisogna proprio far capire a tutti che nessuno ha diritto di prevaricare sull'altro.

Ma non è semplicemente questo. Quando entrano in gioco tabù così devastanti, bisogna orchestrare un insieme di strategie concomitanti ed ordinate per un’opera di rieducazione umana.

E’ di questo che ti voglio parlare.

Intanto una prima domanda: a chi ci rivolgiamo quando «manifestiamo» o facciamo dichiarazioni, eccetera? Io ho la sensazione che tutti/e noi, che, per usare un’espressione di comodo, siamo «progressisti», ci rivolgiamo a chi è già disposto ad ascoltare, anzi spesso è già uno/a di noi. Chi invece è vittima del pregiudizio, si rafforza nell’idea che sia necessario darci una qualche lezione, in modo che la finiamo di far passare come normale ciò che sarebbe l’esatto contrario.

Siccome scrivo così come mi vengono le idee, penso alle parole del Vangelo: «I figli delle tenebre sono più astuti dei figli della luce»: ad esempio, sono espertissimi in astuzia i mafiosi: vogliono passarla liscia e perciò si danno una patina di normalità in tutto – frequenza dei sacramenti, rispetto esteriore per tante norme sociali… - ; anzi si presentano come tutori dei deboli (parlo della mafia classica). Questo statuto che si danno (insieme ad altri fattori) rende difficile individuarli, isolarli. La normalità del loro agire li tutela abbastanza.

Cosa voglio dire?

La cosa che più temono le persone che perseguitano «il diverso», è l’esibizione della anormalità; la diversità emarginata e stigmatizzata diviene ai loro occhi innocua: come avveniva nell’età più antica, quando bisognava isolare ogni anomalia, ad esempio la pazzia; addirittura quando ero io bambina, vedevo che le famiglie tenevano recluso in casa, spesso in campagna, il «difettoso», tanto che  socialmente quasi se ne ignorava l’esistenza. Oggi vediamo anche che s’inferisce coi barboni, eccetera.

Intanto, tra parentesi, se si pensa a queste deformazioni mentali, non del tutto liquidate, c’è da riflettere che appartenere alla categoria dei diversi, per persone come te e come me, è motivo di «beatitudine»: siamo gli ultimi!!! Che privilegio! Che meravigliosa occasione per essere diversi in senso alto.

Dunque quale è il mezzo per sconfiggere questa voglia di cancellazione del diverso da parte dei benpensanti? Imitare l’astuzia dei «figli delle tenebre». Non sottolineare la diversità. Non si tratta di accettare la proscrizione, facendo di nascosto ciò che non è possibile esporre; ma di non esibire la diversità. “Al momento giusto la parola giusta”, era la prassi di Giacomo e mia. Non ci presentavamo immediatamente quali «ex», ma lo rivelavamo con franchezza e «parresia» quando era il caso. E sempre, dopo aver mostrato di essere persone disponibili, desiderose di essere utili, soprattutto quando qualcuno aveva fiducia in noi e ce lo chiedeva.

Non ho ricette per dire che cosa dovrebbe fare una coppia gay, ma certamente criterio-guida sarebbe quello di evitare i due estremi: la clandestinità e l’improntitudine. Se due ragazzi, come te e il tuo amato, potessero apparire sereni, ma senza dare pubblico sospetto del loro essere omo, anche se lo si sa, si elimina almeno la provocazione (con ciò non voglio dire che la causa dell’assalto siete stati voi due!).

E all’assalto come risondere? Non ci sono ricette, ma  ci va tirocinio spirituale e morale (da mos, costume). Dobbiamo essere migliori, tanto migliori, di chi ci aggredisce.

Capisco che posso dare l’impressione di volerti insegnare qualcosa, mentre il mio atteggiamento nei tuoi riguardi è di stima, ma così tanta da ritenere che dovresti essere tu mio maestro. Parliamo in generale. Dobbiamo chiarire quali sono le giuste posizioni. Quello che pare scontato può, se ripensato, farci riflettere e rendere le nostre strategie più efficaci.

Quel che a me fa problema in tutto ciò che facciamo nell’area dei diversi, è il parlare a noi stessi, l’accentuare il nostro isolamento, il voler mendicare la normalità; e ancora, le nostre rabbie, il battere sempre sullo stesso chiodo, eccetera. Se l’argomento è sempre lo stesso, si cambi almeno il modo di parlarne…

Insomma, carissimo Pasquale, abbiamo il difficile compito di educatori, di apripista, di profeti. Senza riempirci la bocca di queste parole, la sostanza è questa. Non dobbiamo avere la falsa umiltà di negarlo o di schermirci.

Accetto da te ogni correzione su quanto ho accennato, ma ti chiedo di capirmi, di leggere cosa voglio dire per davvero. Sento che abbiamo responsabilità analoghe, pur camminando lungo sentieri diversi. Aiutiamoci a vicenda.

Circa il fattaccio che ti è capitato,  sai quali sono i miei sentimenti.

Guardiamo avanti!

Ti abbraccio da amica vera, Ausilia