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UN’ESPERIENZA PERSONALE
Tra peccato e purezza
La formazione religiosa impartitami da bambina – famiglia e suore – mi proponeva un modello ideale di perfezione, consistente essenzialmente nella purezza: lo incarnava la Madonna, la Vergine purissima, l’immacolata, la Mamma celeste, l’Ausiliatrice ecc. Io intanto nascevo con la zavorra. Subito attorno a tre-quattro anni, dovetti accorgermi di essere peccatrice, e perciò cominciai a sentirmi in conflitto con l’ideale propostomi, che pure mi affascinava. Divenni, logicamente, un’introversa. Tanto più perché dentro di me si delineava un mondo che nessuno avrebbe mai capito: senso del mistero, suggestioni del divino attraverso il creato, profonda sensibilità per tante piccole grandi cose… Un cumulo di insegnamenti cristiani doveva soprapporsi a tale spontanea apertura al soprannaturale. C’era, sì, nel messaggio cristiano, tanto che poteva alimentare la mia sete di Dio. Ma c’erano molte e molte cose che rifiutavo. Tacevo, nascondendo di non credere a tutto. Con raccapriccio, però, perché mi avvertivo “diversa”. Non rifiutai l’immagine che mi fu offerta di Maria. Mi sentivo così sola con me stessa di fronte a tante “verità”, così colpevolizzata “dentro”, nonostante il comportamento esteriore impeccabile, che avevo proprio bisogno di una mamma divina che potesse capirmi, rassicurarmi, salvarmi. Maria entrò, così, a pieno titolo nella mia vita interiore. Gli appellativi esaltanti la sua figura sembravano rispondere all’esigenza di colmare adeguatamente la mia debolezza: santità eccelsa, potenza singolare, maternità dolcissima, infinita capacità di perdono, inesauribile scrigno cui poter attingere sempre, in ogni caso… A Gesù, che sembrava sintetizzare il mio ideale di amore infinito, mi accostavo tramite Maria, la quale me ne rendeva degna, donandomi ogni virtù. Solo in Maria il peccato non era più ostacolo a quell’unione “mistica”, che in un certo modo realizzavo nella mia più tenera età. Con Maria, dunque, si placava l’ansia provocata dal senso di colpa. Lei ce l’avrebbe fatta a salvarmi, a rendermi pura, a ricrearmi “integra”, a farmi diventare santa. Tra tutte le sue caratteristiche predominante mi appariva la potenza rassicurante. In tutti i sensi, anche per le grazie materiali. Ma, se in queste ultime lei poteva essere talvolta sorda, per motivi a noi sconosciuti (sempre a nostro favore ), in quelle spirituali non c’era ombra di dubbio sull’efficacia della sua intercessione. Maria voleva e poteva operare la salvezza di tutti. Non chiedeva altro che fiducia e abbandono in lei. E siccome anche tali virtù potevano venir meno nei peccatori, era lei stessa a darle. L’importante era accettare il suo aiuto. Si fosse renitenti anche nel ricevere? Ce l’avrebbe fatta lo stesso: Purché pochissime volte nella vita si fosse stabilito un qualche rapporto di devozione verso di lei. Racconti, fatterelli (storici) lo testimoniavano. Un tale si era salvato, pur essendo peccatore ostinato, solo perché aveva recitato per un periodo di tempo tre “Ave Maria” la sera prima di addormentarsi. La medaglia miracolosa agiva in proprio, addirittura all’insaputa del portatore: qualcuno gliel’aveva nascosta in un angolo del vestito, e il miracolo della salvezza era assicurato. Io mi affidai ad un’Ave Maria “speciale” detta la sera; quelle dette durante il giorno erano a parte. Ci furono anche momenti di devozione intensissima. I rosari si moltiplicavano. E mi affliggeva la velocità con cui comunemente si recitava la corona. Finii col vincere l’amor proprio e mi misi a dare all’Ave Maria tonalità personali, sentite: si rise di me; ma io continuai per un bel po’. Mi sentivo autentica nel mio “cuore a cuore” con colei che era l’unica a vedermi “di dentro”, ad accettarmi così com’ero, a promettermi il dono più grande cui aspiravo e del quale mi sentivo incapace: la purezza. La quale significava qualcosa che non capivo del tutto; ma che appariva l’opposto del peccato.
L’Immacolata, le colombine, le spine… Ancora un ricordo tra tanti. E’ tipico di tutta una formazione per educande in un collegio. La più grande festa della Madonna era l’Immacolata. La sua immagine, senza bambino, con le mani protese in basso verso di noi, rivestita di colori bianco e azzurro simboleggianti il candore e il cielo, si scolpiva nelle nostre anime con forza incisiva, potente, arcana. Maria, e ciò che rappresentava, costituivano il nostro orizzonte spirituale, nel quale ci muovevamo a nostro agio. Sensazioni, intuizioni, immagini supplivano ad una spiegazione adeguata. Chi mai ci disse cosa significasse “purezza”? Riuscivamo a capire solo che anima e corpo dovevano librarsi in una dimensione diversa da quella del “mondo”. Un mondo in agguato, pericoloso e invisibile: come un’orgia diabolica pronta a “rovinare”la nostra innocenza, il “fiore” prezioso nascosto, da preservare intatto. Non ricordo fosse nominata la parola “sesso”. Eppure il vocabolario sostitutivo era così fervidamente ricco di espressioni metaforiche da caricare il nostro immaginario di confuse paure, di ingenue ridicole identificazioni. Qualcuna di esse ci veniva offerta in modo palpabile. Eccone una. In alto, al sommo dell’ampia scala che portava alle nostre aule, nel periodo preparatorio alle grandi feste mariane, si calava un pezzo di cielo. Nello sfondo, su una nuvola di bianchi veli, da cui traspariva l’azzurro trapunto da stelline luminose, si collocava la statua della Madonna. Al contrario, in basso, si ammassavano confusamente, nel fango, rovi e spine. Sospese tra terra e cielo, bianche colombine volavano verso Maria. Ognuna aveva un nome, quello di ciascuna di noi. Ogni giorno la posizione delle colombe si spostava nella direzione determinata dalla condotta. Che paura di retrocedere, di cadere giù nella melma! Ma chi avrebbe individuato il reale progresso o regresso? Non noi; non la nostra coscienza. Il comportamento osservato dalle nostre assistenti era l’indice di quella severa e, direi, crudele discriminazione tra educande buone e cattive… e ciò poteva portare all’ipocrisia. Eppure, ad onor del vero, debbo dire che era tale la identificazione dell’anima nella colombina, del fango nel peccato… che lo sguardo vigile delle assistenti contava poco: l’immagine era realtà che ci premeva dentro e ci spingeva alla pietà, alla devozione, all’ubbidienza. Il fervore animava i nostri canti, la preghiera sgorgava profonda dall’anima; si gustavano piccole estasi di paradiso. Un mondo tutto a sé stante, quello lì. Con il suo fascino. Il mondo vero, conosciuto solo in negativo, ci avrebbe trovate del tutto impreparate .
Il sì totale Ci fu un momento in cui dissi no a tutto ciò che aveva alimentato la mia vita spirituale. L’allontanamento dall’istituto per motivi scolastici mi dava l’occasione di guardarmi finalmente attorno e di esprimere le esigenze della mia prima uscita dall’adolescenza. Non parlerò di questo. Dirò solo che in tre anni – dai quindici ai diciotto – mi sembrò di dimenticare tutto quel mondo. Tutto, tranne il bisogno di recitare l’ “Ave Maria”: la sera e nei momenti difficili. E restava pur soffocato dall’ardore delle passioni, un vago bisogno di infinito, di ideali, di una pienezza che nessuna persona o cosa erano capaci di darmi. Per questo o per altri motivi, all’alba dei miei diciotto anni, l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, fulminante avvenne la mia conversione. Dovevo tornare tra la braccia di Maria. In un sì totale, “consacrando” la mia vita . Riprendo i miei diari di sedici anni circa di vita religiosa. Una frase ne sintetizza la nota dominante: “Maria nella mia vita è tutto”. “Se non fosse per lei…”. “Non ho altra speranza che in Maria”. Lei è “la signora delle mie tempeste”. “Mamma amorosa, vigile, sempre vicina”. La Madonna “mi insegna come fare”. Lo debbo “pensare di essere sempre nelle sue braccia”. Il mio sguardo “si fissa in Gesù per mezzo di Maria”. “E’ lei che mi dà Gesù”. In lei il modello e la fonte di ogni virtù: soprattutto la purezza; ma anche la semplicità, l’umiltà, la fiducia, ecc. ”O dolce Immacolata, voglio sempre guardarti per imitarti”. L’imitazione consisteva, più che in uno sforzo ascetico, nel quale mi impegnavo oltre misura, in un dialogo contemplativo, fatto di tenere puerili tenaci effusioni di amore: “Mamma Celeste… Madonnina mia… Madonnina bella… Mamma amorosa…”. Ma il dialogo era scandito dalla sofferenza. Perché, se Maria rappresentava l’ideale, il mio io terreno restava debole e insoddisfatto. Ciò contribuiva a dare maggiore intensità e calore alle mie suppliche, nelle quali trovava tregua il tormento dell’immane lotta che sostenevo per trascendermi, per “immolarmi”, “vittima sacrificale”, sulla scia di Maria.
Alla ricerca della vera Maria Oggi, nella nuova fase della mia vita, fatta di sudata consapevolezza, di equilibrata accettazione del passato, di seria ricostruzione del mio io, di appassionata ricerca di saggezza, di nuovissima capacità della gioia di vivere, sento di non poter convivere con l’antica immagine di Maria. Ma capisco che non posso distruggerla senza aver tentato in ogni modo di ricostruirla al di fuori degli antichi schemi. Escludo ogni forma di adattamento, di riproposizione “a qualsiasi costo”. E, poiché la mia vita è una storia personale, posso permettermi di non entrare in discorsi di carattere teologico-dogmatico. Alla luce della scoperta dei valori umani e religiosi, in un contesto di libertà spirituale, nella nudità della ricerca fatta di incertezza e di dubbio, nel desiderio e nell’amore per la verità, mi domando chi è Maria. E’ poco quello che storicamente si sa di lei. Nel rileggere il nuovo testamento, alla luce dell’antico, noto che tutti gli attributi di “potenza” conferiti a lei non hanno fondamento biblico. Maria è, anzi, la donna tra le più lontane dal potere. Le frasi come “piena di grazia”, “benedetta fra le donne” sono tipiche a caratterizzare l’investitura divina a persone che dovranno realizzare un piano divino. Ma non fu eccezionale il suo “si”? Certamente, se da esso inizia l’evento mediante il quale è nato Gesù. Eppure mi pare più opportuno cogliere la ricchezza della non eccezionalità di Maria; il suo essere simile alle altre donne, alle più umili e semplici. Se la vediamo grande per doni singolari, per essere stata madre del “Figlio di Dio”, per essere stata vergine e senza peccato, la sua figura si staglia tra cielo e terra; l’immaginario si appaga; un insieme di sentimenti soddisfa la nostra pietà: la trascendenza di Dio appare in un certo senso mediata; questo mondo ci sembra di fango e l’umanità piena di miserie. Vederla divina può forse compensare il bisogno che abbiamo di recuperare il lato femminile che mancava nel nostro tentativo di definire con simbologie umane il volto di Dio. Ma facendo ciò, restiamo impigliati nei reticolati da noi stessi costruiti. Gli spazi sacri nei quali collochiamo il divino sono certo rassicuranti perché ci danno la sensazione di poterli gestire, sia pure attraverso lo svuotamento di noi: adorazione, venerazione,culto, sacrificio… L’ondata di secolarizzazione che ci investe da ogni dove può forse sradicare troppo tale bisogno di gesti, di simboli, di ascesi e di mistico abbandono, mettendo a nudo un’essenzialità scarna dove, insieme al sacro, scompare il divino. Eppure, come sempre capita, ogni ondata che investe un momento storico porta con sé anche aspetti positivi. L’umanità oggi è alla ricerca di se stessa. Non per negare Dio, ma per distruggere i falsi idoli. Non perché non ha bisogno di ricevere luce dall’alto, ma per liberarsi dai falsi bagliori della mistificazione e delle illusioni. Quando avremo il coraggio di sbarazzarci della voglia, della mania di grandezza; quando riprenderemo contatto con le nostre debolezze e non ne avremo paura, ci sembrerà più bello scoprire il vero volto di Maria nella donna comune, anche in quella che non può vantarsi di essere madre o di essere vergine. Parlo della donna perché Maria fu una di loro. Ma potrei dire che la stessa grandezza è nascosta in qualsiasi persona umana che compia il suo cammino nell’impegno, nella responsabilità. Ma, allora, non si può scrivere una pagina di storia nei riguardi di un singolo? Non è ingiusto e pericoloso fare il vuoto delle meraviglie che Dio può operare in qualcuno? Non è questa una desacralizzazione, un’eresia? E non abbiamo il bisogno di trovare dei punti di riferimento, di contatti più tangibili, di “mediazione”? Lasciando che la storia del passato registri ancora i “grandi” nomi, lasciando che la teologia definisca gli attributi singolari di Maria, è da notare che sia la storia sia la teologia non possono oggi non tener conto di una nuova mentalità e di una nuova sensibilità sempre più diffuse. Cominciamo a capire che il rapporto tra persone umane è ricco, valido e costruttivo quando diventa paritario. L’aggettivo “grande”, coi suoi sinonimi, riferito alla persona umana, va commisurato alla capacità di fecondare la storia di valori: ma non operando “per” l’umanità, bensì “con” l’umanità. Ci interessa che la famiglia umana cresca tutta, in ogni sua parte: le mani strette gli uni agli altri; guardandoci in viso, senza distanze e senza paure; rendendo finalmente vera l’incarnazione, che è la presenza di Dio tra gli uomini, la nostra fratellanza. Anche se pare che crollino i miti, rimane il mistero; rimane l’incolmabile vuoto di un’umanità che vorrebbe procedere senza Dio. Il significato del dolore resta indecifrabile; la realtà è una evanescente ombra senza Dio. E c’è talvolta il vivo bisogno, anche in persone intellettualizzate, di invocare un aiuto che sia più vicino, perché Dio può apparire sordo e lontano. Ma forse comincia a farsi strada la riscoperta del sacro e del mistero senza manipolazioni né utilizzazioni ideologiche o di potere. Forse non è lontano il momento in cui vedremo davvero l’immagine di Dio nel fratello e nella sorella più emarginati. Non con quel senso di pietà o di carità rivestiti di immedesimazione che in verità sono espressioni di autosufficienza. Non è più il tempo di esaltare gli eroi della carità. E’ il tempo di porre al loro posto gli oppressi. Di fare scrivere a loro la loro storia. Di farli diventare davvero soggetti di storia, creatori della propria dignità. Allora è bello vedere Maria come l’umile fanciulla ebrea, oppressa come tante altre, in un popolo povero e provato. Il suo cammino di liberazione si intreccia col cammino delle altre donne. Perché cercare ciò che la distingue, anziché ciò che l’accomuna a tutti noi? La storia, la teologia, la chiesa, la gente non le conferiranno mai una grandezza maggiore di quella che scaturisce dall’essere stata una donna povera, assalita in qualche momento dal dubbio della stessa fede, provata dal dolore. Perché così, proprio come donna “terrena”, il mistero la avvolse. Non la rese meno corporea, non le tolse la sua identità di donna “comune”, non la rese “deipara”. Il mistero restò in lei nascosto e perciò custodito bene. Maria, non è la donna per eccellenza ma una donna abitata da Dio. La sua non è unicità chiusa in se stessa. Perciò ogni donna, come ogni uomo, possono vedersi riproporre l’offerta di Dio ad abitare il mistero. Io guardo a lei come ad un’antica impareggiabile amica. Non si è rotta la nostra amicizia; il tempo mi costringe, però, a ricrearla su altre basi. Le labbra, o il registratore della mia memoria, ripetono quasi automaticamente l’ “Ave Maria”. Mi arresto, però, quasi mi assalissero mille altre nuove presenze. Il mio colloquio si dilata in una dimensione vasta, ma non incolore né anonima. E quel pezzo di solitudine esistenziale, di sofferenza tutta mia, sfocia in una “comunione”, ancora una volta magica, con tante e tanti altri. Le altre parole dell’ “Ave Maria” seguono a mia insaputa. Ma non le penso, non le capisco nemmeno. So di parlare ad una donna vera, reale, che non è solo del passato, che appartiene all’umanità. “Prega per noi peccatori”. Ma il mio cuore dice “con noi”. “Adesso e nell’ora della nostra morte”. Nostra. E io penso alla ultima vittima dell’egoismo, che muore per fame, per l’apartheid, per il fanatismo religioso, per un incidente banale… Queste nuove immagini che rispecchiano la realtà nella quale viviamo, si sovrappongono a quella eterea e celestiale con la quale ero abituata a raffigurare Maria. Senza i segni della potenza e della grandezza costruiti dall’uomo, la vera Maria può farci ancora incontrare con Dio. Ma non attraverso un’arcana mediazione tra cielo e terra. Non c’è bisogno di divinizzare Maria. Nemmeno per restituire alla donna il suo diritto a parlare di Dio al femminile. E’ già divino il camminare con lei, nostra sorella nella fede. La sua compagnia può aiutarci a non chiuderci nel nostro egoismo o nella piatta solitudine di una vita senza significato. Un cammino, questo con Maria, nel quale il “femminile” dell’umanità dovrà rifiutare – lo spero – ogni tipo di esaltazione, per far emergere la verità di una semplice, insostituibile, efficace presenza.
Ausilia Riggi
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