Oltre la notizia
Per
riflettere sui fatti e sulle notizie dei fatti
Senza schierarsi se non per convinzione personale
Insicurezza e utopia
Come lo sguardo del "diverso" può cambiare la vita
di Lea
Melandri
Se
la "minaccia di disastro", di cui parlano Miguel Benasayag e
Gérard Schmit, gli autori del libro L'epoca delle passioni
tristi (Feltrinelli 2004) interessa ormai tutto il pianeta,
l'insicurezza come umore esistenziale diffuso parla soprattutto
dell'Occidente: un benessere insidiato dalla povertà, "valori"
universali accerchiati da culture "diverse", individualismo crescente,
tecnologie incapaci di far fronte agli imprevisti della natura, "mali"
che affiorano dietro la maschera della perfetta salute. Le immagini
ricorrenti nelle analisi sociologiche per descrivere uno stato di
incontrollabile mutevolezza sono quelle dei "liquidi", che "non
conservano mai a lungo la propria forma", o dell' "albero" che può
flettersi e riprendere subito dopo la posizione di partenza. La
"modernità liquida" di Zygmunt Bauman, l' "uomo flessibile" di
Richard Sennett, o il San Precario dei Disobbedienti, sono le
nuove icone di una civiltà che sente vacillare le sue fondamenta, e che
ancora non sa se lasciarsi avvolgere dalla "notte apocalittica" o
disporsi verso una trasformazione "epocale" del proprio modo di vivere.
Nel momento in cui il tempo sembra fermarsi per la perdita del suo
orizzonte futuro, si fa strada, paradossalmente, quella forza
insopprimibile nell'esperienza umana che è l'utopia, sospensione di
luoghi e tempi "dati", che apre la strada a tutto ciò che è ancora
"possibile". E' come se aver intravisto la fine della propria storia e
della propria cultura potesse essere la condizione per riconoscere che
altre e molteplici sono le alternative concesse alla specie umana.
Questo spiega perché la"società del rischio" muova, al medesimo tempo,
paure e speranze, impotenza e dinamismo, nostalgie comunitarie e
potenziamento dell'autonomia del singolo.
Nonostante la frequenza quasi quotidiana di sondaggi e statistiche che
misurano la febbre del nostro tempo, allineando secondo un ordine di
maggiore o minore grandezza le paure ricorrenti, resta il dubbio che
l'imbarbarimento di una civiltà esaurita possa essere la premessa per un
suo ulteriore sviluppo. A farlo credere, o soltanto sperare, è l'aspetto
inedito, per profondità ed estensione, del terremoto che ha aperto crepe
insanabili nelle abitudini, nelle certezze materiali e nelle convinzioni
morali di popoli sicuri di essere centro e misura del mondo, regolatori
del caos, della natura e delle passioni umane. Di due "catastrofi", come
l'attentato alle Torri Gemelle di New York, l'11 settembre 2001, e lo
tsunami, nel Sud Est asiatico, il 26 dicembre 2004, si è detto che
"niente poteva più essere come prima", come se una faglia gigantesca si
fosse aperta tra la ragione storica e le "viscere" inesplorate che si
porta dentro. Ma se dallo scenario mondiale si passa alla drammaturgia
minuta e meno appariscente delle "minacce" quotidiane -precarietà del
lavoro, microcriminalità, scontro di culture, disastri climatici, ecc.-,
non è difficile accorgersi che a scuotere le certezze è, in tutti i
casi, un capovolgimento imprevisto di prospettiva, l'insorgere di uno
sguardo altro, indagatore e inquietante.
Le fonti "esterne" delle ansie diffuse oggi nel tessuto sociale non
mancano di descrizioni dettagliate, dalla globalizzazione economica alla
ripresa dei flussi migratori, dal deterioramento del clima e
dell'ambiente alla crisi di legami sociali consolidati, dalla guerra e
dal terrorismo alle morti silenziose per fame, depressione e malattia.
Più difficile è fermare l'attenzione su un "nemico" che è, per altri
versi, famigliare, "interno", anche se finora ignorato, alle nostre vite
e alle nostre società. Come nelle eruzioni vulcaniche, a venire in
superficie è il magma delle reazioni incontrollate che la storia produce
nel momento in cui separa da sé tutto ciò che la ostacola e la
contraddice in una fase del suo sviluppo.
Per la forte valenza simbolica che avevano, sia le Torri Gemelle,
crocevia degli scambi commerciali del mondo, sia i paradisi marini del
Sud Est asiatico, meta del turismo internazionale, è diventata
trasparente anche la mano che li ha colpiti, quell'alterità, umana in un
caso, naturale nell'altro, che si era creduto di poter rendere
inoffensiva con il dominio e l'assimilazione. I mondi e le culture che
finora sono stati costretti a misurare le loro possibilità di
sopravivenza e la loro "diversità" sul modello unico dell'Occidente,
sono diventati, insieme alle forze naturali che hanno sconvolto le
spiagge dell'Indonesia, delle presenze che nessuna ragione e nessun
sonno potranno più allontanare. La scelta di farne i fantasmi di
un'Apocalisse incombente o invece l'occasione per riconoscere squilibri,
aggressioni fatte e subite, fragilità e limiti dell'agire umano, non
potranno impedire a quel "terzo occhio" di orientare in modo nuovo la
nostra visione delle cose.
Uno spostamento analogo sembra essere avvenuto nella vita delle persone,
nelle relazioni sociali, nelle normali abitudini quotidiane. A
disorientare e scuotere certezze divenute quasi una "seconda natura", è
lo spettro di una povertà non più riducibile al destino di una classe
sociale, di un "femminile" che interroga le "differenze" storiche tra i
sessi, di una singolarità che si libera di lacci e soggezioni antiche.
Con le categorie interpretative che vanno sotto i nomi di "precarietà",
"mobilità", "rischio", "crisi", "insicurezza", vengono elencate
prioritariamente le conseguenze di un modello di sviluppo -produzione e
consumo-, ormai fine a se stesso, con un corteo crescente di guerre,
migrazioni, nuove schiavitù e disastri ecologici. Ma se la dimensione
economica non fosse diventata l'unità di misura del vivere umano, e la
"flessibilità" del lavoro l'unico indicatore delle ansie sociali, non
sarebbe difficile accorgersi che, a incrinare un terreno che sembrava
compatto, è il sottosuolo che si è sempre portato dentro a sua insaputa,
quel luogo altro, diverso, destinato a tacere per sempre, che oggi
irrompe sulla scena del mondo, creando figure, passioni, legami nuovi e
imprevisti tra culture differenti, ma anche tra uomo e donna, individuo
e collettività, salute e malattia, libertà e dipendenza, giovinezza e
vecchiaia, vita e morte.
Saltano confini che sembravano tracciati una volta per sempre
-privato/pubblico, barbarie/civiltà, reale/artificiale, ecc.-, false
"naturalità, come quella che ha diviso violentemente il destino dei
sessi, lasciando la donna a garantire la continuità della specie e
l'uomo a "progredire" da solo nel mondo; irrompe, nel teatro che è
sempre stato della razionalità vigilante -del potere, delle sue
istituzioni e dei suoi linguaggi-, il corpo, con la sua memoria arcaica,
le sue leggi, le sue ferite, la sua manipolabilità, ma anche la sua
resistenza alle mire onnipotenti del pensiero. Del corpo parla oggi la
consapevolezza che l'individuo, maschio e femmina, ha di se stesso,
quando tenta di piegarlo a martellanti pratiche salutistiche, quando ne
riconosce la fragilità e il termine, quando interroga ansioso le
promesse della scienza e quando, al contrario, si dispone ad assecondare
ritmi più "naturali", quando si aggrappa a un modello di eterna
giovinezza e quando chiede che sia data cittadinanza a parenti
indesiderati, come i malati, gli anziani, i disabili. Con la corporeità
hanno a che fare anche le ansie che si associano a un colore diverso
della pelle, a un taglio diverso degli occhi, a un abbigliamento che
segnali povertà o appartenenza a culture diverse.
Sono queste "interferenze" che assediano il quotidiano, da uno schermo
televisivo al percorso che si fa a piedi o in autobus, a rinfocolare
"identità" che nessuno si era mai accorto di avere e che ora si è
tentati di impugnare come un'arma di difesa. L'insorgere di nuove
"preoccupazioni" non è necessariamente solo ansia, impotenza, fatalismo,
arroccamento nel proprio utile. L'arretramento che sembra oggi invertire
il cammino di un progresso assicurato, potrebbe essere visto, come già
scriveva Elvio Fachinelli nel suo libro Il bambino dalle uova
d'oro (Feltrinelli 1974) come "un'astuzia storica di Eros" che,
"proprio per salvare la civiltà ricorre a una nuova barbarie, che è
premessa per il suo ulteriore sviluppo". Come è già successo nel corso
della storia, "questa barbarie proviene dall'esterno della civiltà
esausta, sotto forma di nuove masse alle quali risultano incomprensibili
le sue sottili operazioni".
Nella situazione attuale, questa irruzione di alterità non viene
soltanto dai mondi che l'Occidente ha colonizzato, asservito ai suoi
modelli, e a cui oggi è costretto ad aprire le porte, ma da un "ordine"
politico, economico, sessuale e morale, che si va sfaldando per lasciare
posto a nuovi equilibri, nuove forme di convivenza, nuovi saperi e
linguaggi. Ma per inserire l'esigenza del diverso, per cambiare l'idea
di ciò che è "reale" e "possibile", è necessario non aver paura di
analizzare la "profondità del male" e cogliere nel medesimo tempo i
segnali contraddittori che vengono dai peggiori disastri. Non c'è dubbio
che lo tsunami, sia pure dal versante di una legge fisica che sfugge al
controllo dell'uomo e che lascia perciò aperta l'imprevedibilità della
morte, interroga rapporti che si sono costruiti nella storia: scambi
ineguali, popolazioni povere che offrono i loro mari al godimento di
occidentali privilegiati, promessa di sviluppo da parte dei potenti del
mondo in cambio dello sfruttamento di risorse umane e naturali. Tra le
macerie che si è lasciato dietro il maremoto, non si è persa solo la
possibilità di distinguere i corpi dei turisti e dei locali, ma anche la
linea di demarcazione inconsapevole che ha portato una parte del mondo
ad arrogarsi poteri, valori, condizioni di superiorità sull'altra. Nuove
paure e nuove consapevolezze si fanno strada insieme, producono
arretramenti e, nel medesimo tempo, la scoperta di forme inedite di
solidarietà. Soprattutto aprono la strada alla prospettiva che si possa
andare "alle radici dell'umano", al di là di quelle "differenze" che nel
corso della storia hanno impedito di pensarsi appartenenti a un comune
destino. (da
D la Repubblica delle Donne del 5-03-05).