Dalle notizie a ciò che c’è dietro di esse.

Se le apprendiamo alla luce di una visione meno circoscritta,

possiamo trarne spunto anche circa i fatti riguardanti

 

la Chiesa cattolica e la nostra problematica

 

 

1. Visioni della storia sempre parziali


Volendo guardare dietro ogni notizia, si resta sorpresi nel trovarsi di fronte a processi inarrestabili, non del tutto dipendenti da velleitarismi e/o da generosi sforzi umani.
Il vecchio romanticismo offriva una visione della Storia affetta da presbiopia, tanto da far apparire protagonista una Forza (per i cristiani la Provvidenza), la quale si servirebbe degli individui e agirebbe attraverso gli eventi, a determinare il destino dei popoli. Oggi non si è esenti dalla caduta nell’opposta malattia della miopia accompagnata da strabismo, proprio per via di una nuova consapevolezza politica, favorita dall’uso di strumenti complessi e sofisticati, che può dare, se non si è vigili, l’illusione di capire; infatti i giudizi dipendono, il più delle volte, da pre-giudizi.
Forse è cosa saggia limitarsi a prendere spunto dai fatti, visti dall’angolino provvisoriamente occupato, nella consapevolezza che l’orizzonte è più esteso di quello che si offre al proprio sguardo.
 

2. Due frasi da commentare

“Non chiediamo a Dio di essere dalla nostra parte; chiediamo a noi stessi, piuttosto, di essere dalla parte di Dio” (J. Kerry).
“Quando il presidente W. G. Bush deve prendere una decisione deve essere sicuro di non farlo con leggerezza. La religione gli dà la forza morale per prendere le decisioni e per seguirle fino in fondo”(M. Novak).

Un primo commento a queste due frasi: nonostante che Bush sia protestante e Kerry cattolico, il fatto che quest’ultimo sostenesse principi morali non ammessi dalla Chiesa, ha avvantaggio Bush, il cristiano fervente.
Che l’elemento religioso serva da collante a valori che rischiano di disperdersi, è tutt’altro che una novità. Il potere, salve tutte le differenze di tempo e di luogo, ha bisogno di porsi ad un livello superiore a quello dei comuni mortali, per assolvere un compito di (presunta) mediazione del divino. Certamente oggi negli USA essere molto religioso ha una valenza etico-politica (modalità non nuova nella storia, e non solo quella statunitense), di cui non si può non tener conto.
Ma sarebbe troppo schematico un discorso che volesse spiegare in questo modo la vittoria di Bush. E’ più attendibile ritenere che in lui buona parte del popolo americano abbia viste incarnate le caratteristiche di quello che è stato chiamato il nuovo ordine mondiale.
I fattori storici su cui si gioca la politica americana sono all’incirca gli stessi per i due grandi partiti: a) la divisione del mondo, altra rispetto a quella dei due blocchi prima della caduta del muro di Berlino; b) la configurazione del modello neocoloniale, in cui la componente militare è l’elemento centrale; c) una sorta di ‘dottrina Monroe’ su scala globale, che pare sfociare nel cosiddetto nuovo secolo americano; d) il Nuovo Modello di Difesa con la professionalizzazione delle Forze Armate, che contagia anche il nostro; e) il tentativo di imporre a tutti i popoli un modello di democrazia adeguato a favorire il mercato mondiale; altro.
• Il nostro Occidente non sfugge a questi paradigmi, di cui l’epifenomeno più consistente è la globalizzazione. In suo nome due culture – il neoliberismo e il riformismo solidale – costituiscono oggi l’alternativa che nessuno dei contendenti può eludere; tanto che la divisione partitica appare ovunque in dissolvenza. La stessa parola democrazia ne è condizionata in più modi. E che dire dei “valori comuni, risultato del cammino storico dell’Occidente? Libertà, giustizia, uguaglianza, etica, solidarietà, legalità, eccetera, restano in gran parte belle parole anche per noi; ma esse si concretizzano sia in un tenore di vita a cui non sapremmo più rinunziare, sia in aspirazioni che reputiamo sacrosante, quale, soprattutto, il rispetto dei diritti umani.
• Ma resteranno gli americani a detenere il potere mondiale, ad esempio tra dieci anni? E che ne sarà di chi, come noi, si accoda a loro?
Restare con le domande aperte è cosa saggia.
C’è piuttosto da prendere in considerazione che oggi le politiche le quali inseguono la fluidità dei cambiamenti con le antiche ricette, non possono che camuffare motivazioni di facile suggestione presso gli elettori, spostando qualche pedina nel gioco contro l’avversario; e quella religiosa è la più spendibile, non solo per Bush, ma perfino per l’enigmatico Putin che va a braccetto con gli ortodossi, nonostante sia ateo. Altrettanto per gli atei devoti che proliferano a casa nostra.

3. E nella Chiesa cattolica?

• Certamente la Chiesa per la prima volta si trova di fronte ad un mondo globalizzato, dove le diversità spesso si fanno scudo della religione per esigere rispetto. Essa non può comportarsi in maniera elusiva rifugandosi nel sacro, buono magari a gestire il quotidiano all’interno dell’istituzione, e non ad affrontare un cambiamento radicale e di portata mondiale.
Il cattolicesimo perderà terreno, nonostante le apparenze altisonanti, fino a che non rinuncerà all’assolutezza di verità che ritiene fondate sul diritto naturale e sul mandato apostolico di evangelizzare il mondo secondo una dottrina specifica. Diventato troppo planetario per un’accelerazione dei tempi non prevedibile, deve ri-orientarsi di fronte alle mille forme della complessità postmoderna.

Alberto Melloni, nel suo ultimo interessante libro, Chiesa madre, chiesa matrigna, Einaudi, Torino 2004, parte dai dati di fatto: crollo della pratica religiosa, calo delle vocazioni, dissensi più o meno silenziosi sui temi caldi della morale; “il senso di nervosa inquietudine è silente e radicale”. Vede un cattolicesimo ‘oscillante’; il rischio è che Dio divenga uno “straniero nella Chiesa, Gesù un riferimento pleonastico e i peccatori una specie in via di estinzione”. Nota il “continuo esodo di credenti che non passano più da una confessione all’altra, dalla pratica all’agnosticismo, ma semplicemente si spostano dentro la Chiesa su soglie marginali”.

4. Quali le cause profonde e quali i rimedi di questo malessere?

• Non sono in pochi a colpevolizzare la Chiesa di immobilismo dottrinale e di messa in riga del dissenso. I più ispirati criticano i punti nevralgici dei suoi arroccamenti nello statu quo, entro il quale i principi da difendere si immiseriscono se insistiti sulla pretesa legge di natura, dalla quale derivare la disciplina della sessualità (certamente perché vi è implicito il controllo globale della persona, dalla nascita alla morte).
• Si riconosce all’attuale papa un’apertura all’esterno della chiesa, e sono davvero nuove le prese di posizione contro le strutture di peccato. Ma per proseguire coerentemente in questa linea, il capo della chiesa dovrebbe per prima cosa sommuovere il suo sistema di potere. Ben a ragione Helder Camara proponeva alla chiesa la rinuncia ai simboli di ricchezza e di prestigio e la demolizione del potere religioso in nome di Dio. Intanto ammoniva che NON BISOGNA LASCIAR CADERE LA PROFEZIA.

 

5. L’umanità unico Popolo di Dio?


• La cristianità ha sempre sognato la riduzione in unum della vita religiosa dei popoli. Si tratta però di vedere in che senso realizzarla; o meglio di non perdere mai di vista l’utopia di un “Potere senza potere”, universale, dotato di autorevolezza morale e spirituale. Oggi più che mai.
Eppure rimproverare la chiesa perché non si fa lievito di trasformazione, e perciò non si consuma in ciò che trasforma, significa dimenticare che in concreto solo i giusti sanno lanciare il seme della Buona Novella nel solco della storia. Il sistema-chiesa si regge, come tutti i sistemi, sulla sua struttura, e solo individualità forti possono spezzare il circolo vizioso che ritorna sempre su se stesso e si rimangia le aperture indotte da eventi straordinari, come ad esempio i concili.
Ma, secondo Melloni la panacea non possono essere nemmeno “le truppe di fervorosi e un po’ settari cattolici” offerti dai movimenti ecclesiali. E’ necessaria la costruzione della comunità cristiana come luogo di accoglienza, come santuario aperto a tutti, imitando “il Gesù buono che camminava e andava in cerca delle persone”.
E gli esempi concreti valgono ancor più dei propositi. Come quello che ci ha lasciato Tonino Bello, il quale seppe spendersi nella convivialità delle differenze, standosene sulla breccia, in prima fila, là dove l’odio regnava a posto dell’amore.

 C’è, poi, una fetta del Popolo di Dio che si trova in una posizione (oso dire) privilegiata: quella degli emarginati nella stessa chiesa, depotenziati e delegittimati in quanto ex. Si tratta di persone ormai libere dalle strutture religiose (sempre restrittive). Non hanno davvero né da compiangersi, né da rimpiangere il ruolo (di potere) perduto. Hanno solo da temere di lasciarsi prendere la mano e quindi di limitarsi a rimproverare e ad avanzare rivendicazioni. Hanno da rimboccarsi le mani, costruendo una rete collaborativa di aiuto vicendevole, che diventi simbolo chiaro di una convivialità universale, destinata ad essere l’unico avvenire del Popolo di Dio