CONSACRATI E SPOSATI A CONFRONTO
Superare il linguaggio cifrato
di Giordano Muraro
(docente di Teologia
morale, Angelicum, Roma)
Due le categorie, unica
la fede. Le strade paiono parallele, ma nella medesima comunità ecclesiale. Che
cosa li divide? Soprattutto, che cosa li unisce? Lo scambio vicendevole
alleggerisce le asprezze della vita. Come renderlo efficace e duraturo.
La comunicazione fra le persone
presuppone la volontà d’essere con e per l’altra, a partire da un’iniziale
consonanza fra due diversità. La vita di relazione che ne sgorga non è mera
fotocopia ma conoscenza e capacità di paziente dialogo.
Persone sposate e persone consacrate. Due categorie di cristiani non solo distinte, ma divise e separate. Vivono la stessa fede, hanno le stesse convinzioni, sono guidate dagli insegnamenti dello stesso Maestro, camminano nella stessa comunità ecclesiale, tendono allo stesso fine, eppure sembrano separate da una grande lontananza; o, meglio, camminano fianco a fianco, ma divise da un diaframma che attutisce voci e azioni e rende gli uni fantasmi per gli altri. Ognuno dei due elabora un linguaggio cifrato fatto di parole, gesti, comportamenti che però resta incomprensibile all’altro. Due percorsi paralleli che rimandano il loro incontro al momento in cui tutti si ritroveranno uniti nella stessa mèta, Dio.
Per anni si è chiesto che questi fedeli si incontrassero sulle stesse vie, parlassero lo stesso linguaggio, affrontassero insieme gli stessi problemi. Perché mai – si diceva – la distinzione deve diventare una separazione? Perché far esistere una doppia corsia, quella preferenziale per i consacrati e quella comune per gli sposati?
Nel recente passato, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, molti consacrati hanno pensato che fosse giunto il tempo per accogliere la richiesta di inserirsi maggiormente nella vita degli altri fratelli. «Come capire la gente se non si vive la loro vita?». Non è forse lo stesso Maestro che ha insegnato l’incarnazione, cioè partire dalla stessa condizione di vita? «Allora perché chiudersi nei conventi e vivere una vita diversa da quella dei fratelli?». La soluzione sembrava ovvia: adottare uno stile di vita più simile a quello della gente comune per rendere più comprensibile la propria vita ed entrare così in dialogo con gli altri cristiani. L’obiettivo sembrava chiaro, ma non era altrettanto chiara la via per raggiungerlo. Si doveva forse abolire ogni elemento di distinzione, l’abito, la clausura, certe forme di comportamento, di linguaggio, di gesti, e adottare una forma di vita più "secolare"? Si dovevano lasciare gli ambienti protetti, i chiostri, la cella, il silenzio, le pratiche monastiche, le osservanze regolari, e vivere in alloggi come tutti, abbracciando le condizioni di vita delle classi più disagiate e più esposte ai colpi della vita? Si doveva abbandonare la vita religiosa per vivere la stessa vita delle persone sposate? I tentativi per giungere a una maggiore comunione sono stati molti, e non tutti riusciti. In certi casi sono falliti, perché si sono cercate soluzioni nuove con mentalità vecchia. La mentalità vecchia si esprimeva in particolar modo in due forme: nel ritenere che la diversità sia causa di incomunicabilità (per cui per dialogare è indispensabile abolire le differenze), e nel pensare che la Chiesa sia una comunità in cui i consacrati sono i perfetti che devono solo dare senza nulla ricevere da coloro che vivono nel matrimonio. Ancora oggi, questi due errori sono all’origine di grandi ambiguità nei rapporti tra i fedeli.
È molto diffusa l’idea che la comunicazione è possibile solo tra uguali, mentre la diversità produce incomunicabilità. Per cui quando si vuole creare comunicazione si pensa che la prima cosa da fare sia quella di eliminare progressivamente le differenze. Questa idea è presente già nella prima forma di vita comune, la vita di coppia, dove ognuno dei due si sforza di portare l’altro al proprio modo di pensare e di vivere (rifare l’altro a propria immagine); e continua nella vita di famiglia, dove i genitori cercano di annullare le differenze chiedendo ai figli di adottare il loro modo di pensare e di vivere, o sforzandosi di diventare come i figli adottando il loro modo di vivere e aspirando a diventare "amici" dei propri figli. Ma avviene in modo ancora più marcato nelle relazioni sociali, dove il diverso è emarginato perché la diversità è considerata non solo fonte di incomprensione e di incomunicabilità, ma un pericolo dal quale difendersi.
La comunicazione non presuppone l’uguaglianza. Presuppone la volontà d’essere con l’altro e per l’altro, a partire dall’iniziale consonanza di due diversi, per giungere a una forma nuova di vita in cui nessuno dei due diventa la fotocopia dell’altro, ma entrambi acquisiscono un modo nuovo di essere e di vivere, per l’influsso esercitato nella propria vita dalla vita dell’altro. Il dialogo non richiede l’eliminazione di ciò che distingue, ma richiede la pazienza di capire, rispettare e vivere la differenza, considerata come una ricchezza e non come un impoverimento di vita.
Per questo il dialogo tra consacrati e sposati non passa attraverso l’eliminazione di ciò che forma la peculiarità di vita del consacrato per adottare una forma di vita simile a quella della gente comune; o dello sposato per adottare una forma di vita simile a quella religiosa. Ma passa attraverso le tappe che sono suggerite dalle stesse leggi della natura umana e sono confermate in modo esemplare dal Cristo, che ha assunto la nostra natura non rinnegando la propria. Comprende tre momenti: capire la vita dell’altro; accoglierla e condividerla lasciandosi permeare dai valori contenuti nella diversità; camminare insieme accogliendo e vivendo l’influsso che l’altro con la sua diversità influisce nella propria vita.
Per stabilire un dialogo tra di loro, i consacrati e gli sposati partono dalla convinzione che stanno camminando tutti verso lo stesso obiettivo, Dio, anche se per vie diverse. In questo cammino si guardano e si interrogano per capire i motivi e i modi che formano la diversità del cammino e che sono una ricchezza di vita per il Corpo mistico. Quindi cercano di capire che cosa possono trarre di insegnamento per la propria vita, lasciandosi edificare dalla vita dell’altro, per rendere più vero e più sicuro il cammino verso Dio.
Ammirazione non appropriata
Un’altra falsa idea molto diffusa è che la vita del consacrato sia una vita perfetta. Si confonde lo stato di perfezione (cioè una vita organizzata in modo da vivere la comunione con Dio il più attualmente possibile, eliminando tutto ciò che potrebbe distrarre da questa comunione) con la perfezione (cioè lo stato di chi ha raggiunto la pienezza della vita nella piena comunione con Dio). Per cui la persona consacrata viene circondata da un’aureola di ammirazione e di venerazione che falsa la sua persona e soprattutto falsa la relazione che si stabilisce con lei. Infatti, da questa confusione nasce la falsa idea che le persone consacrate vivano una vita superiore che le innalza a un livello in cui le persone sposate non hanno nulla da insegnare, ma tutto da imparare: un rapporto simile a quello che si stabilisce tra maestro e discepolo.
Si dimentica che la persona consacrata si trova nella stessa situazione di quella sposata. Entrambi sono degli imperfetti che stanno percorrendo un cammino di perfezione, con tutte le difficoltà che nascono da una natura ferita dal peccato e da una cultura che pretende di fare a meno di Dio. La peculiarità consiste nel fatto che il consacrato sfoltisce la sua vita da tutte quelle esperienze che possono rendere meno attuale il pensiero e l’amore di Dio; mentre lo sposato sceglie Dio passando attraverso la complessità delle cose create e delle esperienze umane. Nessuno dei due è perfetto, ma tutti e due stanno camminando verso Dio e possono raccontare l’uno all’altro le fatiche e le meraviglie di questo cammino, esortandosi e sostenendosi a vicenda.
La separazione tra consacrati e sposati viene alimentata anche da quella falsa concezione che presenta la Chiesa come una comunità divisa tra i salvatori, che impegnano tutta la loro vita nelle opere apostoliche e caritative, e le persone da salvare, che sono solo i destinatari di questa azione salvifica. I primi pensano di avere la missione di dare senza nulla ricevere. Considerano gli altri come i semplici destinatari della loro azione, incapaci di contribuire con la loro vita all’opera della salvezza.
Si dimentica che l’opera della salvezza viene affidata dal Cristo non a una parte, ma a tutto il popolo di Dio, anche se con modalità e ministeri diversi. Il popolo di Dio non si divide nelle due categorie dei salvatori e dei salvati; ma tutti sono in qualche modo salvatori e salvati, perché tutti sono strumenti vivi nelle mani di Dio per portare la salvezza gli uni agli altri. In altre parole: la salvezza è opera di tutti su tutti, mantenendo ognuno il carisma e il dono che gli è proprio e mettendolo a servizio della sua vita e della vita dei fratelli. Per cui la preoccupazione non deve essere quella di chiedersi cosa fare per salvare i fratelli, ma cosa fare perché tutti i fedeli si rendano conto di aver ricevuto il compito di essere a loro modo dei salvati che salvano, e di stimolarli a mettere a frutto il dono che hanno ricevuto per il bene di tutti.
Nella Genesi si racconta che
Adamo è solo, e Dio crea per lui Eva, un mondo diverso di umanità che sta al suo
cospetto e che lo toglie dalla solitudine. Da quel momento Adamo inizia un
cammino di vita più ricco. Qualcosa di analogo avviene per il fedele che vive
nel matrimonio. L’uno sta al cospetto dell’altro. Due le categorie,
unica la fede. Le strade paiono parallele, ma nella medesima comunità
ecclesiale. Che cosa li divide? Soprattutto, che cosa li unisce? Lo scambio
vicendevole alleggerisce le asprezze della vita. Come renderlo efficace e
duraturo.
La comunicazione fra le persone presuppone la volontà d’essere con e
per l’altra, a partire da un’iniziale consonanza fra due diversità. La vita di
relazione che ne sgorga non è mera fotocopia ma conoscenza e capacità di
paziente dialogo.
Persone sposate e persone consacrate. Due categorie di cristiani non solo distinte, ma divise e separate. Vivono la stessa fede, hanno le stesse convinzioni, sono guidate dagli insegnamenti dello stesso Maestro, camminano nella stessa comunità ecclesiale, tendono allo stesso fine, eppure sembrano separate da una grande lontananza; o, meglio, camminano fianco a fianco, ma divise da un diaframma che attutisce voci e azioni e rende gli uni fantasmi per gli altri. Ognuno dei due elabora un linguaggio cifrato fatto di parole, gesti, comportamenti che però resta incomprensibile all’altro. Due percorsi paralleli che rimandano il loro incontro al momento in cui tutti si ritroveranno uniti nella stessa mèta, Dio.
Per anni si è chiesto che questi fedeli si incontrassero sulle stesse vie, parlassero lo stesso linguaggio, affrontassero insieme gli stessi problemi. Perché mai – si diceva – la distinzione deve diventare una separazione? Perché far esistere una doppia corsia, quella preferenziale per i consacrati e quella comune per gli sposati?
Nel recente passato, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, molti consacrati hanno pensato che fosse giunto il tempo per accogliere la richiesta di inserirsi maggiormente nella vita degli altri fratelli. «Come capire la gente se non si vive la loro vita?». Non è forse lo stesso Maestro che ha insegnato l’incarnazione, cioè partire dalla stessa condizione di vita? «Allora perché chiudersi nei conventi e vivere una vita diversa da quella dei fratelli?». La soluzione sembrava ovvia: adottare uno stile di vita più simile a quello della gente comune per rendere più comprensibile la propria vita ed entrare così in dialogo con gli altri cristiani. L’obiettivo sembrava chiaro, ma non era altrettanto chiara la via per raggiungerlo. Si doveva forse abolire ogni elemento di distinzione, l’abito, la clausura, certe forme di comportamento, di linguaggio, di gesti, e adottare una forma di vita più "secolare"? Si dovevano lasciare gli ambienti protetti, i chiostri, la cella, il silenzio, le pratiche monastiche, le osservanze regolari, e vivere in alloggi come tutti, abbracciando le condizioni di vita delle classi più disagiate e più esposte ai colpi della vita? Si doveva abbandonare la vita religiosa per vivere la stessa vita delle persone sposate? I tentativi per giungere a una maggiore comunione sono stati molti, e non tutti riusciti. In certi casi sono falliti, perché si sono cercate soluzioni nuove con mentalità vecchia. La mentalità vecchia si esprimeva in particolar modo in due forme: nel ritenere che la diversità sia causa di incomunicabilità (per cui per dialogare è indispensabile abolire le differenze), e nel pensare che la Chiesa sia una comunità in cui i consacrati sono i perfetti che devono solo dare senza nulla ricevere da coloro che vivono nel matrimonio. Ancora oggi, questi due errori sono all’origine di grandi ambiguità nei rapporti tra i fedeli.
È molto diffusa l’idea che la comunicazione è possibile solo tra uguali, mentre la diversità produce incomunicabilità. Per cui quando si vuole creare comunicazione si pensa che la prima cosa da fare sia quella di eliminare progressivamente le differenze. Questa idea è presente già nella prima forma di vita comune, la vita di coppia, dove ognuno dei due si sforza di portare l’altro al proprio modo di pensare e di vivere (rifare l’altro a propria immagine); e continua nella vita di famiglia, dove i genitori cercano di annullare le differenze chiedendo ai figli di adottare il loro modo di pensare e di vivere, o sforzandosi di diventare come i figli adottando il loro modo di vivere e aspirando a diventare "amici" dei propri figli. Ma avviene in modo ancora più marcato nelle relazioni sociali, dove il diverso è emarginato perché la diversità è considerata non solo fonte di incomprensione e di incomunicabilità, ma un pericolo dal quale difendersi.
La comunicazione non presuppone l’uguaglianza. Presuppone la volontà d’essere con l’altro e per l’altro, a partire dall’iniziale consonanza di due diversi, per giungere a una forma nuova di vita in cui nessuno dei due diventa la fotocopia dell’altro, ma entrambi acquisiscono un modo nuovo di essere e di vivere, per l’influsso esercitato nella propria vita dalla vita dell’altro. Il dialogo non richiede l’eliminazione di ciò che distingue, ma richiede la pazienza di capire, rispettare e vivere la differenza, considerata come una ricchezza e non come un impoverimento di vita.
Per questo il dialogo tra consacrati e sposati non passa attraverso l’eliminazione di ciò che forma la peculiarità di vita del consacrato per adottare una forma di vita simile a quella della gente comune; o dello sposato per adottare una forma di vita simile a quella religiosa. Ma passa attraverso le tappe che sono suggerite dalle stesse leggi della natura umana e sono confermate in modo esemplare dal Cristo, che ha assunto la nostra natura non rinnegando la propria. Comprende tre momenti: capire la vita dell’altro; accoglierla e condividerla lasciandosi permeare dai valori contenuti nella diversità; camminare insieme accogliendo e vivendo l’influsso che l’altro con la sua diversità influisce nella propria vita.
Per stabilire un dialogo tra di loro, i consacrati e gli sposati partono dalla convinzione che stanno camminando tutti verso lo stesso obiettivo, Dio, anche se per vie diverse. In questo cammino si guardano e si interrogano per capire i motivi e i modi che formano la diversità del cammino e che sono una ricchezza di vita per il Corpo mistico. Quindi cercano di capire che cosa possono trarre di insegnamento per la propria vita, lasciandosi edificare dalla vita dell’altro, per rendere più vero e più sicuro il cammino verso Dio.
Ammirazione non appropriata
Un’altra falsa idea molto diffusa è che la vita del consacrato sia una vita perfetta. Si confonde lo stato di perfezione (cioè una vita organizzata in modo da vivere la comunione con Dio il più attualmente possibile, eliminando tutto ciò che potrebbe distrarre da questa comunione) con la perfezione (cioè lo stato di chi ha raggiunto la pienezza della vita nella piena comunione con Dio). Per cui la persona consacrata viene circondata da un’aureola di ammirazione e di venerazione che falsa la sua persona e soprattutto falsa la relazione che si stabilisce con lei. Infatti, da questa confusione nasce la falsa idea che le persone consacrate vivano una vita superiore che le innalza a un livello in cui le persone sposate non hanno nulla da insegnare, ma tutto da imparare: un rapporto simile a quello che si stabilisce tra maestro e discepolo.
Si dimentica che la persona consacrata si trova nella stessa situazione di quella sposata. Entrambi sono degli imperfetti che stanno percorrendo un cammino di perfezione, con tutte le difficoltà che nascono da una natura ferita dal peccato e da una cultura che pretende di fare a meno di Dio. La peculiarità consiste nel fatto che il consacrato sfoltisce la sua vita da tutte quelle esperienze che possono rendere meno attuale il pensiero e l’amore di Dio; mentre lo sposato sceglie Dio passando attraverso la complessità delle cose create e delle esperienze umane. Nessuno dei due è perfetto, ma tutti e due stanno camminando verso Dio e possono raccontare l’uno all’altro le fatiche e le meraviglie di questo cammino, esortandosi e sostenendosi a vicenda.
La separazione tra consacrati e sposati viene alimentata anche da quella falsa concezione che presenta la Chiesa come una comunità divisa tra i salvatori, che impegnano tutta la loro vita nelle opere apostoliche e caritative, e le persone da salvare, che sono solo i destinatari di questa azione salvifica. I primi pensano di avere la missione di dare senza nulla ricevere. Considerano gli altri come i semplici destinatari della loro azione, incapaci di contribuire con la loro vita all’opera della salvezza.
Si dimentica che l’opera della salvezza viene affidata dal Cristo non a una parte, ma a tutto il popolo di Dio, anche se con modalità e ministeri diversi. Il popolo di Dio non si divide nelle due categorie dei salvatori e dei salvati; ma tutti sono in qualche modo salvatori e salvati, perché tutti sono strumenti vivi nelle mani di Dio per portare la salvezza gli uni agli altri. In altre parole: la salvezza è opera di tutti su tutti, mantenendo ognuno il carisma e il dono che gli è proprio e mettendolo a servizio della sua vita e della vita dei fratelli. Per cui la preoccupazione non deve essere quella di chiedersi cosa fare per salvare i fratelli, ma cosa fare perché tutti i fedeli si rendano conto di aver ricevuto il compito di essere a loro modo dei salvati che salvano, e di stimolarli a mettere a frutto il dono che hanno ricevuto per il bene di tutti.
Nella Genesi si racconta che Adamo è solo, e Dio crea per lui Eva, un mondo diverso di umanità che sta al suo cospetto e che lo toglie dalla solitudine. Da quel momento Adamo inizia un cammino di vita più ricco. Qualcosa di analogo avviene per il fedele che vive nel matrimonio. L’uno sta al cospetto dell’altro. E il solo fatto di "esserci" diventa una ricchezza di vita per entrambi. Per questo la prima parola che la persona consacrata e la persona sposata dovrebbero rivolgersi a vicenda dovrebbe essere: «Grazie perché ci sei!». Il fatto di "esserci" diventa una ricchezza per tutto il Corpo mistico, come la salute delle singole membra diventa benessere e vita per tutto il corpo, e si diffonde beneficamente a tutte le altre membra.
«Così essi, animati dalla carità che lo Spirito Santo infonde nei loro cuori, sempre più vivono per Cristo e per il suo Corpo che è la Chiesa. Quanto più fervorosamente, dunque, vengono uniti a Cristo con questa donazione di sé che abbraccia tutta la vita, tanto più si arricchisce la vitalità della Chiesa, e il suo apostolato diviene vigorosamente fecondo» (Familiaris consortio, n. 1).
Questo beneficio si esprime in più modi. Anzitutto perché ogni stato di vita permette all’altro di capirsi meglio. In secondo luogo perché ognuno dei due è con la sua vita un dono che genera vita nell’altro. In altre parole: alla vita consacrata e al matrimonio sono collegate ricchezze di vita che si esprimono già nel solo fatto d’essere presenti l’uno all’altro; ma che si perfezionano con azioni di vita che l’uno produce sull’altro.
Per capire in che modo questi due stati di vita si illuminano e si arricchiscono a vicenda dobbiamo partire dalla vocazione originaria del cristiano. Il cristiano sa d’essere chiamato da Dio a un singolare destino, quello di entrare a far parte del suo mondo divino e vivere per l’eternità questo "faccia a faccia" con lui. La vita terrena è il luogo in cui si svolge questo cammino e in cui il cristiano si prepara a questo incontro, costruendosi come persona capace di reggere e gustare questo incontro (capax Dei).
Verso la speranza
Il cammino del popolo di Dio è come il cammino di Israele nel deserto. Tende alla Terra promessa, ma la speranza di questo luogo felice nulla toglie alla fatica del cammino per arrivarci. Per questo nel popolo in cammino è necessaria la presenza di persone che tengano desta la speranza della Terra promessa.
Si sarebbe subito tentati di concludere: le persone che tengono desta la speranza e il desiderio della Terra promessa sono le persone consacrate che abbandonano tutto per vivere già in questa terra la comunione con Dio. Ma questa frase potrebbe essere male interpretata e confermare la vecchia idea che sopra abbiamo indicata, che i consacrati sono vita ed energia nel popolo, mentre il popolo è la massa inerte che viene lievitata dal religioso profeta, il quale dà e non riceve nulla, mentre il popolo riceve e non dà nulla.
Per questo l’immagine dev’essere ripensata per essere capita. Il popolo non è solo materia da plasmare e da animare. È realtà viva (anche quando si ribella, perché nella ribellione rifiuta una vita in nome della vita!) che fa molte cose perché tutti possano realizzare il cammino. Infatti è il popolo che si muove e sostiene la fatica del cammino, portando con sé i figli, i deboli, gli anziani, le cose, le risorse che servono nel cammino presente e serviranno per la vita futura quando dovranno insediarsi nella Terra promessa. È dal popolo che si traggono le energie e le risorse per questo cammino, ed è nel popolo che si ritrovano le energie per vincere le difficoltà della terra inospitale e dei nemici che impediscono l’insediamento. Il popolo non è solo il destinatario delle esortazioni del profeta; ma è il soggetto che porta il pondus diei et aestus, e crea le condizioni che permettono a tutti, anche al profeta, di vivere. Senza il profeta non c’è speranza; ma senza il popolo non c’è il soggetto vivo che realizza la speranza. L’esserci del profeta è speranza, perché porta nella fatica del presente il futuro, cioè il volto buono e misericordioso di Dio: così dà senso, direzione, energia al cammino del popolo. L’esserci del popolo è vita perché porta nel presente tutto quello che è necessario per il cammino, e perché affronta e supera le difficoltà che si incontrano.
L’immagine del popolo in cammino può servire da punto di partenza per capire la differenza cristiana (e non sociologica, o psicologica) dei due stati di vita. La vita consacrata tiene desta nel popolo di Dio la speranza e la mèta a cui tutto il popolo tende col suo cammino (che non è un luogo, ma una persona, la persona di Dio). I filosofi direbbero che il consacrato magis se habet ex parte finis, cioè fonda la sua vita maggiormente sull’importanza che dà alla causa finale, cioè a Dio. Lascia ogni altra cosa per lui, e anticipa nel tempo e nella storia (per quanto è possibile a una creatura che è essa stessa ancora viatrice) l’incontro che avverrà in modo perfetto al termine del cammino. Così tiene desta nelle persone sposate l’attenzione e il desiderio di Dio. Con la sua vita proclama che Dio c’è, e che vale la pena sacrificare per lui ogni altra cosa; e lo dimostra con una vita dedicata totalmente a lui. «La persona vergine anticipa così nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione futura... La verginità testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita ad ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l’unico valore definitivo» (FC, n. 16).
Lo sposato vive immerso nelle cose e nelle esperienze del presente e costruisce passo dopo passo il cammino che passando tra le cose e il tempo porta all’assoluto, superando le difficoltà che incontra e tracciando questo cammino per sé e per gli altri, anche per chi tiene desta in lui la speranza del futuro. La persona sposata prende sul serio l’invito con cui il Dio-creatore chiede all’uomo e alla donna di continuare l’opera della creazione, crescendo, moltiplicandosi, riempiendo la terra e dominandola. I filosofi direbbero che magis se habet ex parte causae efficientis, cioè si pone dalla parte del Dio creatore e continua con lui la missione di portare a termine l’opera iniziata con l’atto creatore. Il suo compito è triplice: costruisce se stesso come persona umana; costruisce le condizioni di vita perché tutti (a partire dai figli che procrea e continua a procreare con l’educazione) possano costruirsi come persone umane; infine domina, cioè costruisce a dimensione umana l’ambiente e la storia entro cui le persone si umanizzano.
La nostalgia del pellegrino
«In questo ordine di funzioni appare di grande valore quello stato di vita che è santificato da uno speciale sacramento, la vita matrimoniale e familiare. L’esercizio e scuola per eccellenza di apostolato dei laici si hanno là dove la religione cristiana permea tutta l’organizzazione della vita e ogni giorno più la trasforma. Là i coniugi hanno la propria vocazione: essere l’uno all’altro e ai figli testimoni della fede e dell’amore di Cristo. La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata. Così, col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità» (Lumen gentium, n. 35).
Per questo possiamo dire che il consacrato ha lo sguardo rivolto principalmente a Dio come causa finale, e si pone con la sua vita a servizio del Dio considerato come colui che attrae a sé ogni cosa; mentre lo sposato ha lo sguardo rivolto principalmente a Dio come causa efficiente, e intende con la sua vita porsi a servizio del Dio considerato come colui che crea e conserva nell’essere le cose.
Ma consacrati e sposati si scambiano doni reciprocamente. La persona consacrata alla persona sposata insegna che l’uomo deve vivere in questa terra nell’attesa della venuta di Dio, con l’impazienza dell’innamorato che anela a vedere il volto dell’amata, e con la nostalgia del pellegrino che attende di giungere in patria, sapendo di non avere su questa terra una dimora permanente. Inoltre, insegna che il cuore dell’uomo è veramente là dove è il suo tesoro; e che Dio è il solo tesoro per il quale vale la pena dare ogni altra cosa, perché è il solo che sazia ogni desiderio: «Tu ci hai fatti per te – diceva sant’Agostino – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»; per questo Dio non è solo il termine ultimo della vita, ma è anche il fine che dà significato, direzione, misura a tutta la vita della creatura.
La persona consacrata, con la sua vita dedicata totalmente a Dio, sostiene i fratelli nel cammino additando con la sua vita la mèta da raggiungere. Ricorda che tutte le cose terrene e tutte le esperienze umane, anche l’esperienza dell’amore, sono realtà "penultime" che devono essere vissute in modo tale da preparare l’uomo all’esperienza del "faccia a faccia" con Dio.
Insegna, ancora, che tutte le cose e le esperienze umane possono diventare un ostacolo e un pericolo nel cammino dell’uomo verso Dio; per cui bisogna viverle con cuore distaccato, sapendo che tutto è nostro, ma noi siamo di Dio e dobbiamo vedere e vivere ogni realtà come una realtà che non impedisce, anzi aiuta questo nostro "essere di Dio".
Con la sua vita dedicata totalmente alle opere di misericordia corporale e spirituale, insegna che l’amore totale ed esclusivo per Dio non solo non impedisce l’amore per l’uomo, ma lo rende più amore, cioè più capace di donare vita e di donare la propria vita, senza misura, in assoluta gratuità. Per cui l’invito di Gesù ad amarlo sopra ogni cosa non significa che Dio chiede di mettere i fratelli in secondo piano, ma significa che per amare i fratelli in modo perfetto bisogna amarli con un amore che parte da Dio. Con la sua vita dedicata totalmente a un Dio che non vede, non sente, che la lascia nell’aridità di un amore che non viene compensato dal gusto di amare, insegna che l’amore vero non si nutre di affetti sensibili ma si esprime nella volontà di fare la volontà dell’amato. Amando un Dio che si nasconde e chiede di essere amato anche nel momento dell’aridità, della noia, del "deserto", insegna che l’amore deve continuare anche nell’assenza fisica dell’amato e nella sua mancata risposta affettiva, superando l’amarezza e la delusione della lontananza.
Tracce di bellezza
La persona sposata alla persona consacrata insegna che il tempo non è solo la distanza che separa l’uomo dall’incontro con Dio, ma è il prolungamento dei sei giorni in cui l’uomo con la sua opera intelligente continua, con Dio, l’impresa straordinaria della creazione; ed è soprattutto il luogo in cui si edifica il Regno per la salvezza dell’umanità. Insegna che il quotidiano non è la palude nella quale la creatura può disperdersi e perdersi, ma è il luogo in cui la creatura ritrova le cose che Dio le ha lasciato in consegna come realtà preziose che portano una traccia della sua bellezza e che l’uomo deve coltivare con pazienza perché siano sempre la lode esterna materiale di Dio, e perché armonizzino con la propria vita in modo da diventare nella sua vita la lode esterna formale di Dio.
Insegna che le cose create con la loro bellezza non sono il pericolo che catturano e imprigionano l’uomo, allontanandolo da Dio; ma sono l’espressione della sua bellezza e uno scalino che a lui conducono. Caeli enarrant gloriam Dei!
Insegna ancora che l’amore umano non è un’esperienza che distoglie da Dio, ma è l’esperienza che più d’ogni altra porta in sé e rivela l’amore che Dio ha per la sua creatura e l’amore che Cristo ha per la sua Chiesa. Se il creato è il luogo in cui l’uomo continua l’opera della creazione, l’amore è il luogo in cui l’uomo e la donna hanno il grande compito di «realizzare lungo la storia la benedizione originaria del creatore, trasmettendo nella generazione l’immagine divina da uomo a uomo» (FC, n. 28); e dove con la pazienza di ogni giorno le persone edificano se stesse come uomini e come cristiani: «L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia (idem n. 86); la futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica» (idem n. 52).
Inoltre, insegna che la vita deve diventare tutta un gesto d’amore in cui giorno per giorno si dà qualcosa di sé all’amato, esprimendolo non solamente con i gesti dell’affetto, ma con quelli del servizio, sapendo che ogni piccolo gesto si trasfigura e diventa grande e salvifico quando viene compiuto con amore e per amore. Insegna, altresì, che l’amore dev’essere fedele fino alla morte, a imitazione dell’amore di Dio che non viene mai meno, e a imitazione dell’amore del Cristo che dà la vita per i fratelli. Insegna che l’amore deve essere fecondo, e che la fecondità consiste nel dare vita e nel non stancarsi di continuare a dare vita a ciò che si è posto nell’esistenza.
Non basta amare e produrre vita in un momento di generosità; ma bisogna diventare responsabili di ciò che si è posto nell’esistenza e continuare con la pazienza di ogni giorno a farlo crescere fino al suo completo sviluppo.
La vita consacrata e la vita nel matrimonio e nella famiglia sono due doni preziosi che Dio ha fatto all’umanità per la sua crescita e per la sua salvezza. Possono coesistere come due vie parallele, ma allora si perde la ricchezza che ognuno dei due può essere per l’altro. Non basta che comunichino attraverso le vie misteriose ed efficaci della comunione del Corpo mistico; ma è necessario che tutti i fedeli di Cristo abbiano occhi capaci di vedere le ricchezze di natura e di grazia racchiuse in questi due stati di vita, e abbiano cuore capace di accogliere e condividere queste ricchezze di vita.
Non si tratta di creare una gerarchia tra di loro, ma di capire quale servizio ognuno dei due può esprimere per l’altro, senza cadere nella tentazione – che è una vera trappola – di abolire le differenze che caratterizzano queste due vite. Bisogna, al contrario, sviluppare la pazienza di capirsi e la generosità di accogliersi. In questo modo ognuno parteciperà alla ricchezza di vita dell’altro, e insieme costruiranno il Regno di Dio su questa terra.
Giordano Muraro
http://www.stpauls.it/fa_oggi00/0898f_o/0898p24.htm