Paura della donna?

 

Titoliamo così il seguente carteggio tra un prete sposato, un celebre teologo e un Vescovo sul tema “Celibato-Matrimonio. E’ interessante l’analisi del teologo, che si limita a puntualizzare il senso del divario tra Matteo e Luca quando parlano del distacco da parte di chi segue Cristo. Più tranciante lo stile del Vescovo, che pare faccia tutt’uno del bisogno di reagire ad una visione permissiva dell’uso della sessualità con la scelta celibataria; laddove non è chiaro come il sacramento del matrimonio non basti ad arginare il pansessualismo, dato che chi si sposa avrebbe “il cuore diviso”. Su questo puntonon mancheremo di fare una nostra analisi in successivi contributi nella rubrica “Documento del mese”,di cui non vogliamo anticipare frettolosi stralci.
 

Lettera di De Vigilis:
Celibato e matrimonio nei vangeli
  IL DISTACCO DAI LEGAMI FAMILIARI

Leggendo l’articolo di monsignor Ravasi a pagina 54 di Vita Pastorale di maggio 2005, mi sono chiesto chissà come mai nei paralleli di Luca 18,28-30, e cioè in Matteo 19,27-29 e in Marco 10,28-30 non si parla di moglie? Senza voler entrare in complesse discussioni esegetiche o meno, non si può ritenere che nel Vangelo troviamo tradizioni diverse e complementari tra loro che rispecchiano ambienti diversi di redazione?
Potrebbe anche darsi che Luca scriva in un ambiente legato alla purezza cultuale, che sotto tanti aspetti è a fondamento della disciplina celibataria. Mentalità che è stata superata e non solo a parole (basti pensare a tutti gli insegnamenti odierni sul matrimonio e alla canonizzazione di coppie di sposi) ma con i fatti.
Lasciando pienamente libera la scelta di abbracciare il ministero sacerdotale, in modo celibatario o da coniugati, si esalterebbe la dimensione del celibato come dono (ed è un gran dono! [perciò rimane l’aspetto "scandaloso" di cui parla Ravasi]. Ma proprio per questo deve essere libero). Nello stesso tempo si sottolineerebbe la santità del matrimonio che porta a servire Dio non con cuore diviso (come ci è stato insegnato finora) ma con cuore moltiplicato! I due diventano una carne sola (Genesi) ed esprimono il mistero di Cristo e della Chiesa (san Paolo).

 


Risponde monsignor Gianfranco Ravasi.

Il nostro lettore parte da un dato testuale evangelico per sviluppare una teologia del celibato e del matrimonio in modo sintetico ma anche efficace. Egli apre inoltre uno squarcio su un problema correlato, quello del sacerdozio celibatario e/o coniugato, tema che ha alle spalle una vicenda storica e che è stato soggetto di un rinnovato dibattito in epoca contemporanea. Noi ci fermeremo solo sulla base da cui il lettore parte, quella del passo parallelo (ma non identico) di Marco 10,29, Matteo 19,29 e di Luca 18,29. In Marco/Matteo abbiamo nella descrizione della rinuncia per il Vangelo e per Cristo questa sequenza: "casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli, campi". In Luca, invece, si ha questa successione: "casa, moglie, fratelli, genitori, figli".
È evidente la differenza che noi abbiamo messo in luce con il tondo. De Vigilis ricorre a una spiegazione storico-critica: siamo in presenza di «tradizioni diverse e complementari tra loro che rispecchiano ambienti diversi di redazione». Luca supporrebbe per gli apostoli un distacco non solo dalla parentela ma anche dal matrimonio (la "moglie") e il lettore tenta di individuare una spiegazione che ritengo, però, fragile, quella della "purezza cultuale". Che essa possa essere stata alla base – assieme ad altre motivazioni più alte (vedi il discorso sugli "eunuchi per il regno dei cieli" di Matteo 19,12) – della disciplina celibataria è anche possibile (si legga 1Corinzi 7,5 sull’astinenza matrimoniale per dedicarsi alla preghiera). Tuttavia è strano che una ragione così rituale e "giudaica" sia evocata proprio da Luca, il meno sensibile a questa tematica, considerando anche i suoi destinatari di matrice gentile.
Penso, allora, che non si possa urgere più di tanto questa variazione anche perché è possibile un’altra spiegazione. Luca, infatti, omette i "campi", presenti negli altri due sinottici: egli, allora, nella sua esaltazione del distacco si concentra solo sui legami familiari che elenca in modo più compiuto, disinteressandosi delle proprietà, anche perché la sua comunità non era certo costituita da benestanti. Il distacco per il regno di Dio puntava, quindi, soprattutto sull’intero orizzonte della "casa", laddove questo vocabolo è da intendere non in senso fisicospaziale, ma esistenziale e familiare (il "casato"), secondo un’accezione frequente nella Bibbia.

 

 

Risponde anche Antonio Cantucci vescovo di Trivento 
La disciplina sul celibato nella Chiesa di rito latino
  UNA SCELTA FATTA LIBERAMENTE

Mi riferisco alla lettera "Il distacco dai legami familiari" del signor Giuliano de Vigilis pubblicata sul n. 8-9/2005. L’autore, pur affermando di apprezzare il dono del celibato, auspica che i sacerdoti non siano obbligati a rinunciare al matrimonio, ma che siano lasciati liberi nella scelta.
L’affermazione che nella disciplina della Chiesa di rito latino – disciplina che ha radici più che millenarie e che trova la sua ultima ragione sull’esempio del suo divino Fondatore – il celibato sacerdotale è obbligatorio è falsa. Io, come tutti i presbiteri del rito latino, non sono mai stato obbligato a rinunciare al matrimonio.
Durante gli anni di formazione mi sono reso conto che la Chiesa impone le mani per il presbiterato solo a coloro che dalla grazia divina hanno ricevuto l’invito riservato a quelli che «si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli», a quelli che senza loro merito, illuminati dallo Spirito Santo, hanno ricevuto il dono di capire: «Chi può capire capisca» (Mt 19,12). Infatti: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è concesso» (Mt 19,11).
E liberamente ho fatto la mia scelta. Nessuno mette in dubbio che la vocazione al matrimonio è anch’essa una vocazione nobilissima. La famiglia, infatti, è l’icona terrena della comunione trinitaria, è il modello primordiale della Chiesa: «Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,32).
In questo tempo di pansessuomania, di sfrenatezza morale, di relativismo imperante... (cose tutte che stanno scardinando non solo la santità della famiglia, ma la sua stessa esistenza), non dovremmo tralasciare di annunciare, con fermezza e chiarezza, le esigenze della legge naturale ed evangelica circa la castità coniugale (cf Catechismo della Chiesa cattolica Compendio numeri 487/502). Leggendo alcuni articoli e libri, e mi riferisco purtroppo a quelli pubblicati da editrici cattoliche, sembra che nel campo della sessualità sia tutto idilliaco e che siano scomparse le conseguenze del peccato originale, per cui per vivere in modo dignitoso da persone umane e molto più da cristiani non sarebbe più necessario il continuo cammino ascetico illuminato dalla parola di Dio e sostenuto dalla grazia dei sacramenti.
Non è la Chiesa ad affermare che chi è sposato serve Dio con cuore diviso, ma è la parola di Dio. Basta leggere 1Cor 7,32-34, di cui cito solo: «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso».
Questo non significa che gli sposati siano cristiani di serie B, perché essi, vivendo la loro vocazione, possono salire più in alto dei celibi nella via della santità eroica. La santità non è determinata dalla condizione sociale, ma dalla risposta più o meno generosa della persona alla grazia di Dio.
In tutti i secoli si sono avanzate richieste conformi a quella avanzata dal signor Giuliano de Vigilis. La Chiesa, illuminata e sostenuta dallo Spirito Santo, ha sempre reagito con fermezza vittoriosa. Basti qui ricordare l’enciclica Sacerdotalis Coelibatus del servo di Dio, il sommo pontefice Paolo VI. È motivo di grande sofferenza che nella Chiesa Cattolica ci sia chi si ostina a non capire. La Madonna, madre dell’unico e sommo sacerdote Gesù Cristo e madre tenerissima d’ogni sacerdote, «inclita come il sol, terribil come / oste schierata in campo» (Manzoni, Il nome di Maria) sia la stella fulgida che guida il Popolo di Dio nella lotta vittoriosa contro tutte le potenze del Maligno e dei suoi alleati.

 

Il carteggio è su Vita Pastorale. La lettera del vescovo è stata pubblicata nella rubrica della corrispondenza del numero di ottobre. Le coordinate del sito sono le seguenti: http://www.stpauls.it/vita/0510vp/0510vphp.htm. Al suo interno c'è un link attivo che rimanda alla lettera di De Vigilis, pubblicata nel numero di agosto/settembre 2005.