Ampia documentazione su politica e religione

 

 

L’alibi del mercato

È il mercato— ci viene spiegato da mattina a sera — che con i suoi automatismi provvede a tutto. Guai a far intervenire la nostra «mano visibile». Dobbiamo invece lasciar fare alla «mano invisibile », appunto San Mercato (oppure, per i laici, a Sua Maestà il Mercato). Così nel Corriere della sera del 3 ottobre. E si sollecita l’ottimismo. Senza mercato un sistema economico diventa anti-economico.

Il guaio è che il mercato «vede corto», che non ha progettualità.

 

IN PRINCIPIO FURONO LE PAROLE
 
di SUBCOMANDANTE MARCOS

QUESTO DISCORSO, TENUTO DAL SUBCOMANDANTE MARCOS IN UNA RIUNIONE DI POPOLI INDIGENI, E’ STATO PUBBLICATO DAL QUOTIDIANO MESSICANO "LA JORNADA"(16/8/2005).

DALLE PAROLE AL MONDO CREATO E ALLA SOCIETÀ. LA GENEALOGIA DEL POTERE SECONDO GLI ANTICHI ANTENATI MAYA

 I nostri antenati maya dicono che al principio non c’era nulla e il mondo comincia quando compare la parola. Ma non è che la parola compare così; la parola, dicono gli antichi, comincia a pensare se stessa dall’interno, a riflettere…. Il mondo comincia a nascere quando questa prima parola e questa altra parola si incontrano e non si litigano, si incontrano e si accordano per rispettarsi fra di loro e si parlano e si ascoltano.
Non è che di per sé, essendo parole, si sono messe a fare subito il mondo, con i fiumi, le montagne, gli animali, la notte, il giorno, il sole, la luna e il mais, gli uomini e le donne, ma le prime parole prima hanno pensato il mondo e subito dopo lo hanno fatto.
… La storia del mondo è la storia di questa lotta fra quelli che vogliono dominare per imporre la loro parola e il loro modo, sottraendo ricchezze agli altri, e quelli che non si lasciano dominare, che si ribellano.
… quindi anche noi, gli zapatisti, o neozapatisti, come ci chiamano, abbiamo questo modo: che prima pensiamo da dentro il mondo quello che bisogna fare e poi ne traiamo la parola e cerchiamo altre parole sorelle e vediamo se c’è accordo parlando e ascoltando, e così la parola si va facendo grande e anche il mondo che pensiamo si va facendo grande. Però non ci è toccato l’inizio del mondo, ma ci è toccato il momento in cui già c’è chi spoglia e sfrutta e chi si ribella e vuole la liberazione, e allora scegliamo di stare dalla parte di quelli che lottano per la libertà, dalla parte di quelli che sono dominati, derubati, sfruttati.
Dunque questa è la storia, già la conoscono i compagni e le compagne delle organizzazioni indigene perché da un pezzo camminiamo con loro. E insieme abbiamo visto che bisogna unirsi e trovare accordo, e così è nato quello che si chiama il Congresso Nazionale Indigeno. E si sono fatti accordi e marce e mobilitazioni, ma quelli che comandano e dominano non hanno voluto riconoscere la nostra parola di come siamo. Allora ognuno è tornato a pensare e sono nate nuove lotte per porre il nostro modo, anche se non lo riconoscono le leggi dei ricchi, e perciò speriamo che conversino un po’ con noi i fratelli e le sorelle che vengono da altre parti, da altri popoli indigeni e da altre organizzazioni indigene.

Cosa trama Bin Laden?

Al Zawahiri richiama all’ordine Al ZARKAWI

Intercettata una lettera dell'ideologo di Al Qaeda al terrorista

Il numero due di Bin Laden si congratula per le azioni in Iraq ma chiede che terminino gli attacchi alle moschee

 

Al Qaeda benedice il seguace più feroce ma lo richiama all’ordine consigliandoli di smetterla con i massacri indiscriminati. Gli americani hanno intercettato una lettera scritta da Ayman Al Zawahiri, il dottore egiziano diventato l’ideologo del qaedismo, ad Abu Musab Al Zarkawi, il capo indiscusso della rete in Iraq. Un documento - che se è autentico - conferma l’esistenza di un dibattito all’interno della nebulosa terroristica. Al Zawahiri, che nell’ultimo anno ha sempre preso il posto di Bin Laden nei videomessaggi, si sofferma su quattro punti chiave.

PRIMO: LE CONGRATULAZIONI - Al Zawahiri definisce la campagna irachena come la «più grande battaglia dell’islam di questa era» e per questa ragione si congratula con Al Zarkawi. Così il vertice storico di Al Qaeda punta a cavalcare una lotta che attrae consensi in tutto il mondo musulmano.

SECONDO: L'AVVERTIMENTO - L'ideologo del qaedismo ammonisce poi Al Zarkawi a evitare tattiche che alienano l’appoggio popolare come l’uccisione di ostaggi e gli attacchi contro le moschee. Ma al tempo stesso il numero due qaedista condivide l’ostilità verso gli sciiti - vittime delle ultime stragi - ritenendo il conflitto inter-musulmano «inevitabile».

TERZO: L'OBIETTIVO - Al Zawahiri sostiene che il confronto non

 

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terminerà con la cacciata degli americani dall’Iraq. Questo, scrive, è solo il primo passo. Che deve essere seguito, in ordine cronologico, dall’instaurazione del califfato in Iraq, dall’estensione della jihad all’Egitto e al Levante (Siria, Libano) e, finalmente, dalla guerra a Israele. E’ evidente il tentativo dell’ideologo di confermare la propria leadership, incalzata dal sempre più popolare - tra i mujaheddin - Al Zarkawi. Potremmo dire che è in corso una lotta tra «giovani leoni» e «vecchia guardia».

QUARTO: LE DIFFICOLTÀ IN AFGHANISTAN - L’estremista egiziano denuncia difficoltà in Afghanistan lasciando intendere che la sconfitta si avvicina e chiede aiuto finanziario per proseguire il confronto in quello scacchiere. Una segnale evidente di un cambio dell’equilibrio del potere all’interno della realtà qaedista.

Guido Olimpio

 

Quale riformismo?

 

 

Angelica e Maria Cristina: le Riformatrici

 

 Le prime rondini della primavera riformistica cattolica.

 

Angelica e Maria Cristina, entrambe settenni, pur non essendo battezzate, hanno ottenuto dai rispettivi parroci di partecipare al corso di catechismo della seconda elementare ai fini della prima comunione, da cui s’asterranno. In nome di una prassi sacramentale, battesimale e proto-comunionale, rigorosamente adulta.

 

Angelica Satalino vive a Polignano a Mare, in provincia di Bari; Maria Cristina Di Zeo ad Avellino, capoluogo campano.   www.mocova.org

 

 

La difficile convivenza

 

Due religioni, due misure

Il consueto accavallarsi di eventi nella cronaca quotidiana, ha fatto scivolare senza molto dibattito sulla stampa la chiusura  della scuola privata "islamica" di via Quaranta a Milano da parte del comune di Milano, con il pretesto dell'inidoneità dei locali, e la successiva negazione della parificazione dell'istituto da parte del Ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti.

È difficile nascondere che il principale elemento che ha concorso al provvedimento sia il sospetto che una scuola organizzata e gestita da islamici possa diventare fucina di futuri giovani integralisti e potenziali terroristi.

Né gli assessori competenti né il ministro si sono posti troppo il problema che una iniziativa come quella della scuola per ragazze e ragazzi di famiglie di tanti paesi di religione islamica, presenti ormai a Milano come in tutta Italia sulla spinta della ricerca di un'esistenza possibile, sia dettata dal desiderio di salvaguardare gli elementi fondamentali della cultura d'origine, come la lingua e la religione.

D'altra parte, nel rispetto delle leggi vigenti, in Italia sono già presenti, oltre alle numerose scuole cattoliche, scuole private e parificate gestite da altre comunità religiose o nazionali. Pensiamo ad esempio alle scuole delle comunità ebraiche e alle varie scuole internazionali. 

Vorrei cogliere soprattutto la contraddizione tra chi, come i  politici in questione, rivendica il diritto per le famiglie cattoliche italiane a voler dare una educazione cattolica ai propri figli e figlie, sostenendo anche con sussidi economici la scelta per questi di scuole private cattoliche, e poi nega lo stesso diritto a chi appartiene ad un'altra religione, anche avanzando, in questo caso come pretesto, la necessità della integrazione culturale nella scuola pubblica italiana.

Quello che ci siamo detti tante volte nelle comunità cristiane di base è la necessità per la chiesa cattolica di abbandonare ogni forma di privilegio, dall'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche al mantenimento di tanti istituti privati confessionali.

Anche come credenti dovremmo far sì che la scuola pubblica sia sempre più un terreno di incontro e di crescita per giovani di culture e fedi diverse e dovremmo desiderare che tutte le religioni trovino i propri spazi al di fuori della scuola, per trasmettere i propri patrimoni di fede, la propria storia e le proprie tradizioni ai giovani che vorranno conoscerle.

Stefano Toppi 

della comunità di San Paolo di Roma

 

 

 

Atlante delle periferie che incendiano il mondo

 

La minaccia odierna per l'Occidente non è tanto rappresentata dagli Stati aggressivi quanto da quelli in via di dissoluzione.

È questa la conclusione della U.S. National Security Strategy del 2002. Per un Paese come l'America la cui politica estera nel ventesimo secolo è stata dominata dalla lotta contro Stati potenti quali la Germania, il Giappone e l'Unione Sovietica, si tratta di un tipo di valutazione che colpisce. E gli Usa non sono i soli a diagnosticare il problema in questi termini. Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha ammonito che ignorare i cosiddetti failed states, gli Stati falliti, crea problemi che a volte si ritorcono su di noi. Il presidente francese Chirac ha parlato della «minaccia che gli Stati falliti costituiscono per l'equilibrio mondiale». Un tempo i leader del mondo si preoccupavano di chi accumulava potere, oggi si preoccupano della sua assenza.

L'Odissea degli Stati falliti è stata significativa: essi sono passati dalla periferia al centro della politica globale. Durante la Guerra Fredda la dissoluzione degli Stati era infatti vista attraverso il prisma del conflitto fra superpotenze, e raramente veniva indicata come un pericolo in sé e per sé. Negli anni 90 i failed states sono stati per lo più di competenza degli attivisti delle organizzazioni umanitarie e dei diritti umani, anche se hanno cominciato a monopolizzare l'attenzione dell'unica superpotenza mondiale, che ha condotto interventi in Somalia, Haiti, Bosnia e Kosovo. Oggi sembra che tutti se ne preoccupino. Le pericolose esportazioni degli Stati falliti — che siano terroristi internazionali, signori della droga o arsenali di armi — sono oggetto di infiniti timori e discussioni. Nonostante tutta questa nuova attenzione, continua però a esserci incertezza circa la definizione e la dimensione del problema. Come riconoscere uno Stato fallito? Un governo che ha perso il controllo del suo territorio o il monopolio dell'uso legittimo della forza si è ovviamente guadagnato una simile etichetta. Ma possono anche esistere attributi del fallimento più sottili. Ad alcuni regimi, per esempio, manca l'autorità per prendere decisioni collettive o la capacità di fornire servizi pubblici. In altri Paesi, la popolazione si affida interamente al mercato nero, non paga le tasse o è impegnata nella disobbedienza civile su larga scala.

Per presentare un quadro preciso delle dimensioni e delle implicazioni del problema, il Fondo per la Pace, un'organizzazione di ricerca indipendente, e Foreign Policy hanno stilato una classifica globale di Stati deboli e in via di dissoluzione. Servendoci di dodici indicatori sociali, economici, politici e militari, abbiamo classificato sessanta Stati in base alla loro vulnerabilità rispetto a violenti conflitti interni. L'elenco che ne è sortito fornisce un profilo del nuovo disordine mondiale del XXI secolo e dimostra come il problema degli Stati deboli e in via di dissoluzione sia molto più serio di quanto comunemente si pensi. Circa due miliardi di persone vivono in Stati insicuri, con livelli di vulnerabilità variabili rispetto al conflitto civile diffuso.
L'instabilità diagnosticata dall'elenco ha molte facce. Nella Repubblica democratica del Congo o in Somalia, la dissoluzione dello Stato è evidente da anni, e si manifesta in conflitti armati, carestie, epidemie e flussi di rifugiati. In altri casi, l'instabilità è più sfuggente. Spesso gli elementi corrosivi non hanno ancora dato luogo a ostilità aperte, e la pressione può essere in ebollizione appena sotto la superficie.

Il conflitto può concentrarsi in territori locali che puntano all'autonomia o alla secessione (come nelle Filippine o in Russia). In altri Paesi, l'instabilità assume la forma di scontri episodici, narcomafie o signori della guerra che dominano ampie fasce del territorio (come in Afghanistan, Colombia e Somalia). Il crollo dello Stato può essere improvviso; spesso, però, la sua fine è segnata da un lento e costante deteriorarsi delle istituzioni sociali e politiche (Zimbabwe e Guinea sono buoni esempi). Alcuni Paesi che emergono da un conflitto possono essere in via di guarigione ma a rischio di ricaduta (Sierra Leone e Angola). La Banca Mondiale ha rilevato che nell'arco di cinque anni metà dei Paesi che emergono da agitazioni civili ricadono ciclicamente nel conflitto (Haiti e Liberia).

I dieci Stati più a rischio presenti in elenco hanno già dato chiari segni di dissoluzione. La Costa d'Avorio, un Paese diviso in due dalla guerra civile, è il più vulnerabile rispetto alla disintegrazione; crollerebbe forse completamente se le forze di peacekeeping delle Nazioni Unite si ritirassero. Seguono la Repubblica democratica del Congo, il Sudan, l'Iraq, la Somalia, la Sierra Leone, il Ciad, lo Yemen, la Liberia e Haiti. L'elenco comprende altri Paesi la cui instabilità è meno riconosciuta a livello generale, fra cui il Bangladesh (17˚ posto), il Guatemala (31˚), l'Egitto (38˚), l'Arabia Saudita (45˚) e la Russia (49˚).

Gli Stati deboli sono prevalentemente in Africa, ma se ne trovano anche in Asia, in Europa orientale, in America Latina e in Medio Oriente. Gli esperti hanno parlato per anni di «arco dell'instabilità», un'espressione entrata nell'uso negli anni 70 con riferimento a una «Mezzaluna Islamica» che si estende dall'Afghanistan ai vari territori della parte meridionale dell'ex Unione Sovietica. Il nostro studio ipotizza che questo concetto è troppo limitato. La geografia degli Stati deboli rivela un'espansione territoriale che va da Mosca a Città del Messico, ben più ampia di quanto un «arco» faccia pensare e non limitata al mondo islamico.

L'elenco non fornisce alcuna risposta facile a quanti pensano di intervenire per riportare in equilibrio i Paesi in posizione precaria. Le elezioni sono considerate quasi universalmente utili nella riduzione del conflitto. Se tuttavia vengono manipolate, condotte mentre lo scontro è in atto, o denotano bassa affluenza, possono rivelarsi inutili o persino dannose per la stabilità. La democrazia elettorale sembra non aver avuto che un impatto modesto sulla stabilità di Stati come l'Iraq, il Ruanda, il Kenya, il Venezuela, la Nigeria e l'Indonesia.

Quali sono i segnali di preallarme più indicativi della dissoluzione di uno Stato? Dei dodici indicatori di cui ci siamo serviti, due figurano coerentemente ai primi posti. Lo sviluppo diseguale è elevato in quasi tutti gli Stati dell'elenco, indicando come l'ineguaglianza all'interno dei singoli Stati — e non soltanto la povertà — aumenti l'instabilità. Figura in primo piano anche la criminalizzazione o delegittimazione dello Stato, che si manifesta quando le istituzioni statali sono considerate corrotte, illegali o inefficienti. Di fronte a questa condizione, la gente spesso trasferisce la propria lealtà su altri leader — partiti di opposizione, signori della guerra, nazionalisti, clero o forze ribelli. Presenti nei Paesi più a rischio sono anche i fattori demografici, soprattutto la pressione sulla popolazione provocata dai rifugiati, i profughi interni, e il degrado ambientale, così come le continue violazioni dei diritti umani.

Riconoscere i segnali della dissoluzione di uno Stato è più facile che mettere a punto le soluzioni, ma individuare dove un crollo è più probabile è un primo passo necessario.

Marina Ottaway  - Consigliere del Carnegie Endowment for International Peace - 27 luglio 2005

I nuovi conformisti

Dalla rubrica “italians” del Corriere della Sera 28/09/05

Caro Beppe,

leggo "Italians", almeno quando mi è possibile, perché trovo nelle tue risposte e nelle lettere che pubblichi molta parte dei miei pensieri e delle mie preoccupazioni da «italiano», da lavoratore autonomo, da persona «indipendente» di pensiero (almeno ci provo) ed estranea a uno schieramento politico. Ciò che più inquieta sul nostro futuro di nazione e di popolo è la mancanza di una ventata di aria fresca, l'assenza o l'indifferenza rispetto alla coscienza etica che dovrebbe essere alla base della nostra democrazia e alla base delle decisioni e dei comportamenti di chi occupa cariche pubbliche, chiamato a rappresentare noi e da noi stipendiato a tale scopo. Mi riferisco al fatto che trovo l'Italia un Paese bloccato, ingessato, dalle gerarchie, dalle raccomandazioni e dalle protezioni a tutti i livelli, dove la meritocrazia si applica in misura minima rispetto al dovuto. Non c'è mai un vero ricambio di forze e di idee, manca la linfa vitale dei giovani e l'entusiasmo di chi ha idee nuove si spegne di fronte alle mafie vecchie e nuove, alle carriere protette e ai privilegi a tempo indeterminato. Altro che denunciare l'assenza di investimenti delle imprese in innovazione e sperimentazione, qui si deve ripartire da basi nuove in tutti i settori, rendere tutto più fluido e realmente concorrenziale, altro che liberismo, qui siamo ingessati come nelle peggiori oligarchie del passato, con una classe politica miope e lontana dai sentimenti veri della gente, se non ci sarà uno scatto morale da parte delle persone, intese soprattutto come giovani generazioni, non credo che il nostro Paese sia di fronte a prospettive rosee.

La speranza è che il «vero» giornalismo possa continuare a essere un contributo sempre più importante al risveglio di un minimo di coscienza pubblica da parte di tutti.

Nicola Fiameni, nicola.fiameni@libracr.it

 

Risponde Beppe Severgnini

 

Caro Nicola, grazie. Come avrai notato, abbiamo cercato di ridurre un po' il numero di lettere irritate e malinconiche, e lasciare spazio ad altri argomenti. Questo non vuol dire che molti di noi non siano preoccupati. Personalmente, non mi sentivo così da tempo (sono un ottimista patologico, come qualcuno avrà notato).
Per cominciare, i dati economici sono gravi: un amico economista (britannico, e amante dell'Italia) mi ha detto che purtroppo, se va avanti così, l'Italia è il candidato numero uno per un vero «crack», con uscita dall'euro e svalutazione violenta. Non oggi né domani: ma tra qualche anno, non cambiando le cose, potrebbe succedere. La politica ha perso la capacità «narrativa»: nessuno ha più il coraggio di raccontarci dove/come potrebbe andare il Paese. Per un centrodestra molto rissoso e poco morale, c'è un centrosinistra col morale basso e un atteggiamento saccente e incosciente: in assenza di un programma, un Bertinotti può permettersi (intervista ad Aldo Cazzullo) di dire che in fondo il suo obiettivo resta «l'abolizione della proprietà privata» (sic). Poi ci sono le sacche di privilegio: DOVUNQUE si guardi ci sono cagnolini intenti a spolpare l'osso. Quasi tutti le professioni - compresa la mia - hanno trovato il proprio spazio e guai a chi lo tocca; le amministrazioni locali spendono e spandono (a proposito: prima e poi bisognerà scrivere cosa combinano quando vanno all'estero); procurarsi una rendita resta il vero obiettivo di quasi tutti. Hai detto bene: «non c'è un vero ricambio di forze e di idee, manca l'entusiasmo di chi ha idee nuove si spegne di fronte alle mafie vecchie e nuove». Resistiamo per quello che abbiamo accumulato, per la nostra antica pazienza, per un modello sociale che produce una convivenza piacevole (seppure interrotta da frequenti arrabbiature).
Una cosa curiosa: siccome negare queste cose è impossibile, adesso è diventato di moda prendersela con chi le dice. La parola d'ordine dei nuovi conformisti è: «Va tutto benissimo, chi si arrabbia è un noioso moralista!». Conseguenza: la nave affonda e i marinai ballano. Dimmi un po' se non siamo un Paese geniale.