contributi sul tema del celibato presbiterale


Cara Joelle,

Il celibato dei preti è una acquisizione recente. Per i primi mille anni c'era diciamo libertà... di fatto e la maggior parte del clero viveva "more uxorio" anche perché il concetto di matrimonio come sacramento (inteso come lo intendiamo oggi) ancora non è formalizzato.
Con il sec. X e la riforma del monachesimo voluta da Bernardo di Chiaravalle inizia anche la riforma del clero al quale si applica pari pari la prospettiva monastica, di cui il celibato è il simbolo più evidente. Uno dei motivi per cui il celibato fu perseguito con impegno nella chiesa fu "patrimoniale": se il clero è coniugato bisogna pensare a mantenere e mogli e figli. La chiesa allora aveva grandi latifondi e proprietà: vi era il rischio fondato di una dissoluzione di questi "beni". Il monaco non eredita, ma il monastero sì. Il prete coniugato ha interesse ad incrementare il suo beneficium... infatti mette tariffe anche sui servizi liturgici.
Un altro motivo che spiega l'obbligo del celibato è l'esercizio dell'autorità. Un celibe è più libero di governare che non uno sposato. Tra il sec. X e il sec. XIII si sviluppa nei monasteri la teologia del matrimonio come sacramento, unicamente in origine per giustificare garantire la legittima discendenza delle corti e della nobiltà. Molti matrimoni infatti furono dichiarati nulli senza tanto scrupolo e principi, baroni, conti e marchesi facevano il bello e il cattivo tempo a cui il clero (monastico) si adeguava, mentre il clero secolare conviveva alla chetichella. Questa convivenza era comune e notoria e tollerata.
Solo il concilio di Trento riesce a mettere fine a queste usanze e a definire definitivamente celibato, matrimonio, ecc.
Dunque la ragione è duplice: in funzione antiluterana e in funzione di riforma dei costumi di cui tutti, laici e parte del clero, gridavano l'urgenza.
Solo successivamente per dare un "valore" spirituale al celibato si comincia a parlare di "imitatio Christi" e di condizione per somigliare a Lui e agire in persona Christi. Nasce la spiritualità del celibato come via esclusiva al sacerdozio. Pensa che San Tommaso d'Aquino nella Summa afferma il motivo per cui le donne non possono diventare sacerdoti. Il motivo non è teologico, non è biblico, non è spirituale, ma unicamente biologico: egli dice che la donna non può essere sacerdote perché è un "uomo incompleto" (minus homo). Egli riflette l'antropologia dell'epoca, per cui se San Tommaso esistesse oggi, non avrebbe difficoltà, in base all'antropologia biologica di oggi, ad affermare che donna può diventare prete senza difficoltà. Questo per dire che dobbiamo andare cauti quando parliamo di "verità" o peggio di "possesso della verità". Dio è verità infinita che ilo cielo e la terra non possono con tenere. Noi possiamo avvicinarci a questa verità, possiamo lambirne il mantello o viverne l'ombra. Possiamo conoscere la verità, ma il nostro modo di conoscere è "storico", cioè legato ad una geografia, ad un concetto di scienza,, ad un momento storico condizionato da un certo sviluppo di cultura, ecc. Dire che abbiamo una percezione storica della verità non significa dire che non esiste la verità. Significa dire soltanto che dovremmo essere umili e riconoscere i nostri limiti senza pretendere di avere Dio in tasca come se fosse una ricetta culinaria. Siamo poveri e umili ricercatori della verità.
Da sempre la chiesa ortodossa ha il sacerdozio coniugato e non credo che dovrà vedersela con il buon Dio, il quale sorride già sulla nostre stupide diatribe, frutto della nostra fantasia alimentata dalla nostra formazione culturale. Un fatto è chiaro per gli ortodossi: chi vuole sposarsi deve scegliere prima di diventare prete e chi si sposa non può diventare archimandrita (vescovo), tanto è vero che l'Ortodossia pesca i suoi vescovi tra i monaci che sono la vera fornace che alimenta la chiesa ortodossa. Essere prete, essere consacrato/a, essere sposato/a teologicamente sono sullo stesso piano perché sono tre modi diversi (oggi) di rappresentare l'amore di Dio per l'umanità. IL prete dovrebbe esprimere e significare un amore esclusivo, il consacrato/a un amore geloso e il coniugato/a un amore condiviso. Non può esistere l'uno senza gli altri due amori che sono
aspetti reciproci di un unico amore totale.
Io ho una mia idea: il celibe/consacrato (vorrei che restasse la libertà di scelta: o coniugato o celibe) dovrebbe essere il "segno" di Dio Uno e Unico. Egli dovrebbe ricordare alle coppie che chi ama la moglie il marito i figli più di Dio non è degno di Dio. Dovrebbe cioè dire con la sua vita testimoniata nella gioia e nell'incompletezza che sulla terra nessuna forma di amore è realizzabile pienamente e senza macchia senza l'aiuto di Dio.
Il celibe è il profeta che solo in Dio si consuma la pienezza dell'amore.
A sua volta la coppia testimonia che Dio è Comunione, Trinità, Relazione ed essa deve profetizzare ai celibi che nessun amore per quanto unico e altruista se non entra nella dinamica della relazione è sterile e inutile.
La coppia è la profezia che Dio è Amore senza confine, amore che genera, amore che accoglie, amore di DioMadrePadre. La coppia dice al mondo che siamo nati da Dio amore e a lui dobbiamo tornare amando che la vita è solo un compimento d'amore e una relazione a perdere, una relazione senza pretese, una relazione che si consuma nella fraternità generante. Il celibe dice alle coppie: la vostra relazione porta frutto se poggia le fondamenta in Dio, l'Assoluto e il Tutt'Altro. In questa prospettiva non vi sono primi e secondi come in un ristorante, ma solo testimoni secondo la chiamata che ciascuno ha avuto dallo Spirito di Dio che soffia dove vuole e come vuole. Tutto è in funzione di Uno e Uno è presente in tutto senza consumarsi e senza perdere d'identità. Ognuno segua la propria vocazione con gioia e sappia rendere conto della speranza che è in lui, in lei. Le gelosie, le ripicche, le critiche gratuite... lasciamole alle comparse che non sanno elevarsi oltre la soglia del pavimento.
Con gioia e amicizia, anch'io contento di scambiare qualche riflessione costruttiva e non solo critiche "gridate", un abbraccio
Paolo, prete (in noisiamochiesa 31/07/05)
 

Dialogo che offre alcuni spunti interessanti (sempre discutibili)

sul tema del celibato presbiterale

Provocazione su celibato ecclesiastico e ordinazione di donne
Un paio di settimane fa ho potuto godere di un'interessante conversazione con un giovane prete (aperto e intelligente... per vantarmi un poco, ha anche frequentato un corso con me, ai tempi...) che mi rivolgeva alcune considerazioni interessanti in merito ad alcune istanze di Noi Siamo Chiesa. Confesso di essermi trovato a dargli in buona parte ragione, e giro qui alcune riflessioni comuni.
Lo scopo di tanto nostro agire, credo di poter dire, è quello di riuscire un giorno a vivere in una Chiesa meno gerarcocentrica e nella quale tutti i doni dello Spirito siano pienamente liberi di esprimersi. Una chiesa più laicale, in cui si tocchi e si viva che Chiesa è il corpo dei credenti in Cristo, tutti i credenti. In questa direzione a me era sempre parso convincente pensare ad un ministero presbiterale non vincolato al celibato né al sesso del candidato. A mio parere avrebbe
portato come conseguenza di inserire nella gerarchia sensibilità e attenzioni più ricche. Vero è, però, che a breve e medio termine il rischio concretissimo è che, se tale possibilità ci fosse, i nuovi entrati finirebbero con il supplire alle carenze numeriche dei preti. Oltretutto, è tangibile la possibilità che ne farebbero richiesta in buona parte le persone già ora, da laici, più clericali. Non un ridimensionamento della gerarchia, dunque, ma un suo rafforzamento. (Una piccola conferma a tale rischio e timore è nei nuovi diaconi permanenti, figura che, almeno nella Chiesa piemontese meridionale, che conosco meglio, è in via di reintroduzione in questi anni, e che vede presentarsi come candidati persone a volte escluse in passato dai seminari per tensioni psicologiche serie, spesso nostalgiche del prete del passato paternalisticamente vicino ai problemi dei suoi parrocchiani ma da quelli ben distinto e innamorate del ruolo sacrale della persona ordinata). Non si può negare che uno dei motivi di perplessità della scelta della Chiesa anglicana di ordinare donne al presbiterato è nella motivazione, "per contrastare la carenza di vocazioni sacerdotali". Motivazione povera e inquietante. Più importante della qualità dei preti sarà dunque il loro numero? Dove ci fermeremo? Forse proprio la carenza numerica dei preti, oggi, può essere un segno dei tempi, una pro-vocazione dello Spirito, per costringerci, con le cattive, a cambiare il ruolo del prete nella nostra Chiesa. Poi potranno venire anche preti sposati e donne prete. Ma probabilmente dopo.
Credo inoltre che rinnovare la priorità ad una piena valorizzazione del laicato nella Chiesa possa servire anche "strategicamente" per evitare atteggiamenti di contrapposizione totale e pregiudiziale contrapposizioni che si avvertano come troppo lontane dalle proprie o dalla realtà. In fondo, invece, è il Concilio Vaticano II a sollecitare ad una maggiore responsabilizzazione dei laici. Tutto ciò, s'intuisce, anche contro il mio personale interesse...
Angelo Fracchia, prete sposato (24/08/05 dialogo in noisiamochiesa)


Altro intervento

Concordo pienamente con le ragioni addotte. Da anni (almeno trentacinque) insisto nel dire che se non si desacralizza il presbiterato, se non si mette in discussione una pastorale bigotta e magico-burocratica, la gente accetterà la moglie del prete come una perpetua di primo livello, come finora ha considerato la perpetua come una moglie ufficiosa. Lo stesso dicasi per l'ordinazione delle donne.
Il prete che vuole sposarsi deve prima di tutto laicizzarsi, e magari vedere nella "riconduzione allo stato di laico" un'opportunità (una grazia) anziché una disgrazia. L'uomo lascerà il padre e la madre (soprattutto la Madre Chiesa Vaticana, la peggiore delle suocere) per unirsi alla sua donna. Non è scritto così? E, scapoli incalliti come siamo, non è un lavoro di tutto riposo. Se gli restano le forze, potrà anche ingegnarsi a inventare forme di azione pastorale/presbiterale (e mi pare ce ne siano moltissime) che non hanno niente da spartire con i tradizionali compiti sacrali/liturgici/gerarchici o sottogerarchici; se no, lasciamo le cose come stanno.
La libertà non si chiede, si prende.
Cordialmente Gian Monaca (24/08/05)