Nello svolgere il tema assegnatomi, per una
comune riflessione sull'amore, inteso nella sua globale, affascinante e
totalizzante esperienza umana e cristiana, voglio precisare il tema della
riflessione, proprio per la sua vastità ed ampiezza, non è certamente esauribile
nel tempo a disposizione. Mi limiterò a suggerire delle riflessioni che mi sono
sorte spontanee, quando ho cominciato a pensare qualche idea da condividere.
Una premessa: chi vi parla è un prete sposato, dal cui matrimonio sono nati tre
figli ed è contento, con la propria sposa, della scelta fatta. Mia moglie ed io,
infatti, non ci siamo sposati perché un giorno io sono andato a sbattere contro
due occhi azzurri e mi sono fatto male, ma perché insieme con mia moglie abbiamo
scoperto e sofferto (dapprima nella clandestinità, poi alla luce del sole) la
bellezza dell'amore, inteso come donazione reciproca, scambio di tenerezze.
Amore che per noi è stato colpa felice, travaglio nascosto, generatore di forti
tensioni emotive.
Così è nato e così tuttora vive: il nostro essere, inteso come corporeità,
spiritualità, donazione totale e profonda, al punto di dirci: «Questo è il mio
corpo che è tutto tuo».
L'amore non è una scelta, ma un bisogno
naturale dell'uomo. Anche l'egoista ama. È quindi fatale che, al momento della
piena maturità, l'uomo cerchi l'amore. Nessuno dimentica la propria esperienza
di scoperta, di ricerca, di sviluppo dell'amore. Essa è assolutamente personale,
irrepetibile, intima, esaltante e deludente insieme, piena e vuota e poi ancora
piena di un «tu»; l'amore è una realtà che ci fa giocare i migliori anni della
nostra vita. I greci hanno tre sostantivi che rendono bene i momenti della vita
dell'amore umano: eros, filìa, agàpe.
Eros, il dio dell'amore che suscita
la passione e il desiderio e lancia frecce mortali, dalle quali neppure gli dei
possono scampare; è l'amore passionale, erotico appunto, I'amore del desiderio
carnale.
Filia, è l'amore di amicizia,
l'amore che lega due persone al di là dell'esperienza erotica, l'amore che crea
una sostanziale intesa, che fa camminare assieme per una lunga parte della
vita.
Cicerone scriveva: «Idem velle, atque idem nolle: ea demum firmo amicitia est».
Agàpe, è l'amore di condivisione che è
poi stato scelto dagli apostoli e dai Padri come termine più espressivo del
concetto dell'amore in Cristo.
Quando un uomo ed una donna si incontrano e realizzano nella comunione di vita
la donazione reciproca, diventano, nell'ottica cristiana, il segno-simbolo
dell'amore di Dio.
Il nostro contesto culturale, riguardo al concetto di segno-simbolo in senso
religioso, ha espresso una serie di interpretazioni che sono diverse, non
ambigue, ma reciprocamente integrantesi.
Il segno-simbolo è stato spiegato come la manifestazione di un desiderio
represso (Freud); come veicolo indifferente di un significato di origine
puramente sociale (Durkeim); come epifania del sacro nell'uomo (R. Otto); come
espressione di nuove situazioni limite dell'uomo, riproposte in successivi
contesti culturali (M. Eliade); ma tutte queste interpretazioni hanno
contribuito a far considerare il segno-simbolo come un momento di piena
realizzazione dell'uomo, nella sua apertura al trascendente, ove si «esprime la
sostanza stessa della vita spirituale e l'esistenza umana trova il suo
radicamento ed il suo equilibrio» (Ch. A. Bernard, Panorama des études
symboliques, in Greg. 55, 1974, 379-392).
La Bibbia conosce appena il concetto di simbolo (Os. 4,12; Sap. 2,9 e 16,6),
mentre usa spesso (80 volte nell'A.T., 70 volte nel N.T.) il termine segno (in
ebraico 'ot; in greco: semèion).
Occorre, però, andare oltre i termini e cercare di cogliere l'aspetto più
profondo: il linguaggio simbolico è profondamente connaturale alla mentalità
semitica ed è una delle caratteristiche fondamentali della Sacra Scrittura: la
«pedagogia dei segni» è una costante dell'azione del Dio vivente in mezzo al suo
popolo.
È in questo contesto della pedagogia dei segni che vorrei riflettere con voi sul
segno più grande: l'Eucaristia, il dono del pane e del vino che sono segno del
corpo e del sangue (cioè della totalità di una persona) di un Dio che si fa
carne (ò lògos sarks eghènneto - Gv. - Prologo) e ama e muore e risorge e vuole
essere riamato.
Il dono della totalità di se stessi ad un altro è una caratteristica peculiare
del messaggio cristiano: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la
propria vita».
Leggiamo Gv 21,15-17: "Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro:
«Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo,
Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo,
Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase
addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene? e gli disse:
«Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene»".
Se prendiamo il testo greco, troviamo che il verbo «mi vuoi bene» è espresso con
due verbi greci: agapào e filéio.
Immaginiamo la scena: in riva al lago, dopo la risurrezione, Gesù appare agli
apostoli e, dopo un frugale pasto, chiede a Pietro «agapàs
me pleòn touton?» Pietro risponde
«filo se»;
per la seconda volta «agapàs me?»
Pietro risponde « filo se»;
per la terza volta Gesù chiede «fileis me?»
Pietro risponde «filo se».
Solo Gesù usa il verbo agapào le prime due volte. Pietro usa sempre il verbo
filèo.
Alla terza volta Gesù sembra adeguarsi e usa il verbo filèo.
L'esegesi tradizionale commenta che qui Gesù ha voluto riabilitare Pietro dopo
il triplice tradimento e conclude che in questi versetti si fonda teologicamente
il primato di Pietro e dei suoi successori.
Ci va benissimo. Ma poniamo l'attenzione sui due verbi: agapào e filèo. Filèo è
meno forte di agapào.
Filèo ha la radice di filìa: amicizia. Agapào ha la radice di agàpe: amore,
amore che condivide.
Gesù vuole che chi ha il compito di pascere le pecorelle ami di un amore di
condivisione, di un amore totalizzante, di un amore che vada ben oltre l'amore
di una forte amicizia. Conclude: pasci i miei agnelli, dove è implicito che il
pastore (l'aveva detto prima) dà la vita per le pecore.
Amare per Gesù significa condividere tutto, al punto di dare il proprio corpo,
la propria vita.
Vorrei trarre una prima conclusione: l'amore di due esseri umani, di un uomo e
di una donna che si incontrano è un amore che si dona, che si fa corpo unico
nell'amore fisico, che si realizza ed amplifica nella costante donazione della
vita nella quotidianità, cioè è dono all'altro del proprio corpo e del proprio
sangue, perché dall'unione del sangue dei due può nascere un nuovo essere, con
un nuovo corpo ed un nuovo sangue, esattamente come è successo a Cristo che,
donando il suo corpo ed il suo sangue ai fratelli, ha dimostrato di amarli fino
in fondo e ha generato un nuovo essere, la Chiesa. Il segno-simbolo di questo
amore è l'Eucaristia.
Domanda: è azzardato affermare che anche
nella donazione reciproca di un uomo e di una donna, che si amano condividendo
anche a livello fisico la propria sessualità, intesa come espressione di un
amore profondo e non solo sfogo di istinti; che si amano donandosi sessualmente,
come espressione di amore totale e non solo di momento di sfogo della propria
libidine (il famoso concetto di matrimonio come remedium concupiscientiae);
che si amano nella fusione dei propri corpi, aperti anche a generare una vita
perché fecondi come Dio li ha voluti; è azzardato affermare che anche in quel
momento essi fanno Eucaristia?
Non vorrei essere troppo provocatore, ma se Eucaristia significa:
- Rendimento
di grazie.
Prendiamo Lc 22,14: Gesù si siede a tavola per consumare l'ultima cena con gli
apostoli e dice: «epitzumia epetzumèsa,
desiderio desideravi, ho ardentemente desiderato».
Nel verbo greco c'è la radice «tzum»; essa si trova in tutti i verbi e
sostantivi che significano ardere, bruciare, bramare, avere voglia. Gesù brama,
ha voglia di essere con gli apostoli. L'amore brama l'amato, ha voglia
dell'amato (ricordiamo il Cantico dei cantici). In questo contesto:
eucaristèsas, gratias egit, rese
grazie. In questo contesto fa Eucaristia.
Non si bramano forse reciprocamente due amanti? Non vogliono, forse, i due
amanti, essere assieme, vivere assieme? Non sono vogliosi di dimostrarsi
reciprocamente quanto si amino, quanto uno sia importante per l'altro e,
donandosi, di ringraziarsi reciprocamente per questo amore?
- Fecondità ecclesiale.
Prendiamo Gv 17,20: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la
loro parola crederanno in me». Gesù sapeva che il fuoco dello Spirito avrebbe
spinto i discepoli a fare proseliti, cioè a non vivere egoisticamente l'amore
sperimentato, ma ad essere fecondi: il fuoco dell'amore porta a conoscere
l'amato ed a farlo conoscere. L'Eucaristia fa la chiesa e continua ad
alimentarla. Un uomo ed una donna che si amano rendono sempre più fecondo il
proprio amore in due modalità: accrescendolo come coppia e quando da questo
amore sboccia una vita.
«Scenda su questi sposi la ricchezza delle tue benedizioni, perché nel dono
reciproco dell'amore allietino di figli la loro famiglia e la comunità
ecclesiale» (Preghiera sugli sposi: Messale romano, Messa rituale del
matrimonio).
- Morte per
la vita.
È il fulcro rivoluzionario del messaggio di Cristo: in un contesto culturale di
schiavitù e di egoismo, il Verbo incarnato ha proclamato che è signore solo chi
serve, che farsi schiavo è libertà, che vive appieno la vita solo chi muore.
Un uomo ed una donna che vivono il proprio amore sono costretti a morire ogni
giorno ai propri egoismi: a sacrificare i propri spazi per l'amato o per il
frutto dell'amore che sono i figli.
Un uomo ed una donna che si donano reciprocamente sanno che, morto il gesto
profondo ed appagante dell'amore fisico, può nascere una vita.
Essi sanno che farsi schiavo l'uno dell'altra è libera scelta di amore; che
essere attenti al proprio amato è essere signore dell'amato stesso.
Essi sanno che il loro essere coppia è segno-simbolo di un amore che, se vissuto
profondamente, non può rimanere chiuso fra le mura domestiche, ma è naturalmente
traboccante verso chi ha bisogno di amore.
Siamo a due passi da Ravenna, dove Dante è sepolto. Tutti sappiamo che ha
vissuto molto intensamente e che ha tradotto in un capolavoro la sua intensa
vita. Anche Dante ha amato sua moglie, Gemma Donati, le «donne dello schermo» ed
una donna sopra tutte: Beatrice. Forse nella sua vita non l'ha toccata nemmeno
con un dito, ma nel pensiero l'ha desiderata, voluta, bramata.
È questa donna che, nel viaggio immaginario nel Paradiso, lo porta ad elevarsi
dalle passioni, dalle piccole cose.
È quel corpo che, in Paradiso, gli farà cogliere la pienezza dell'amore nella
contemplazione della Candida Rosa.
Quando Beatrice volge lo sguardo a Cristo e Dante così la scorge, si sente come
flagellato dalle ortiche, come una quercia sradicata dal vento. Tutto ciò che
prima aveva amato ora lo odia; la coscienza delle sue colpe gli trafigge il
cuore e cade a terra, ma dice:.. quale allora femmi salsi colei che la cagione
mi porse (Par., 3 1,29).
Nella Commedia, a mio avviso, nulla è paragonabile al vigore di questa scena: è
il punto cruciale del poema.
Qui l'eros è cresciuto e maturato oltre il suo soggettivismo per assumere la
forma dell'obiettivismo sacramentale, qui, viceversa, la forma sacramentale
ecclesiastica è resa nota, giustificata e credibile in quanto amore.
Questa è ecclesiologia nel senso più moderno del termine.
(H.U. Von Balthasar, Stili Laicali, Gloria, vol. III, Jaca Book, Milano 1976,
pagg. 50-64).