IL NOSTRO PANE
QUOTIDIANO
di mons. Donald W. Trautman
America - 3 ottobre 2005
L'anno dell'Eucaristia, inaugurato da papa Giovanni Paolo II
nell'ottobre 2004, si concluderà con l'incontro, questo mese, del Sinodo
mondiale dei vescovi a Roma. Questa assemblea di vescovi segnerà anche il 40.mo
anniversario della creazione del Sinodo dei vescovi. Mentre le esortazioni
papali post-sinodali hanno ispirato molti cattolici, che cos'hanno realizzato i
Sinodi in sé? I Sinodi, come sono attualmente strutturati, sono un'effettiva
espressione di collegialità? E l'imminente incontro del Sinodo dei vescovi
affronterà temi reali di portata universale riguardo all'Eucaristia, fonte e
centro della nostra vita cristiana?
I 250 vescovi che parteciperanno al Sinodo si riuniscono in un momento cruciale
della vita della Chiesa. Per tre settimane delibereranno sul tema "Eucaristia:
fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa". Non ci potrebbe
essere tema migliore per la discussione.
Il documento di lavoro, chiamato Instrumentum laboris, che servirà come base di
discussione, è tuttavia deludente. Esso sviluppa un trattamento disomogeneo del
tema. A volte offre ricche visioni e sintesi della teologia eucaristica, ma più
spesso presenta una visione ristretta e preconciliare indegna di un incontro
mondiale di vescovi. Non riconosce i temi reali che la Chiesa ha di fronte nel
mondo contemporaneo.
Il documento parla, per esempio, di "ombre nella celebrazione dell'Eucaristia"
citando "la trascuratezza mostrata dal celebrante e dai ministri nell'uso dei
paramenti liturgici appropriati e la mancanza di un abbigliamento consono nei
partecipanti", "una catechesi inadeguata per la comunione in mano", "la scadente
qualità architettonica e artistica degli edifici sacri e dei recipienti sacri"
(n. 33) e "l'uso del piattino per la comunione… la custodia della chiave del
tabernacolo in un luogo sicuro" (n. 39). La lista va avanti.
Questi non sono certo i temi scottanti del giorno. Sebbene siano legittimi
esempi di "uno svilimento del senso del sacro nel Sacramento", possono essere
tutti affrontati applicando l'Istruzione generale del Messale romano, il
documento autorevole sulla corretta celebrazione della messa.
Non c'è bisogno che 250 vescovi di tutte le parti del mondo affrontino grossi
oneri finanziari e perdita di tempo per le loro Chiese locali per meditare su
queste mancanze. Il documento di lavoro spende più tempo a guardare nello
specchietto retrovisore che a guardare avanti e a guidare la Chiesa nel futuro.
Il documento evita, per esempio, di trattare in modo più approfondito il
problema cruciale della mancanza di preti per la celebrazione dell'Eucaristia.
Per progetto di Cristo, la Chiesa cattolica è una Chiesa sacramentale. Per
continuare un ministero sacramentale, i preti sono essenziali. Il declino
allarmante del numero dei preti che celebrano è la priorità delle priorità. Ma
il documento di lavoro non riconosce questo tema come fondamentale. E il
linguaggio del documento infarcito di luoghi comuni non è di aiuto.
I padri sinodali hanno bisogno di coraggio creativo così come della grazia e
della guida dello Spirito santo per affrontare questa realtà. Per il Sinodo dei
vescovi non affrontare in modo significativo la carenza di celebranti per
l'Eucaristia sarebbe un danno verso il popolo di Dio. Nel Padre nostro diciamo
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". "Oggi" non significa quando il prete
viene a preparare l'Eucaristia un mese sì e uno no o una volta ogni tot mesi. Ed
un servizio paraliturgico in assenza del prete non è la visione tradizionale
cattolica per una comunità cristiana.
Il comando di Gesù "fate questo in memoria di me" richiede la piena celebrazione
dell'Eucaristia, non solo un servizio di comunione. Il comando del Signore
richiede il pane e il calice per dare lode e ringraziamento a Dio, rendendo così
possibile la partecipazione all'offerta di sé di Cristo al Padre. La piena
celebrazione dell'Eucaristia è diritto di nascita battesimale di ogni cattolico.
Il Sinodo non dovrebbe riflettere sui modi di trasformare questo in realtà?
Cristo ha istituito i sacramenti, specialmente l'Eucaristia, per la
comunicazione della grazia e per la realizzazione della salvezza. "Il pane che
vi darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6, 51). Il popolo di Dio ha il
diritto assoluto all'Eucaristia per la propria salvezza.
L'Eucaristia è essenziale per il nutrimento dell'anima. Gesù non ha detto "Se
voi non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non
avrete in voi la vita" (Gv 6, 53)? Queste parole di Gesù non devono essere il
punto di partenza per il documento di lavoro del Sinodo?
Per trasformare il mondo, Gesù ci offre un duplice modello: predicare la parola
di Dio e celebrare i sacramenti. "Ma come potranno invocarlo senza aver prima
creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come
potranno sentirne parlare senza qualcuno che lo annunzi? E come lo annunzieranno
senza essere prima inviati?" (Rom 10:14-15). Per rispondere alle domande di
Paolo per la nostra epoca e i nostri giorni, non vi dovrebbe essere una
discussione sinodale sul declino delle vocazioni al sacerdozio?
Questo non comporta necessariamente una discussione sul celibato opzionale, ma
invita ad un'ampia conversazione sul perché i giovani non rispondono alla
chiamata di Cristo, sul perché tanti non fanno la Comunione, e su che cosa può
fare la Chiesa per un più efficace ministero dei giovani.
Riconoscendo che il diaconato permanente rappresenta una vocazione specifica,
quegli uomini che sono stati chiamati e incaricati tramite l'ordinazione al
diaconato permanente, una volta adeguatamente formati e qualificati, non
dovrebbero essere ordinati al sacerdozio?
Non dovrebbe il Sinodo almeno valutare questa ipotesi come risposta per quelle
regioni nelle quali la parola di Dio non viene predicata e i sacramenti di
Cristo non vengono amministrati?
Il Sinodo dei vescovi non dovrebbe considerare un piano pastorale per una più
equa distribuzione dei preti?
È in gioco la vita della Chiesa sacramentale. Il popolo di Dio ha il diritto
assoluto a ricevere la parola di Dio e i sacramenti di Cristo per la sua
salvezza.
Un primo esempio della povera qualità della visione teologica a cui
l'Instrumentum laboris fa riferimento viene fornito dal seguente passaggio: una
società sempre più secolarizzata ha provocato un indebolimento del senso del
mistero. Questo è dimostrato dal fraintendimento e dalle idee distorte nel
rinnovamento liturgico promosso dal Concilio, che ha portato a riti superficiali
e privi di significato spirituale (N. 6). L'Instrumentum laboris non specifica
se questi riti liturgici distorti sono diffusi o isolati, approvati o non
approvati. Se non sono autorizzati, basta applicare l'Istruzione generale del
Messale romano, senza bisogno di convocare un incontro del Sinodo mondiale dei
vescovi per discuterli. Se i commenti si riferiscono a riti liturgici approvati
dalla Chiesa, allora la trovo un'affermazione audace e persino allarmante!
Che ci sia stato un calo nella considerazione della trascendenza nella nostra
società secolarizzata è un fatto universalmente riconosciuto, ma attribuirlo a
"idee fraintese e distorte" del rinnovamento liturgico del Concilio Vaticano II
che sfocia in "riti superificiali e privi di significato spirituale" è
scoraggiante e spaventoso. Trovare parole del genere nel documento ufficiale di
lavoro dei padri sinodali è scioccante. Ciò che viene asserito in modo
ingiustificato viene parimenti negato in modo altrettanto ingiustificato.
Certamente i valori culturali, il consumismo sfrenato, il relativismo, il
secolarismo sono fattori che concorrono alla perdita di importanza della
trascendenza. Ma i riti della Chiesa si trovano nei testi liturgici approvati
dalle Conferenze episcopali e ratificate dalla Santa Sede. Come possono essere
tacciati di "superficialità" e di "mancanza di significato spirituale"?
Secondo me il passaggio citato sopra è l'espressione delle lamentele ricorrenti
di chi ha una visione povera della liturgia e del Vaticano II. Il Sinodo non
deve concentrarsi su questo modo di pensare negativo.
Per un sano esercizio della collegialità al Sinodo, ci dev'essere conversazione,
collaborazione e consultazione. In che misura i preti, i religiosi e i laici
sono stati consultati? Papa Giovanni Paolo II nell'ultimo periodo ha detto:
"Ascoltiamo ciò che dicono i fedeli, perché in ognuno di loro soffia lo Spirito
di Dio" (Tertio Millennio Adveniente, 1994).
Il nostro attuale papa, Benedetto XVI, ha già apportato cambiamenti procedurali
al Sinodo che sta per aprirsi. Ogni padre sinodale parlerà solo per sei minuti,
concedendo in questo modo un'ora alla libera discussione alla fine dell'incontro
generale di ogni giorno. Se questi cambiamenti sono incoraggianti, tuttavia il
succedersi delle relazioni non costituisce un dialogo. Anche questo approccio
non consente ai partecipanti di impegnarsi in un mutuo scambio di idee ma si
attiene a relazioni preparate che non si legano al discorso del relatore
precedente. Uno schema preparato ed elaborato da una commissione di vescovi
rappresentanti e di periti, simile a quello che fu approntato dai padri
conciliari al Vaticano II, non sarebbe più fruttuoso rispetto all'attuale forma
dell'Instrumentum laboris?
Uno schema del genere richiederebbe un dibattito e un dialogo centrato intorno a
specifiche affermazioni teologiche e pastorali piuttosto che l'attuale
discussione sconnessa.
Il Sinodo imminente porrà le domande più scottanti? L'Instrumentum laboris non
lo fa. Il Sinodo andrà oltre l'esorta-zione? L'Instrumentum laboris non lo fa.
Il Sinodo avrà il coraggio creativo di raccomandare prassi per il governo
pastorale che realizzino le parole di Paolo VI, il quale diede questa
impostazione al Sinodo: "che noi… facciamo uso del servizio e del consiglio
utile dei nostri fratelli nell'episcopato per il governo pastorale della Chiesa
stessa" (discorso del 29 settembre 1967)?
Che cosa produrrà il Sinodo? Non abbiamo bisogno di altri trattati teologici o
disciplinari sull'Eucaristia. La Chiesa ha già i magnifici documenti teologici
recentemente pubblicati sul-l'Eucaristia, Mane Nobiscum Domine e Ecclesia de
Eucharistia. La Chiesa sta ancora metabolizzando altri recenti documenti
liturgici disciplinari: l'Institutio Generalis Missalis Romani e il Redemptionis
Sacramentum. Ulteriori documenti che semplicemente riscrivano ciò che già si sa
non sarà di aiuto alle Chiese diocesane.
Il Cristo risorto vive nella sua Chiesa. Questo dovrebbe spingere tutti noi ad
avere coraggio creativo e fiducia nell'affrontare i gravi temi di oggi. La
grazia di Dio è più che sufficiente per i problemi pastorali attuali. Oggi molti
preti sono sovraccarichi di lavoro, avendo la cura pastorale di tre o quattro
parrocchie o guidando da soli parrocchie che un tempo avevano più viceparroci;
in alcuni Paesi i preti hanno 10 o più centri missionari. Agire come un
viaggiatore circolare con soltanto alcune visite occasionali ad una comunità di
fede non esprime a sufficienza il ruolo del prete che deve presiedere
l'Eucaristia.
Questo funzionalismo mette a repentaglio la dimensione personale e comunitaria
della celebrazione eucaristica: il legame con l'assemblea, la conoscenza del
gregge, il vivere il titolo di "padre" con la presenza in mezzo al gregge, il
coinvolgimento e la cura spirituale regolare del gregge. Il funzionalismo può
indebolire la gioia dell'essere pastore e mettere a rischio la vocazione
sacerdotale.
Vorrei dire ai padri sinodali in primo luogo e soprattutto: per favore
ricordatevi dei preti che celebrano l'eucaristia, i quali sono diffusi
capillarmente, non li trascurate. E ricordatevi anche del grido dei laici:
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Che il Sinodo dei vescovi risponda alle
sfide e all'oppor-tunità di rivitalizzazione del popolo di Dio tramite
l'Eucaristia, preghiamo, preghiamo, preghiamo.