Risposta ad un amico su questioni sessuali inerenti al celibato
 

 
Scrive così l’amico

Ho recentemente letto delle affermazioni di un sacerdote famoso che mi hanno spinto a riflettere su una questione abbastanza controversa qual è il celibato per i sacerdoti.
Fermo restando la mia completa e ferma convinzione su tale questione sono rimasto molto turbato dalla seguente affermazione: "Nello stato sacerdotale è richiesto il celibato. E' un donarsi totalmente a Gesù per essere totalmente donati ai fratelli. È una rinuncia alla genitalità e non alla sessualità."Come egli stesso dice, tale scelta nasce da un cuore innamorato di Cristo e dei fratelli.
Ciò che non riesco a capire è come sia possibile rinunciare, per dirla negli stessi termini, alla genitalità e non alla sessualità!
I sacerdoti sono esseri umani, pervasi da un amore illimitato verso i fratelli e dotati di una propria sessualità, legata quest'ultima proprio al modo di essere di una persona, che è maschio o femmina.
Potrei quindi interpretare l'affermazione di quel sacerdote nel senso che la sessualità riguarda tutta la persona: il cuore, la mente, la psiche e non solo il corpo.
Ma non posso non tener presente che essa riguarda anche il corpo, essendo l'espressione del dono più profondo di se stessi alla persona amata. E ciò può avvenire esclusivamente all'interno del matrimonio finalizzato al dono di una nuova vita. La sessualità porta alla comunione profonda ed esclusiva fra un uomo e una donna, e tale comunione è comunemente chiamata amore, cioè il dono di una persona ad un'altra. Come può una persona votata a donarsi a tante altre non rinunciare alla sessualità? Come può una persona innamorata di tante altre rinunciare al suo modo di essere considerando che la sessualità e l'amore formano un binomio inseparabile? Giacché dalla diversità tra l'uomo e la donna scaturisce l'attrattività, la ricerca, lo stimolo e quindi l'amore si può ipotizzare quest'ultimo tra un sacerdote e una donna alla luce del dettato "E' una rinuncia alla genitalità e non alla sessualità"? (06/07/2005)

 

Risponde così Ausilia
 

Caro amico, potrei portarti tanti esempi concreti di preti cattolici sposati legittimamente (tra quelli orientali ce n’è una schiera proclamati ufficialmente santi); ma non mi pare il caso di fare un trattato sull’argomento; basterebbe trovare i canali giusti di informazione. Ma dal momento che ti preoccupi dell’impossibilità morale di amare una moglie da parte di quella che chiami “una persona votata”, ti dico che questo argomento comincia a franare anche presso i sostenitori del celibato obbligatorio: l’amore infinito di Dio e per Dio non contrasta con l’amore umano, anzi lo rafforza. Né a destare sospetto di incompatibilità è la genialità… Sarebbe assurdo pensare ad un Dio in rapporto conflittuale (si fa per dire) con un onesto uso del sesso.

La questione è tutta un’altra. Dio misteriosamente dona carismi diversi a ciascuno. Un genio artistico è ben diverso da un operatore sociale che fa tanto bene al prossimo: chi è più bravo dei due?  Chi fa meglio ciò per cui è stato dotato da Dio. Ogni carisma è specifico ed ha un significato non spiegabile razionalmente. Il ministero, il ruolo, invece, è frutto di applicazione ed impegno, uniti a doti idonee di apostolato missionario; ma non è detto che chi è chiamato al ministero presbiterale abbia il carisma del celibato. Essere prete ed essere celibe sono due cose distinte, tenute insieme da una legge, ma anche da una valutazione cultuale-sacrale del “sacerdozio”. Ti potrei consigliare dei buoni libri in merito.

Se, però, la legge canonica vieta il matrimonio ai preti, sposarsi diventa una trasgressione. Ma non un peccato! Morale e legge (anche canonica) sono due realtà diverse.

Questo ragionamento non vuole affatto sminuire il valore del celibato che, per chi è chiamato, è un valore, come è un pericolo per chi chiamato non lo è. Pericolo di vivere male lo stesso ministero. Speriamo che ne prenda atto Chi di dovere, perché si dia onore al celibato ben vissuto. Ausilia