Invitiamo alla lettura e rimandiamo alle nostre considerazione alla fine. Scorrete fino in fondo!!!!
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Appello del Movimento Internazionale Noi Siamo Chiesa-IMWAC
al Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica romana sull’Eucaristia
Come aderenti a “Noi Siamo Chiesa” da sempre abbiamo cercato di vivere intensamente la centralità dell’Eucaristia nella nostra partecipazione alla vita della comunità cristiana. Con gioia quindi abbiamo accolto l’indizione, decisa da Giovanni Paolo II e confermata da Benedetto XVI, di un Sinodo dei vescovi dedicato all’Eucaristia; ed abbiamo approfondito anche i testi ufficiali legati al tema – l’enciclica Ecclesia de Eucharistia prima, i Lineamenta e l’Instrumentum laboris preparatori del Sinodo poi.
E’ a partire da questo atteggiamento che esprimiamo la nostra delusione per la rigidità dottrinale e la scarsa sensibilità pastorale che sono contenute nei testi emanati. E’ prevalsa, ci pare, una linea che vuole definire ed imporre (guardando più al Concilio di Trento che non allo spirito del Vaticano II) piuttosto che conoscere, capire ed incoraggiare. I documenti che alleghiamo motivano le nostre perplessità e la nostra sofferenza per quella che rischia di essere una grande occasione mancata.
Anche l’Instrumentum laboris, che pure fa trapelare osservazioni, disagi e problemi della vita comunitaria dei cattolici nel mondo sull’Eucaristia, tende ad indicare risposte nella direzione del già detto e definito. Dobbiamo inoltre lamentare che le osservazioni che anche noi – aderendo all’esplicito invito della segreteria del Sinodo – abbiamo inviato a Roma, non sono state prese in considerazione, nonostante quanto affermato nella prefazione del documento vaticano che afferma di avere fatto “una sintesi fedele dei contributi pervenuti”.
La nostra Chiesa rischia, pur dopo tanti documenti autorevoli, congressi eucaristici, incontri e riflessioni ad ogni livello in tutto il mondo, di ritrovarsi al punto di partenza: certamente con una maggiore diffusa tensione devozionale ma, forse, incapace di mostrare realmente come l’Eucaristia possa diventare momento centrale per la vita delle comunità cristiane e per l’evangelizzazione.
Si apre ora il Sinodo: noi speriamo che questa occasione non vada perduta, e perciò chiediamo accoratamente ai padri sinodali che essi non lo considerino solamente come una solenne, magari enfatica, ratifica di un percorso già terminato. Anche mediante uno strumento, ormai dai più considerato inadeguato, come l’attuale Sinodo dei vescovi, i partecipanti ad esso potrebbero esprimere la volontà di cercare di guardare in faccia la realtà avendo cuore e mente radicati nell’Evangelo.
A questo scopo – dalla base del popolo di Dio ed in sintonia con molte attese e necessità oggettive della vita della Chiesa cattolica romana – ci permettiamo di riassumere, in grande sintesi, i punti principali delle nostre riflessioni.
Sacrificio o memoria di Cristo che crea fraternità ed esige testimonianza?
L’insistenza – come fa l’Instrumentum laboris – su “sacrificio della croce”, “sacrificio dell’altare” o “sacrificio della messa” trasmette di fatto a molti credenti l’idea di un Dio offeso, che esige una riparazione per gli oltraggi a lui arrecati dagli uomini e che perciò, per placare la Sua ira, non può fare a meno di volere la morte di Gesù sulla croce.
Con molti teologi e teologhe, noi riteniamo che questa idea “sacrificale” vada abbandonata. La celebrazione eucaristica andrebbe invece presentata – il che del resto viene suggerito da una lettura
attenta delle Scritture – come memoria di tutta la vita di Gesù: una vita offerta in dono per gli altri fino alla fine, caratterizzata dall’accoglienza dei peccatori e dalla predicazione del Regno, conclusa dalla
crocifissione ordita e decisa dal potere politico e religioso, e infine misteriosamente coronata dal Padre che ha resuscitato il Figlio fedele.
La celebrazione eucaristica, inoltre, ci fa drammaticamente ricordare l’abbandono che, al termine della sua vita, Gesù subì da parte dei suoi apostoli (escluso Giovanni) e, soprattutto, il tradimento che subì da parte di Giuda, e poi di Pietro; tradimento che è sempre stato presente nella storia della Chiesa di ieri e di oggi e che perciò dovrebbe suggerire toni non trionfalistici e maggiore umiltà.
Vorremmo, ancora, che il Sinodo sottolineasse quali punti qualificanti dell’Eucaristia: la convivialità, la fraternità dell’incontro, la riflessione sulla Parola, l’annuncio della salvezza che viene da Dio, la condivisione del pane spezzato, la coerente decisione di impegnarsi per la giustizia nel mondo.
Ugualmente auspichiamo che, mentre si professa il mistero dell’Eucaristia, e si crede che in essa il Cristo risorto sia realmente presente, si lasci piena libertà nella spiegazione filosofica e teologica di tale mistero, appunto perché il “modo” di tale “presenza” non è spiegato dalle Scritture. Questa convergenza nell’affermare la “presenza”, e la libertà nella spiegazione del suo possibile “come” è, del resto, quanto prevede l’accordo ecumenico raggiunto a Lima nel 1981 nel documento “Battesimo, Eucaristia, ministeri”, sottoscritto anche dai teologi cattolici.
Insistere invece, come fa l’Instrumentum laboris, sul dogma della “transustanziazione” per spiegare la presenza di Cristo nell’Eucaristia, innesca e rafforza una mentalità quasi magica, e, per altro verso, materialista e giuridicista, che vede Gesù discendere sull’altare nel momento stesso in cui il sacerdote pronuncia le parole “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue…”. Ciò a scapito dell’invocazione allo Spirito Santo, degli altri momenti dell’Eucaristia e, ovviamente degli aspetti “conviviali”.
Perciò ci lasciano più che perplessi tutte le forme di devozione consuete del culto eucaristico (adorazioni, processioni…) in cui la sacralizzazione dell’Eucaristia ha un ruolo evidente. Molti teologi e pastori condividono questo disagio, ma l’Instrumentum laboris ignora questa sensibilità.
Convivio ed assemblea o rito gerarchico e sacralizzato ?
L’Eucaristia esiste veramente se c’è una vera comunità riunita nel nome di Cristo, se essa non prevede esclusioni, se si propone la fraternità tra chi vi partecipa, se comporta testimonianza nella vita a favore della pace e della giustizia. Eucaristie ritualmente “vere” possono essere spiritualmente “false” (ricordiamoci delle parole di Paolo ai Corinti). Quindi ci sembra di poter affermare: anche accettando l’attuale posizione ufficiale per quanto riguarda la presidenza dell’Eucaristia (sacramento dell’ordine, imposizione delle mani, successione apostolica) la nostra Chiesa difficilmente potrebbe ignorare le parole di Karl Rahner:
“Questo diritto (alla parola di Dio ed ai sacramenti, CIC § 213) è diritto divino poiché si iscrive nella natura stessa dell’Eucaristia, e, in caso di conflitto, supera la legittima premura della Chiesa per un clero di cura delle anime che sia celibatario”.
Ci sembra perciò che, di fronte alla carenza di presbiteri ordinati secondo le norme ora vigenti, in futuro si dovrà necessariamente ricorrere, oltre che a preti uxorati e a viri probati, anche alla presidenza delle donne. L’esclusione di queste ultime è fondata su motivazioni insostenibili da ogni punto di vista – biblico, teologico, storico, ecumenico – come bene hanno messo in evidenza i più recenti studi di teologhe e di teologi, e la prassi di alcuni gruppi ecclesiali.
Sempre a proposito della presidenza dell’Eucaristia, una domanda si impone, inevitabile: perché rinviare ancora, per un malinteso senso di rispetto della tradizione, decisioni, già ora urgenti, che comunque in un futuro non lontano la nostra Chiesa, ispirata dallo Spirito e dalla richiesta dei credenti, non potrà non prendere?
A parte la presidenza dell’Eucaristia, nell’assemblea eucaristica ci sono altre esclusioni, imposte dalla Gerarchia ecclesiastica, che sempre di meno vengono comprese. Ci riferiamo, in particolare, ad una contraddizione lacerante: i documenti ufficiali ribadiscono che i divorziati risposati sono pienamente parte della comunità ecclesiale, ma poi vengono esclusi dalla comunione eucaristica. Eppure, ben diversa era la prassi ecclesiale dei primi secoli, e diversa è anche oggi la prassi delle Chiese ortodosse.
Ancora: la comunità si deve riappropriare della riflessione sulla Parola di Dio che non può essere compito esclusivo del presbitero. Ciò già avviene, nonostante i divieti, in modo abbastanza diffuso; ma dovrebbe diventare una prassi generalizzata che, debitamente attuata, arricchisca tutti e tutte. Perché l’Instrumentum laboris non ha approfondito questo momento centrale dell’Eucaristia?
I singoli membri e l’assemblea eucaristica nel suo insieme dovrebbero poter manifestare, pur seguendo un’impostazione predeterminata, le loro sofferenze, le loro gioie, il loro vissuto quotidiano, i loro propositi, i loro dubbi, le loro angosce. Ci si deve poi preoccupare che sia possibile la comprensione dei simboli e dei segni da parte di tutti, a partire dai bambini.
In definitiva ogni celebrazione eucaristica dovrebbe essere “immersa” nel tempo e nello spazio e non codificata rigidamente in ogni più piccolo particolare; e dunque si dovrebbe lasciare alle autorità diocesane, ai singoli presbiteri ed alle comunità la libertà di rendere l’Eucaristia più partecipata e più ricca. Insomma: l’Assemblea eucaristica dovrebbe essere occasione per “amarsi gli uni gli altri, perché da questo sapranno che siete miei discepoli” (Gv 13, 35); per “correggersi l’un l’altro” (Rom 15, 14); e per “salutarsi gli uni gli altri con il bacio della pace” (Rom 16, 16).
Ospitalità eucaristica come fondamento del percorso ecumenico o come ostacolo ?
Ci sembra che il cammino ecumenico, che ha fatto passi in avanti dopo il Concilio Vaticano II, si sia ora fermato. Uno degli ostacoli principali deriva dalla “impossibilità” di celebrare insieme l’Eucaristia (= intercomunione). La posizione cattolica ufficiale afferma che tale celebrazione sarà possibile solo dopo la raggiunta concordanza sulle questioni dottrinali ed ecclesiali; invece, per chi fa parte del cosiddetto popolo ecumenico, composto anche da molti cattolici, essa è un mezzo che, da subito, può servire grandemente ad una forte convergenza, pur permanendo irrisolte, intanto, le divergenze confessionali, che non toccano però la volontà di “fare questo in memoria di me” come Gesù chiese a tutti i suoi discepoli e discepole.
Comunque, perché almeno l’ospitalità eucaristica non può essere attuata da subito, come medicina corroborante per spingere finalmente le Chiese a riconoscersi e ad incontrarsi? Infatti, non sono le Chiese che invitano all’Eucaristia, ma è Cristo che invita alla Sua mensa. Egli è venuto per sanare gli ammalati e non i sani, e per chiamare al banchetto storpi e zoppi. Egli invita i cristiani e le Chiese alla Sua mensa, a due sole condizioni: la consapevolezza di essere peccatori, e il desiderio di essere fedeli al suo testamento. Perché dunque le Chiese dovrebbero porre delle condizioni per e su l’Eucaristia che Gesù non ha posto?
Non siamo soli a voler andare in questa direzione. Nel 2003 gli istituti ecumenici di Bensheim, Strasburgo e Tubinga hanno dimostrato i motivi per cui l’ospitalità eucaristica reciproca (tra cattolici e luterani, ad esempio) sia teologicamente responsabile ed in molti casi pastoralmente necessaria, nonostante le differenze ancora esistenti nella comprensione teologica e nella prassi delle Chiese.
La nostra Eucaristia è partecipe della prospettiva di liberazione di Gesù?
Ci sembra che la verifica sull’effettiva coerenza del grande numero di assemblee eucaristiche, che si tengono ogni settimana nel mondo, sia essenziale per comprovare se in esse si cerca di portare a compimento la storia della salvezza invertendo i canoni del “mondo”, che prevede banchetti per i ricchi Epuloni mentre i poveri devono accontentarsi degli avanzi. La cattolicità, all’inizio del terzo millennio, non può evitare di chiedersi se ed in quale misura all’assemblea eucaristica schiavi e padroni e uomini e donne siedono da uguali; se essa celebra con Maria la festa dei poveri e dei disperati cantando il Magnificat; e se si accoglie la amorosa presenza di Dio che aiuta a cambiare la piramide dei poteri e a costruire un nuovo ordine familiare, sociale, economico e politico fondato sulla non violenza, sul dialogo fiducioso con il nemico e sulla resistenza alla provocazione.
Concordiamo, in questo, con la Lettera apostolica Mane nobiscum Domine, con la quale papa Wojtyla il 7 ottobre 2004 indiceva l’Anno dell’Eucaristia. Il testo, al paragrafo 28, elenca le tante povertà del nostro mondo che le “comunità diocesane e parrocchiali” dovrebbero cercare di lenire:
“Il dramma della fame che tormenta centinaia di milioni di esseri umani, le malattie che flagellano i paesi in via di sviluppo, la solitudine degli anziani, i disagi dei disoccupati, le traversie degli immigrati. Sono mali che segnano – seppure in misura diversa – anche le regioni più opulente. Non possiamo illuderci: dall’amore vicendevole e, in particolare, dalla sollecitudine per chi è nel bisogno saremo riconosciuti come veri discepoli di Cristo (Gv13,35; Mt 25,31-46). E’ questo il criterio in base al quale sarà comprovata l’autenticità delle nostre celebrazioni eucaristiche”.
Si moltiplicano, negli ultimi tempi, gli interventi di alcuni vescovi su questioni nazionali e temi di attualità politica. Nella ridda di considerazioni e sentimenti, a fatica si conserva un po’ di ragione per non soccombere agli effetti mediatici del dibattito e alla polemica sterile. Per questo, da credenti consapevoli della difficoltà di essere Chiesa autentica in un mondo complesso e spesso contraddittorio, esprimiamo alcune considerazioni.
1. La Chiesa cattolica e la realtà terrena
La condizione di minoranza che la comunità cattolica vive in Italia esige da noi credenti molta pazienza, umiltà e ingegno nel ripensare la nostra presenza, rifuggendo da schemi e atteggiamenti di trionfalismo e proselitismo del passato.
2. La laicità dello Stato
E’ il Concilio stesso a ricordarci che la società umana è autonoma rispetto alla Chiesa, confermando che i credenti “inscrivono la legge divina nella vita della città terrena” (Gaudium et Spes, 43) e la attuano con gli strumenti e le modalità propri dell’agire temporale, consentiti e previsti dall’ordinamento vigente. Crediamo che la laicità dello Stato sia un valore da rispettare, pur conservando la nostra libertà di dissentire in coscienza qualora fosse compromesso ciò in cui crediamo.
Nel rispetto di tale
autonomia ogni intervento ecclesiale non può
assumere il carattere di imposizione o condanna, ma deve, orientato al
bene dei singoli e di tutti, cercare strade di dialogo e collaborazione con lo
Stato, nel rispetto delle reciproche sovranità. Auspichiamo una Chiesa certo
pronta “sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che
è in voi”, ma “tuttavia – come ricorda l’Apostolo - questo sia
fatto con dolcezza e rispetto” (1 Pietro 3). Rispetto che, nella situazione
odierna, va riconosciuto al pluralismo dello Stato, che non può adottare
integralmente una sola delle visioni del bene, come quella cristiana, ma deve
perseguire ciò che è giusto, fare sintesi e valorizzare i punti in comune tra le
diverse culture, al fine di attuare i valori fondanti della Costituzione.
3. I cattolici impegnati in politica
Sappiamo bene che “una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi” (Paolo VI, Octogesima adveniens, 52). La diversità di impegno e di proposte politiche va valutata caso per caso e situazione per situazione, senza preclusioni o intenti di bollare a priori le varie esperienze personali. L’invito ad impegnarsi in politica, da parte del magistero, non contiene in sé un’indicazione di schieramento e/o di partito. Per questo il magistero si limita a ricordare solo le “esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili” (Congr. Dottrina Fede, Nota su cattolici nella vita politica, 4) nell’azione politica, che sia i cattolici impegnati nel centrosinistra, sia quelli impegnati nel centrodestra sono tenuti a seguire fedelmente. Allo stesso modo tutti devono poter trovare nelle comunità un’accoglienza sincera e la possibilità di poter fare discernimento sulle loro scelte politiche al fine di rendere più autentica la loro testimonianza.
4. Il giudizio sui politici cattolici
Coloro che sono coerentemente impegnati in politica lamentano spesso solitudine e abbandono da parte della comunità; si aggiunge talvolta anche una forma di condanna pubblica del loro operato da parte di alcuni pastori. L’evangelica correzione fraterna (Matteo 18) suggerisce una prassi chiara per aiutare chi è impegnato in politica a discernere sul suo operato: il segreto del rapporto personale, l’ausilio di un testimone, il rapporto con la comunità ecclesiale. Il riferimento è al discernimento personale, a due e comunitario. L’aver portato spesso il dibattito solo all’attenzione dei media rafforza l’impressione che l’intervento, da parte di alcuni pastori, avesse altre finalità, oltre a quella morale e pastorale.
5. La presenza profetica
Notevole è stato l’impegno episcopale per i temi in difesa della vita e della famiglia. Ci si chiede perché diversi vescovi, come è avvenuto nel passato, non offrano nell’oggi – tranne che in pochissimi casi – un discernimento su emergenze, ugualmente gravi dal punto di vista etico, come:
- l’invio di truppe italiane in Iraq in aperto contrasto con il magistero sofferto e chiaro di Giovanni Paolo II;
- la noncuranza dei politici per gli inviti papali per l’amnistia giubilare per i detenuti e, in parte, per la cancellazione del debito estero dei Paesi poveri;
- la disoccupazione e le varie povertà ed emarginazioni;
- la mercificazione della salute;
- la lotta alle mafie;
- la questione morale nella politica;
- il conflitto di interessi nella gestione della cosa pubblica;
- l’approvazione di leggi “ad personam”, che consentono di difendersi dal processo piuttosto che nel processo;
- il diritto all’accoglienza delle immigrate e degli immigrati e i luoghi di detenzione amministrativa, come i CPT;
- le azioni disinvoltamente favoritive in materia di acquisti di banche;
- il clima di intolleranza spesso favorito dagli interventi di “atei devoti”, che credono di poter dettar legge anche in casa ecclesiale.
6. Profezia e privilegi
Lo stile e i contenuti del rapporto tra pastori e classe politica dà, molto spesso, l’impressione di una “profezia frenata dalla diplomazia, cioè dalla speranza di vantaggiose contropartite per il bene della comunità ecclesiale e in difesa di alcuni valori etici (si tratti dei sussidi alle scuole cattoliche o dei finanziamenti agli oratori o dei buoni-famiglia)” (B. Sorge in «Aggiornamenti Sociali», 2004/3). Ricordiamo le parole del Vaticano II: “Certo le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite e la Chiesa stessa si serve delle cose temporali nella misura che la propria missione richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni” (Gaudium et Spes, 76).
7. Il dialogo
Ci chiediamo dove sia finito lo stile conciliare del dialogo. La comunità e i singoli credenti, nel lavoro e nell’impegno sociale e politico, entrano in contatto con uomini e donne di altre culture e religioni. La continua ricerca e testimonianza di quella “verità sinfonica” (H. U. von Balthasar) non è rivendicazione o affermazione a qualsiasi costo, delle loro idee ma mira all’ascolto dell’umanità, alla compassione, alla stima, alla simpatia e bontà, al rispetto della dignità e libertà altrui e rifugge ogni condanna aprioristica, polemica, offensiva ed abituale ed ogni vanità d’inutile conversazione (Paolo VI, Ecclesiam suam, III). Di questo stile improntato al dialogo avvertiamo il bisogno, dissolvendo, come diceva don Lorenzo Milani, ogni muro di carta e di incenso.
4 ottobre 2005
Nostre considerazioni
Chi legge questi documenti trova tanto del cosiddetto, in gergo ecclesiale, “buono spirito”. Tuttavia sono molti gli interrogativi che si possono avanzare, utilizzando, nei riguardi di coloro che hanno scritto, la stessa libertà usata da loro di fronte a chi è ritenuto responsabile di quanto non si fa o si fa male nella chiesa; e cioè di fronte alla chiesa gerarchica. Essere liberi di dissentire in seno alla cosiddetta “chiesa-dal-basso”, è presupposto necessario per avvallare l’obiettivo di esserlo nell’Istituzione-chiesa.
A via di citazioni autorevoli, si sa, ci si sente più sicuri; se poi queste sono tratte dagli stessi pronunciamenti ecclesiali, ci si può sentire in una botte di ferro.
Ma chi, in qualsiasi organizzazione, non avrebbe da fare richiami ai principi fondanti di essa?
Lo stile illuministico traspare da ogni rigo, ed è, a prima vista entusiasmante.
Ma la storia insegna che il cammino umano è sempre tortuoso, e da commisurare alle debolezze umane. In questo il cristianesimo non fa eccezione. L’assistenza dello Spirito Santo non si sovrappone all’umana possibilità di “mancare”. E certamente la chiesa-dal-basso non può considerarsi esente anch’essa da manchevolezze. Cosa che va detta, non per giustificare l’errore, bensì per ridimensionare le pretese di chi esprime giudizi negativi.
Il punto da “attaccare” in questi documenti è il radicalismo; evangelico? Può darsi. Ma se si sente il dovere di esigerlo da altri, bisognerebbe essere molto rigorosi con se stessi.
Per non rinunciare all’esercizio della profezia, si dovrebbe: 1) essere umili e pieni di Dio; 2) equilibrati nel non chiedere tutto, da maestri troppo frettolosi; 3) riconoscere che nella chiesa ufficiale c’è molto, proprio «molto» del bene, proprio nel modo indicato nei due documenti. E’ proprio vero che il bene è meno visibile del male, soprattutto se si è accecati da una luce che permette di vedere lucidamente, ma in bianco e nero; 4) non fare di ogni erba un fascio, mescolando alle richieste argomentazioni bibliche teologiche ecclesiologiche, di carattere etico e antropologico, e via dicendo; 5) usare un po’ di sana strategia nel dare priorità ad attese ineludibili (ad esempio, l’uso dei privilegi, della terminologia pomposa che accompagna le “cariche” ecclesiali, lo sfarzo curiale, il possesso del “tesoro”, simile a quello dei Reali di Londra; e poi lo stile affaristico o quello aziendale di certi parroci e/o monsignori, eccetera). In sintesi, prima di scomodare i dogmi, è legittimo chiedere, dopo aver fatto pratica di radicalismo, ciò che è agli occhi di tutti in palese contraddizione con lo stile di Gesù.
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Stupirà i lettori, ma chiediamo a quelli che «sono usciti»: perché, prima di chiedere il celibato opzionale e il sacerdozio delle donne, non dimostrare a fatti di non avere nulla da rimpiangere circa il ritualismo e i privilegi propri dello stato clericale? perché non creare una rete di solidarietà davvero evangelica tra i propri simili, in modo da rendersi autonomi dai ricatti clericali? o perché non accettare, se viene offerto (magari!), l’aiuto dell’istituzione, come si conviene a chi si propone una sana operosa cristiana laicità, non timorosa di contagi clericali?
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Non vogliamo cadere anche noi nell’errore di fare rimproveri a pioggia a “noisiamochiesa”, di cui condividiamo tanti aspetti. Sappiamo che di fatto la solidarietà tra le famiglie di preti sposati, o lo zelo “discepolare” delle donne aspiranti al sacerdozio, lasciano a desiderare; spesso, non sempre.
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Il nostro vuole essere un invito a noisiamochiesa a discutere tra persone dal pensiero divergente, anziché unicamente tra coloro che sono schierati dalla parte di una profezia alquanto pretenziosa. Donne-contro-il-silenzio sanno di non dover tacere. Ma sanno anche che si può rompere il silenzio senza scadere nel massimalismo rivendicativo; e che un uso sobrio della parola è condizione assoluta della sua efficacia.