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I movimenti
"rivoluzionari", quando sembrano essersi eclissati dalla scena storica
o spariti del tutto, si lasciano generalmente dietro un alone di
mistero, un residuo fantasmatico che può risultare persino più
inquietante della loro presenza. Il femminismo, inspiegabilmente
silenzioso su questioni che lo interpellano direttamente, come la
legge sulla fecondazione assistita, l'aumento della violenza sulle
donne nel mondo, la mercificazione dei corpi, della sessualità e delle
storie personali, continua a essere evocato da voci diverse e
contrastanti della cultura maschile: chi lo rimpiange, chi lo vede
dissolto in un generale processo di "femminilizzazione" della società,
chi lo sospetta insidiosamente presente nel "disordine" sessuale che
minaccia la famiglia. Nessuno sembra davvero interessato a sapere che
cosa si agita dentro la fitta rete dell'associazionismo femminile,
nella produzione di studi, convegni, iniziative politiche che oggi
vedono impegnate molte più donne che negli anni '70, sia pure con uno
strano effetto carsico dovuto alla grande diversificazione e in molti
casi a una dichiarata autoreferenzialità.
Tenendo conto di questa ambigua presenza/assenza, la domanda
potrebbe essere allora formulata in un altro modo, più consono alla
anomalia di un movimento che ha inteso portare la sua sfida politica
fin dentro i territori oscuri della "persona", della memoria del
corpo e delle formazioni inconsce: il femminismo è ancora una
pratica di modificazione di sé e del mondo?
Anche in passato
il movimento delle donne ha avuto anime diverse, ma erano, per così
dire, passionalmente in contrasto, spinte a incontrarsi dal bisogno di
trovare un "punto di vista", un'angolatura da cui analizzare il
rapporto tra i sessi, e produrre effettivi cambiamenti al riguardo.
Rileggendo il
libro appena ristampato,
Dal movimento
femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli
anni '60 agli anni '80 (a cura di Annarita Calabrò e
Laura Grasso, edito dalla Fondazione Badaracco e da Franco Angeli),
appare chiaro che la differenziazione ricalcava allora i poli opposti
e complementari di una dialettica nota: sfera personale e sfera
sociale, sessualità e politica, psicanalisi e marxismo.
A tenere insieme
le donne in convegni nazionali affollatissimi si può pensare che fosse
il bisogno di interezza: non si poteva dividere il corpo dal pensiero,
il privato dal pubblico, l'amore dal lavoro, la famiglia dallo Stato,
il conflitto tra i sessi dal conflitto di classe, e così via. Ci si
muoveva, in altre parole, dentro una complementarietà rivisitata
criticamente, che rendeva necessarie le une alle altre. C'era un corpo
a corpo fatto di frequentazioni quotidiane, di scontri violentissimi,
di prese di posizione diversificate, di avvicinamenti e
allontanamenti. Tutto fuorché l'indifferenza. La possibilità di
contrastarsi, non era solo tollerata, ma ritenuta indispensabile per
intaccare ragioni inconsapevoli di consenso, adattamento a modelli
imposti e interiorizzati come propri.
Oggi le differenze, all'interno del femminismo, si sono moltiplicate
ma stanno sullo stesso piano di realtà, hanno un denominatore comune
che è la vita pubblica, i suoi saperi, i suoi linguaggi, le sue
professioni, le sue gerarchie. Ad omologarle è una cultura che ha
integrato nuovi contenuti ma che conserva in parte il suo impianto
tradizionale, le sue cancellazioni, le sue cesure, rispetto alla
soggettività incarnata. Si ha l'impressione che, pur mantenendo ferma
la presunta neutralità del loro pensiero, gli uomini siano andati
molto più avanti nell'analisi del rapporto natura-storia,
individuo-collettività. I diversi "femminismi" oggi non confliggono
tra loro, né sentono il bisogno di confrontarsi, perché riproducono
nel loro insieme quel mosaico o quella babele che è la società
attuale, con le sue molteplici funzioni. Ci sono gruppi, centri,
associazioni della più varia specie -la Società delle storiche, delle
letterate, delle giuriste, delle scienziate, ecc. - che lavorano bene
in ambiti specifici, ma mostrano tutta la loro debolezza quando sono
costrette a incontrarsi intorno a un fenomeno che le implica tutte,
come ad esempio la legge sulla fecondazione assistita.
La mia
impressione è che, nonostante si continui a scrivere, parlare e
incontrarsi, ci sia comunque un grande silenzio: per tutto ciò che
delle vite, dei rapporti con l'uomo e con le altre donne, non si
riesce più a nominare, per paura di ulteriori divisioni, o per paura
di perdere anche le persone più vicine. Per un movimento che è partito
dalle problematiche del corpo e della sessualità, non riuscire a
parlare dell'invecchiamento, della malattia, della morte, dei problemi
legati alla cura (di un figlio, un marito, un genitore anziano), del
rapporto con le donne straniere che vivono nelle nostre case, è senza
dubbio una resa, una sconfitta. Lo stesso si può dire della difficoltà
a esprimersi su un fenomeno drammatico e vistoso come la riduzione
delle persone a nuda corporeità ( i corpi devastati dalla fame, dalla
guerra, dalle malattie, dalle migrazioni), a pornografia, a sommatoria
di organi.
Il fatto che ci
siano tanti temi, tante problematiche di ordine privato e pubblico
all'attenzione del femminismo oggi, non significa maggiori capacità
modificative di se stesse e dell'esistente. Invece di uno slogan ormai
svuotato di contenuti, come il "partire da sé", dovremmo forse provare
a chiederci se e quali cambiamenti produce la relazione con le altre
donne (divenuta più solida, più continuativa, direi quasi
"istituzionalizzata"), se ci sono ancora interrogativi, desideri di
conoscenza e di cambiamento legati alle nostre vite, che lì, nella
riflessione collettiva, possono trovare risposte, se il separatismo è
diventato solo una rassicurazione -di appartenenza, identità, storia
comune-, o se è ancora il luogo di modificazioni effettive, riguardo
al modo di pensarsi, sentirsi e agire nel mondo.
Una delle novità
più interessanti dei Seminari sull'eredità del femminismo, che si sono
tenuti in questi ultimi anni tra Milano e Roma, è stata la presenza
attiva di generazioni diverse, che ha permesso di confrontare
esperienze, ma anche di capire che cosa è passato di quell'intreccio
originale di teoria e pratica che ha caratterizzato il movimento delle
donne ai suoi inizi. Un tema ricorrente, proposto dalle più giovani è
stato il rapporto tra femminismo e femminile. Il riferimento era in
particolare ai modelli di femminilità che compaiono nella pubblicità,
nei media, nei consumi, ma lo si potrebbe estendere a quella parte di
esperienza personale che, per la generazione degli anni '70, è tornata
ad essere un "privato" indicibile e che, per le più giovani, non è mai
stata al centro di una pratica politica. (Da Liberazione,
10/12/04) |