(prima parte)
Il disegno del Creatore
Nel commentare le vicende che accomunano gli umani, si suol dire che “siamo tutti nella stessa bagna”. In realtà, siccome non ci piace annegare le nostre differenze, la metafora non è del tutto pertinente, perché tra persone si può realizzare un noi che, non solo salvi, ma rafforzi l’identità. Ciò è possibile se si risale al Creatore che ha fatto la creatura prediletta a Sua immagine e somiglianza.
Il primo passo della Genesi contiene in nuce tutto il mistero della creazione, tanto che non si può capire nemmeno Cristo se non a partire da esso; il cristianesimo è corollario diretto di un disegno che nessuna etica e nessun sistema religioso potrebbe indicare.
Da qui l’impegno umano a mantenere la diversità in ogni relazione. Impegno gravoso e nello stesso tempo appagante, perché implica la fatica e le fecondità della creazione.
L’itinerario terreno non consiste in un semplice ritorno al Creatore, sia pure attraverso la messa in atto dei talenti; è condivisione piena dell’atto creativo; è ripetizione sempre nuova (si potrebbe dire: imprevedibile per lo stesso Creatore) di un gesto che si dilata dal centro della persona verso quella dell’altro.
Una reciprocità sbilanciata
Non può non stupire l'alto livello di questa giostra: Dio esce dalla sovrabbondanza dell’Essere, quasi sottraendo a Sé il potere di continuare la creazione, e lo consegna in dono all’umanità; e questa, a sua volta, compie un gesto generoso nel realizzarlo, non per suo soddisfacimento, ma in scambio d’amore con Lui.
Bisogna apprendere dal Dio biblico il paradosso di un patto tra disuguali, in grado di trasformare l'hostis (il nemico) in hospes. Senza la carica che proviene dall’hostis, il diverso per eccellenza, non ci sarebbe la gioia di ospitarlo.
La bellezza del dono, come ogni altra bellezza è nell’irriducibile singolarità, che non si lascia assorbire nell’universalità e conserva la pregnanza di un’inesauribile originalità. Il segreto di tale bellezza è nella Fonte, da cui si snoda l’intreccio tra umano e divino, in una reciprocità sbilanciata, e perciò stimolante per entrambi.
Su questo sfondo di oltre-reciprocità si staglia l’amore tra uomo e donna: la tensione verso l’unità non dissolve la diversità, perché il bisogno dei due attraversa il limite della carne per sconfinare nell’amore di Dio e del prossimo.
La capacità di amare che Dio ha dato all’umanità si basa su un principio diverso da quello d'identità, e cioè sulla sorpresa dell'av-vento, e cioè dell’entrata imprevedibile di Dio nella storia, che stravolge la logica sottesa nella ricerca di un alter-ego. Scaturita dalla sovrabbondanza divina, si snoda nell’Universo senza mai ritornare al punto di prima, perché tra inizio e meta non c’è la copula “essere”, bensì il verbo “creare” che incrementa la vita, trasportandola verso l’inedito. Ed infatti non è il paradiso il luogo a cui aspirare: l'u-topos, il non-luogo che Dio addita, è l'eu-topos, il bel luogo senza luogo, nato dalla relazione asimmetrica della gratuità.
Cosa significa, allora, il “Non è bene che l’uomo sia solo?” Non certo che la coppia elimini la solitudine, ma che ne indichi il tracciato: l’attraversamento della solitudine da parte dei due è condizione per realizzare un noi articolato e dinamico.
La coppia, prototipo dell’autentica relazione, che non moltiplica l’uguale; che è fecondo significante della stessa creazione. Infatti i due, maschio e femmina, non sono due metà; altrimenti si appagherebbero in una fusione, luogo di indistinta unità. Ogni persona è una, o meglio deve continuamente farsi una, cioè unità duale.
Ciò che caratterizza il monaco è la ricerca di unità in sé, attraverso un processo inesauribile di unificazione, nel quale riconosce la verità dell’essere umano, capace di orientare la solitudine esistenziale verso il dono di sé.
Qui però si può annidare l’equivoco che la coppia realizzi lo stesso obiettivo del monaco in maniera limitata perché nella carne. Ma dal momento che è estraneo alla concezione biblica ogni dualismo, l’essere una sola carne (Gn2,24) indica la ricchezza corporeo-spirituale di ciascuno dei due, investiti dal dappiù della relazione.
Monachesimo e matrimonio presi separatamente sono incomprensibili (lo spiegheremo meglio in seguito). Sono due realtà simboliche che si intersecano e prendono senso l’una dall’altra. A patto di considerare il simbolismo per quello che è: non astrazione, ma realtà, più vera di quella che appare; dimensione umana che sprofonda in Dio.
Ausilia Riggi