Leno 7/2/06

Carissime Ausilia e Joelle,

vi mando questo articolo significativo per la linea che stiamo portando avanti noi: le cose parlano da sé, basta farle parlare. Non è tanto quello che tuona la gerarchia quanto quello che pensa il popolo di Dio, ecc.

Significativo l’accenno a Camellini, a Ricci, a Vocatio.

‘Vita pastorale’ è sorella di Famiglia cristiana e di Jesus, stessa famiglia paolina, stessa linea d’onda.

Una precisazione: i preti sposati non rimpiangono solo ’l’altare e la liturgia’, perché potrebbero anche aver fatta la decisione di lasciare proprio perché non si sentivano portati a tutto questo. Quello che rimpiangono (e per cui hanno pianto) è il modo con cui sono stati allontanati e soprattutto il fatto che non si tenga in conto che nella famiglia cattolica e nella sequela del Vangelo, non possono essere accantonati come apostati; non possono non essere valorizzati i doni che il buon Dio ha dato loro: carattere sacerdotale, educazione cristiana e sacerdotale, cultura teologica, voglia di spendersi per gli altri... Almeno per me è così!

Vi saluto caramente Guseppe Zanon

 

Gli spretati, fuga o profezia?

 

Le dispute suscitate dai terni della pedofilia e dell’omosessualità, specie per quanto concerne le relative implicazioni del clero, hanno suscitato polemiche. Con esse è strettamente connesso il tema degli abbandoni e dell’assottigliarsi delle presenze sacerdotali nel ministero. In un’intervista pubblicata nel Corriere della sera (31.10.1984) l’ex parroco don Paolo Camellini diceva: «In tutto il mondo i preti sposati sono circa 80.000; in Italia sono 7-8.000 e 15 nella provincia di Reggio Emilia; essi sono riuniti in 24 associazioni sparse in tutto il mondo».

Alla domanda se la Chiesa li ha capiti, rispondeva: «A mio avviso si, poiché non bisogna dimenticare che un quinto dei preti sulla terra è sposato, con dispensa del Papa ottenuta in due settimane. Ferma intenzione dei sacerdoti che prendono moglie è di continuare a impegnarsi nell’attività cultuale, ma una regolamentazione è indispensabile, se si vuole evitare che un certo numero di loro, dopo aver abbandonato l’ordine, conviva con la propria donna, pur attribuendo alla famiglia un valore di grande santità. Le domande di uscita aumentano».

Per il funerale di don Aldino Ricci, ex parroco di Novafeltria, il 31.12.1988, su un manifesto veniva espresso un saluto ufficiale della comunità ecclesiale a nome della diocesi, del vescovo, e del presbiterio, e si esprimevano cordiali condoglianze alla vedova. La celebrazione fu officiata da 18 concelebranti sotto la presidenza del vescovo di Rimini, monsignor Giovanni Locatelli, che nell’omelia invocò «comprensione per le scelte di tutti». La chiesa era gremitissima, con molte donne e bambini. Il successore di don Aldino in Vocatio, la rivista degli ex, «ne elogiava la costante fedeltà al servizio dell’uomo e dei più poveri ed emarginati e nel movimento dei preti sposati» (Adista 14-16.1.1988, p. 6). Funerali analoghi sono diventati di routine e non risulta che abbiano suscitato stupore, meno ancora, scandalo.

Il tema dell’«apostasia» dal sacerdozio vanta grossi precedenti letterari e audiovisivi. Il più originale romanzo di Jules-Amédée Barbey D’Aurevilly, del 1865, rdozio vanta grossi precedenti è intitolato: ‘Un prete sposato’. Jean SombrevaI, prete prima della  Rivoluzione francese che ha barattato la fede con la chimica ma-terialistica, lascia l’altare e sposa la figlia del suo maestro, celebre chimico. Tutti ignorano la sua identità. Sua moglie, quando ne viene a conoscenza, muore per la vergogna. La figlia Calista eredita una nevrosi inguaribile e uno strano segno sulla fronte, una crocetta che nasconde sotto una benda scarlatta, ma nutre la speranza di ricondurlo alla fede. Per impetrarne la guarigione SombrevaI finge la conversione e ritorna all’altare, ma poi annega in uno stagno a Quesnay. Altre morti si verificano nella famiglia. La tragedia è completa.

Allo Spretato anni fa Léo Joannon dedicò un film che presentava ancora la situazione in termini drammatici, senza una via d’uscita. Il protagonista giungeva al sacrilegio consacrando in epulis un boccale di spumante tra il fragore assordante di un’indiavolata batteria, tra gli applausi dei compagni. Da questa situazione, grazie a Dio, siamo usciti definitivamente. Gli spretati sono tornati veramente nostri fratelli e nostri commensali. Alcuni collaborano nelle parrocchie o in imprese ecclesiastiche. La nostra rivista in circostanze e modalità diverse ha dato spazio alla tematica.

Don Primo Mazzolari ha scritto che «la Provvidenza affida una missione anche all’esule, esploratore in partibus infldeliuin. Non inquietarlo né con condanne né con accoglienze che potrebbero essere almeno premature». Commentando poi l’espressione “Uno schiavo di meno!”, colta sulle labbra di un laicista al momento in cui un confratello usciva dagli ordini, annotava: «Una bella frase, fatta di retorica anticlericale, con un frasario non meno vuoto e scoppiettante della retorica di molti predicatori» (La più bella avventura, Brescia 1934, pp. 172-173). La fraternità, dunque, è stata raggiunta senza se e senza ma. Raccogliendo le loro confidenze, è commovente notare la loro struggente nostalgia del servizio liturgico, al punto che non si riesce a nascondere l’auspicio che in qualche modo la Santa Sede trovi la maniera di ridare loro la partecipazione all’altare, fosse anche solo episodicamente, nelle sole concelebrazioni, o — humanum dico — in ministeri riservati, ristabilendo in qualche modo la compatibilità tra l’ordine e il matrimonio, due sacramenti degni dell’identico, massimo rispetto, irrorati dal medesimo sangue, quello di Cristo.

L’esortazione Reconciliatio et poenitentia ammonisce: «Nessuno di questi fratelli deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa» (Ench. Vat. IX, 1263). Un confratello mi diceva che ogni tanto sogna la celebrazione, servito all’altare dalla moglie. Sono sofferenze lancinanti; fermiamole in qualche modo, o almeno limitiamone i danni.

(VITA PASTORALE FEBBRAIO 2006)