Raimundo Panikkar

 

 Si è discusso sulla possibilità di porre domande da una a un’altra cultura. Per cominciare con un maestro occidentale, un maestro di un pensiero molto profondo, Hegel, si può ricordare che Hegel diceva: “in filosofia non esistono domande stupide”. Al che io aggiungerei che però ci possono essere risposte stupide.

La bella introduzione a questo seminario giocava intorno a due parole: una, che subito ha avuto la mia  simpatia, è “Pacem in terris”; la seconda, che mi ha trovato più critico, è “non c’è pace senza giustizia”. Certo, ma c’è giustizia senza pace, e questa oggi è la grande tragedia. La legittimità non è la giustizia. Noi abbiamo un mondo dove sono state fatte leggi che legittimano tutto. E c’è una differenza. Per cominciare con una battuta, io ho un amico vietnamita che è stato anche mio assistente, che dice: “Io non so parlare bene l’inglese. Come pronunciate questo (“justice”): just us, soltanto noi? O, se sapete scrivere, just U.S.? Solo gli Stati Uniti? Questo vuol dire giustizia? Sembra di sì.

La legittimità non è la stessa cosa che la giustizia. Noi abbiamo più o meno governi legittimi perché abbiamo dimenticato il passato, e  ci arrabbiamo quando l’Iran dice cose che rimettono in ballo il 1948. Il concetto che io chiamo equivalente omeomorfico al  concetto di giustizia, sarebbe in indiano dharma.

 Questo dizionario, molto elementare, inglese-sanscrito, dà, per giustizia, dodici parole, di cui dharma è una. Abbiamo l’abitudine di universalizzare. E’ curioso poi che la parola giustizia  non si trovi né in Omero né in Esiodo. Siamo così  abituati al dominio, sotto ogni punto di vista, politico e culturale, dell’Occidente, che abbiamo la tendenza  quasi innata a considerare il  mondo come se fosse identico al nostro. Indubbiamente, non solo per rapina, egoismo, ambizione, o potere militare, l’Occidente ha conquistato il mondo in questi ultimi secoli. Ma noi che  sappiamo come la memoria  umana risale più in là che di un paio di secoli, adesso, in tempi di globalizzazione o come altro si voglia chiamarla, non possiamo rinchiuderci nella nostra piccola provincia; invece siamo certamente ancora provinciali.

 La grande sfida della interculturalità  non è  quella di rispondere a questa o a quella domanda, ma di porre  il problema  dalla radice stessa della natura umana, utilizzando sempre parole come “natura”, “umana”, ecc.

Quando io voglio mettere un po’ in crisi i miei amici teologi cattolici, faccio loro notare che in sanscrito non possiamo dire il Padre Nostro perché la parola “volontà” neanche esiste. Si può fare un giro di parole per dirlo. E noi poi vogliamo che questa mentalità sia universale. Non lo è.

Di qui  la  sfida profonda della interculturalità,  che non vuole  rovinare una cultura, ma aprirci alla consapevolezza che non siamo soli.

 Io non direi come dice un amico mio, Garaudy, che l’Occident c’ est un accident. No, l’occidente non è un accidente. Ma quando qui si parla tanto dell’11 settembre, per esempio (e non ricordo che anno), si dovrebbe sapere che chi vive nella storia non può mai essere felice (lo vedremo più tardi). Chi sa un po’ quello che è capitato tre anni prima delle Torri Gemelle a Jodia, nel nord dell’India, sa che la distruzione della moschea ha provocato un trauma  ad una popolazione doppia di quella dell’America e dell’Europa. Ma qui non se ne parla; o se ne parla pochissimo. Tuttavia è stato un trauma psicologico e una grande perdita di vite umane, che qui in occidente sono passati inosservati,  perché noi siamo il centro del mondo.

 

La forma mentis del monoteismo

 Ho detto  però che tutte le  domande sono legittime,  e perciò devo dare una  risposta alla domanda che mi è stata fatta, sulla giustizia nella cultura indiana.

Ho detto prima, anche se non l’ho sviluppato, che la legittimità non è la giustizia. La giustizia, forse sì, è più vicina a una dea che a un concetto fatto proprio da una maggioranza: perché l’idea della maggioranza implica una povertà antropologica così forte che non è nemmeno greca: ogni greco al tempo di Atena sapeva che l’uomo è un’immagine, un microcosmo del macrocosmo e che pertanto tutto ciò che succede in una sola persona ha ripercussioni universali, in tutto l’universo. Dato che non crediamo sufficientemente in noi, evidentemente non possiamo poi credere in Dio. O

come dice un testo dell’anno 1996 a.C., un geroglifico egiziano che sempre mi emoziona leggere: “aiutate gli altri perché possano amarvi. E amatevi voi stessi per poter amare gli altri. Lottate per la felicità come lottano per il potere gli uomini da poco. Ricordate che l’amore è il seme e il  frutto della gioia”. È il detto di un Faraone, Amenemhet I, il giorno della sua incoronazione, duemila anni prima della nostra era..

 

Parlando un po’ più accademicamente (e non mi scuso, “accademico”non è un insulto, se si fa bene), il connubio, la geniale simbiosi tra il genio ebraico, la Thorà, e il genio, non minore, romano, lo Jus, ha portato alla ontologizzazione del diritto,  come se il diritto fosse di Jus divino, diritto divino.  Bisogna rendersi conto (e qui faccio soltanto del giornalismo) dello scandalo, della bestemmia che suona agli orecchi di almeno un miliardo di persone sentire parlare di un Dio legislatore; un Dio che fa leggi, un Dio che giudica: che razza di Dio è questo? Che poi Lui stesso è schiavo delle leggi che ha fatto; dove sta la sua libertà? E da qui vengono poi tutti i confronti, le domande, i problemi e pseudo-problemi che ne conseguono: se Dio può fare il male, non può fare il bene, se Dio può fare una cosa, non ne può fare un’altra, se Dio è libero o non è libero. Questa concezione di Dio,  per  una maggioranza dell’umanità, oggi non esiste.

 L‘ontologizzazione del diritto si può fare soltanto,  su un piano anche razionale, da un punto di vista monoteista. E allora questo porta al peccato mortale, alla pena di morte, alle crociate, alla guerra giusta, ecc.: tutto è collegato. Io non dico con ciò che gli altri siano puri e non  abbiano fatto cose anche peggiori: ma non  danno questa giustificazione.

Io qui mi sento un po’ in bocca al lupo: perché vorrei dire le cose chiaramente ma con un  grande rispetto,  godendo anche del privilegio di non essere infallibile. Ma questa è la libertà di parola in un gruppo di amici.

 La grande rivoluzione cristiana, che dopo duemila anni ancora si deve fare, è quella che fece un piccolissimo gruppo di illetterati che avevano però avuto l’esperienza diretta di Gesù di Nazareth, i quali ebbero l’audacia di cancellare il sacramento primordiale di Yaveh con il suo popolo, la circoncisione. Non era una cosa da poco: in quel tempo la gente viveva il potere del simbolo.

Poi (se mi permettete la battuta, con tutte le indulgenze che alcuni mi daranno),quando la Chiesa si è convertita a Costantino (e non Costantino alla Chiesa), evidentemente era molto più comodo il monoteismo, era molto più efficiente la monarchia assoluta, l’Imperium Romanum, il Sacro Romano Impero e tutto il resto; era molto più comodo e razionale un processo di deduzione più o meno libera da un Dio che sa tutto, da un punto di vista monoteista,  che non è soltanto un  credo religioso, è un modo di pensare. La forma mentis del monoteismo sta anche nella scienza moderna, sta anche nel marxismo, sta anche in tante altre ideologie dell’occidente: la reductio ad unum, la razionalità, l’intelligibilità come criterio ultimo di evidenza e dunque di verità. E poi il potere dell’astrazione.

 

Giustizia e giustificazione

 Nella tradizione cristiana si è sviluppata una discussione straordinariamente forte, e dai risultati ambigui, quando la parola greca dykaiosyne è stata tradotta nelle lingue che adesso chiamiamo volgari con  giustizia e giustificazione. Giustificazione per andare in cielo, giustizia per camminare sulla terra. È una sola parola.

Se volete uno sprazzo di questa discussione nella storia dell’occidente: “Eminenza, io credevo - disse Galileo Galilei - che la  Chiesa ci mostrasse come si va in Cielo, non come vanno i cieli”. Visto con la prospettiva di alcuni secoli dopo, il Cardinale Bellarmino aveva ragione, e Galileo no. Evidentemente Galileo aveva ragione nel dire che i pianeti si muovono, che la terra gira, come avevano detto i Greci molto tempo prima. Ma il cielo a cui i cristiani sono chiamati ad andare, che non ha niente a che vedere con il cielo che Galileo osservava, diventa una astrazione puramente formale di alcuni filosofi o teologi, di gente che si è separata dalla realtà.

Ma questo è tra parentesi. Il fenomeno della giustificazione tocca un punto molto delicato, che in Occidente da alcuni secoli si è dimenticato; sto parlando da un punto di vista di interculturalità, anche se sto cercando di parlare in un modo comprensibile anche in occidente.  Si tratta della necessità della grazia, nel senso più profondo della parola, di quello che è gratuito, di quello che è dono, di ciò di cui noi non siamo i padroni, in qualsiasi azione umana e anche nella vita comune. 

Finora non si è vissuta questa dimensione. Prendiamo il Sermone della Montagna. Io penso si possa dire da un punto di vista puramente pragmatico, che per seimila anni il tentativo di istituire un altro tipo di giustizia non ha funzionato. E tuttavia non c’è bisogno di citare Gandhi per dire che con “l’occhio per occhio dente per dente”, saremmo diventati tutti ciechi. Forse la visione più realista (io l’ho vissuta in alcuni casi e mi ha colpito  perché ho scoperto l’esperienza delle persone, in casi molto particolari) è quella del perdono. Non penso che questo sia molto al di dentro della giustizia, anzi la condonazione è quasi quasi illecita. Il perdono non dipende dalla nostra volontà, questo grande dogma dell’occidente. Io posso non vendicarmi, ma per poter veramente perdonare devo fare l’esperienza che c’è una forza in me che mi fa perdonare, che mi fa dimenticare; è quasi, fenomenologicamente parlando, il contrario della  creazione: se la creazione è creazione di essere, il perdono annichila,  elimina, fa venir meno quello che è stato

Ma questo non dipende dalla volontà. Io posso essere molto civile e non vendicarmi, quando mi è stata fatta un’offesa, ma se io non sono capace di perdono… In India si dice: “la legge del kharma è sempre vigente; la legge del kharma è sempre valida”. Molti anni fa mi venne di dire (e poi magari uno domanda perdono, perché forse era un’esagerazione): “non siamo stati capaci di perdonare Hitler, ed ora abbiamo Milosevic (o un altro)”. C’è una forza storica della persona, di ognuno di noi. Certo, in quanto “tempio dello Spirito Santo”, ma sono parole che hanno perso tutta la loro forza. L’intercultarilità ci ricorda che c’è un’altra forma, per trovare la quale non si deve aspettare il Sermone della Montagna, le Beatitudini; tutto quanto troviamo nel Vangelo come  legge nuova, mandatum  novum, era già stato detto secoli prima del Cristianesimo. C’è un testo che io, per renderlo più pungente, avevo tradotto dal Mahābhārata (V sec. a.C.) e dal Mānavadharmaśāstra in latino: “Ne percutias proximum etiamsi ab eo provocaris”, non fare male al tuo prossimo anche se lui ti provoca, “ne nocias ulli cogitatione vel opere ne proferas verbum quod causet dolorem aliis”, non dire nemmeno parole che fanno male all’altro, anche se lui ti provoca (questa è la legge di Manu), ecc. Rispondi bene  per male (Mahābhārata): “Godi della prosperità degli altri, anche se tu sei un indigente. E se un  nemico ti chiede ospitalità, non la negare.” E poi così dice, con una metafora che ben si può comprendere in un paese caldo e forte: “Non hai imparato dagli alberi, che offrono la loro ombra anche a quelli che vengono con una accetta a tagliarli?” Questa tradizione è universale. Le parole di Confucio, dicono le stesse cose, alle volte con le stesse parole: non rispondere al male col male, non fare agli altri quello che non vuoi facciano a te.

Perciò non restiamo così ristretti nella nostra cultura, anche religiosa. A causa degli abusi delle autorità  e dei poteri religiosi si capisce perfettamente la reazione naturale di tanti intellettuali, del popolo stesso, che non sopportano più questo abuso di un potere puramente monolitico.

È  molto meglio dire: non sono capace  di perdonare, che far vedere che si è perdonato quando ciò non è vero. Allora uno scopre la sua impotenza, e in questa scoperta della propria impotenza, si sente la necessità di un aiuto,  di qualcosa superiore a te. Questa cosa superiore a te il monoteismo l’ha fossilizzata pensando che sia un Dio onnipotente, che sta là. Nelle tante tradizioni dell’oriente non è questo. E quando dico monoteismo, evidentemente non dico che il politeismo sia la soluzione; tra le altre cose, perché il politeismo è un errore logico di prima grandezza, che anche un collegiale di quindici anni potrebbe scoprire. Non hanno lo stesso predicato: il Theos, che il monoteista dice essere uno, non è il Theos che il politeista dice che sono molti. Non si riferiscono alla stessa cosa. Il politeismo non è il contrario del monoteismo, è tutta un’altra cosa. Cosa sia è un altro problema.

A volte una piccola storia spiega di più quello che si vuole dire. Una commissione di americani va in cielo (i poveri americani sono quelli che sono più vittime delle barzellette; in questo caso evidentemente gli americani sono gli unici che si possono pagare un viaggio al cielo, e potevano anche pagare una mancia a San Pietro perché ottenesse loro un’udienza da Dio Padre). Dio Padre li ascoltò con molta attenzione, dopo di che disse: se ho ben capito – perché io l’inglese lo capivo, ma l’americano è più difficile da capire – se ho ben capito, tutto questo che mi avete raccontato non vi piace. E loro risposero: esattamente, non ci piace. Allora Dio rispose: allora, non lo fate; chi vi obbliga a farlo? È molto semplicistico, lo so, ma forse abbiamo dimenticato di nuovo la dignità umana, la libertà umana, e il potere onnipotente che ha ogni individuo. Non voglio citare Ghandi, e tante altre cose.

 

Il sogno del paradiso perduto

 Vorrei ora passare ad un altro punto. Molto spesso in questa area culturale c’è il sogno del paradiso perduto. O il sogno del peccato originale, che è la stessa cosa. Non è soltanto la Genesi. E l’incubo è che lo abbiamo perduto, e che vogliamo ritornarci. Ciò ha creato tutte le utopie, da Tommaso  Moro a Marx  a tanti altri, tutte intese  a creare un paradiso qui sulla terra.

Dopo quaranta o sessanta secoli di esperienza umana, quando gli uomini non tutti erano ambiziosi e cattivi, forse dobbiamo cominciare a pensare che questo sogno di un paradiso perduto in cui ritornare è un incubo, che non si realizzerà mai; e non dico che dobbiamo sbrigarci, ma dobbiamo fare l’atto creativo di scoprire una felicità non egoista anche in un mondo ingiusto. E che viviamo in un mondo ingiusto penso che sia ovvio almeno per tutti noi.  Parlando con linguaggio cristiano, potete trovare il regno di Dio, tra di voi, dentro di voi, o attorno a voi.

Il regno di Dio non è soltanto  in un intimismo egoista: io mi rinchiudo, magari me ne vado in un deserto, salvo la mia anima o quello che sia, mi salvo e vado avanti. Non è questo il regno di Dio. Nemmeno è tra di noi, in un paradiso terrestre, in  una società utopica, perfetta,  giusta, ma è attorno a noi, che è il valore della persona, dell’intimità; gli inglesi dicono between, tra, nel rapporto personale, nell’amore personale, non egoista, di quelli che sono vicini l’uno all’altro.

Voler salvare il mondo per potere salvare se stessi è una utopia. Il sogno del paradiso perduto: questo in occidente fa parte di una grande tradizione poeticamente bellissima; ma allora non permette la gioia e la libertà di vivere senza coazione, e tante volte fornisce la scusa: dato che questo mondo è così,  allora anch’io mi permetto di fare qualcosa che non sarebbe troppo giusta.

È alienante avere un ideale di questo genere (beninteso io sto cercando qui di rappresentare la saggezza dell’India – quello che io vedo in essa di migliore – ma certo tante cose anche in India sono vituperabili come qui). Occorre affermare che in un mondo anche ingiusto io posso  essere felice se non sono egoista.  Nei miei viaggi in Russia ho potuto capire perché Solgenitzin era tanto irritante per i  Soviet: essi avevano  capito che il messaggio subliminale che da lui proveniva era che  anche in un campo di concentramento si può essere felici, che una vita piena si può avere anche nella società più feroce, e allora toglieva la paura di quella che sembrava potesse essere la minaccia forte che se non ti comporti bene, andrai là.  Ma la paura, ripeto, non è il prodotto di un raziocinio, non è frutto di una elucubrazione intellettuale, è tutta un’altra cosa.

Forse non abbiamo riflettuto abbastanza, perché abbiamo paura, perché il nostro dilemma è o legge o anarchia. Evidentemente con questo binario di bene e male,  giustizia e castigo, non si va molto lontano.

 

L’io e l’altro

Giustizia: l’ unicuique suum, il prattein ton tou autou,   implica evidentemente che tu sei un autòs, più o meno individuale, individualizzabile e che ciascuno se la cava per conto suo, perché ciascuno sa quello che gli tocca. Dal punto di vista platonico questa è una grande definizione o descrizione di cosa sia la giustizia, ma da un altro punto di vista non ha senso, o potrebbe anche essere l’occasione per la rapina più egoista, perché se questo è mio, mi appartiene, e dunque lo prendo.

Forse ho detto troppe cose, ma voi mi avete chiesto di dire le mie riflessioni sul tema di questo seminario, di cui mi felicito.

Sappiamo cos’è l’umano? Sappiamo cos’è l’uomo? In un seminario molti anni fa, quando ero più giovane, anche preso dall’emozione della parola, io avevo detto – e poi me l’hanno ricordato tante volte - : fino a che l’ultima donnetta dell’ultima isola, dell’ultimo tempo  non abbia detto l’ultima parola, noi non abbiamo il diritto di dire cosa sia l’uomo, non abbiamo il diritto di dire cosa sia l‘umano. Per il momento sì, ma con questa prudenza di non assolutizzare niente, con questa saggezza di sapere che tutti quanti cerchiamo una giustizia più umana. Non possiamo definirla, non possiamo esaurire cosa  sia l’uomo, cosa sia l’umano, cosa sia la giustizia divina.

Perciò dicevo che definire per legge il bene e il male da un punto di vista interculturale è una contraddizione in termini. Non perché il bene sia puramente soggettivo, ma perché soggetto e oggetto è una dicotomia che non vale per tante altre cose. E la prova è che quando uno non fa un romanticismo dell’amore, capisce che fra soggetto e oggetto non c’è una dicotomia totale.

L’altro non è l’aliud,  è l’altera pars mia. Quando io vedo nell’altro l’aliud, cioè un altro essere, come me, che ha gli stessi diritti, ecc., non lo vedo come me. Non posso amare il mio prossimo come me stesso, lo amo come un altro stesso, che ha gli stessi diritti, che ha la stessa dignità, ma è un altro. Perciò questa chiusura, questo carcere in un se stesso individuale non rende gli uomini felici. Che è il criterio massimo, penso, il centro profondo  di quello che si può chiamare giustizia. La rivoluzione cristiana, cui abbiamo fatto riferimento molto rapidamente un momento fa, era stata di dire che non c’è legge. E se volete, anche San Paolo, da un punto di vista più dialettico dice che la legge è mortifera (ma questo è tutto un altro paio di maniche), che per vivere umanamente dobbiamo aspirare a vivere senza legge, spontaneamente, felicemente; che c’è poi un tentatore, che ci sono poi tentazioni e che c’è bisogno di una polizia, forse: io non entro adesso a dire che uno non abbia il diritto o il dovere di difendersi. Dipende, dipende da ciascuno. Ma pensare che la civiltà sia sinonimo di leggi giuste, questo è sbagliato.

Io mi sono intrattenuto a leggere questa mattina le 60 pagine di un dizionario italiano sulla giustizia. Ho dovuto fare atti di pazienza: leggi, legislazione, tribunali, procedimenti, procedure per arrivare ai risultati. Non penso che sia molto urgente fare una legge contro il cannibalismo. No, non si fa. E’ entrata così profondamente nella coscienza umana l’interdizione, che il cannibalismo non entra nelle nostre possibilità, nelle nostre scelte. Non possiamo prendere questo esempio un po’ come sintomo?

Un altro esempio positivo: da un punto di vistale legale non esiste la schiavitù, ma da un punto di vista reale continua ad esistere, e tanto: basta vedere le tante prostitute che ci sono qui, quante ce ne sono dappertutto, il lavoro dei bambini di 12 o tredici anni, ecc.

Perciò il lavoro è più umile, più a lungo termine, più profondo. Io direi anche più filosofico, più intellettuale.

 

L’alternativa

Un ultimo punto: allora quale sarebbe l’alternativa al superamento della giustizia? Se in questo mondo c’è ingiustizia, disperazione, poiché è una utopia pensare che in una generazione risolveremo i problemi (tutti sapete meglio di me le denunce delle Nazioni Unite sulla fame nel mondo, e che questa continua a sussistere esattamente come prima), allora che reazione dobbiamo avere? Disperazione? Menefreghismo? Pazienza? No, né pazienza né disperazione. Io utilizzo adesso una parola molto corrente anche nel linguaggio cristiano: la  speranza. Ma attenzione, perché dopo aver lottato per la giustizia per i nostri figli vediamo che i nostri figli vanno peggio di prima e che per i nostri nipoti neanche funziona.

La speranza è dell’invisibile; è di questa dimensione invisibile della realtà che ci rende felici in forma.misteriosa quando non siamo egoisti. Abbiamo perso il terzo occhio, abbiamo perso il senso della terza dimensione della nostra stessa umanità e dignità.  E non si tratta qui di una predica pietosa o, diciamo, molto “religiosa”, ma si tratta di questa consapevolezza che nell’uomo c’è qualcosa di più che soltanto un’ambizione, un amore o altre cose.

Sono le tre porte della  realtà, della coscienza (il titolo dell’ultimo libro mio che è uscito). Né disperazione né menefreghismo, né una pazienza veramente negativa. Ma scoprire, senza voler essere signori del mondo, che il regno della felicità, che il regno di Dio, che il regno della giustizia non ha soltanto una dimensione sociale, ha una dimensione personale nel senso più profondo della parola, che rende la vita degna di essere vissuta.

Questo mondo non è né una valle di lacrime né un regno dell’anomia o dell’anarchia, ma molto reale. Ma se viviamo soltanto con due dimensioni non possiamo godere la profondità della vita umana.

Quando nel cristianesimo si dice che l’uomo è immagine di Dio vuol dire qualcosa di più che un modello di divinizzazione, vuol dire che c’è la possibilità di vivere una vita piena a condizione che superiamo, che abbiamo superato l’egoismo.

Forse ho detto troppe cose e mi perdonerete  se non ho voluto entrare in  cose tecniche per trovare gli equivalenti omeomorfici alla idea di giustizia in occidente perché, in questo sono troppo vecchio, non cado nella trappola di mettere come paradigma soltanto il paradigma occidentale.

Ho tentato di presentare una visione molto imperfetta e molto incompiuta di una possibilità di vita umana senza la necessità di  puntare sulla giustizia o sull’ingiustizia o sulle leggi o sulle non-leggi.

 (Riportato da Noisiamochiesa)