Per non evadare i temi scottanti
La nota di Massimo Franco
Prodi insiste sul partito unico anche per impedire al premier di dettare l'agenda
Sembra quasi che Romano
Prodi stia conducendo una campagna elettorale parallela. Fuori dalle polemiche
astiose sul caso Ds-Unipol-Berlusconi; fuori dalla competizione strisciante fra
gli alleati dell'Unione; e tutta concentrata su un progetto di Partito
democratico che va avanti quasi irridendo le richieste di parlare: si tratti di
esprimere solidarietà a Piero Fassino e Massimo D'Alema sull'Unipol, o di
rispondere per le rime al presidente del Consiglio. «Io parlo di contenuti, non
attacco nessuno: è lo schema di lavoro che mi sono imposto», fa sapere il leader
del centrosinistra. «Voglio una campagna elettorale senza insulti o attacchi
personali».
Ma il suo silenzio si limita ad alcuni temi. Su altri, il Professore continua a
far cadere, goccia dopo goccia, un distillato che rende nervosi Ds e Margherita,
oltre al governo. Il tentativo prodiano di emanciparsi dalla tutela degli altri
leader, ormai, è trasparente. L'obiettivo è di essere «l'amalgama tra partiti e
società civile»: qualcosa che lo pone al di sopra dell'Unione, senza tuttavia
essere percepito come avversario. Ma l'insistenza con la quale ieri Prodi è
tornato a lamentarsi per l'oblio sullo «spirito delle primarie», reintroduce il
braccio di ferro con gli alleati.
La sua sembra un'amarezza sincera e insieme studiata. Gli serve infatti per
rivendicare «il dovere morale di usare il potere che mi è stato dato da oltre
quattro milioni di persone»: adesso, e quando si formerà il governo, se l'Unione
vincerà le elezioni del 9 aprile. Ecco perché ripropone una lista unica al
Senato, già scartata. E rilancia un tema ostico a poche ore dal vertice
dell'Unione fissato per stasera. Ma stavolta gli arriva una replica piccata e
congiunta: Franceschini e Chiti, coordinatori di Margherita e Ds, ribattono che
è inopportuno ridiscutere gli «assetti organizzativi di fronte all'aggressione
della destra».
Eppure, a Prodi il Partito democratico deve apparire l'unico modo per impedire a
Silvio Berlusconi di imporre la propria agenda elettorale a tutti. La novità di
ieri è il taccuino: gli appunti scritti che il premier ha letto davanti ai
giornalisti nella residenza privata di Palazzo Grazioli. Significa
l'ufficializzazione di un'offensiva contro i Ds sull'Unipol, che non ha nulla di
estemporaneo e «a braccio». A memoria, una delle poche volte che il premier si
servì di un foglietto per rispondere alla stampa fu nel dicembre del 2003,
quando si cominciava a parlare di Bankitalia. Segno che teme di pronunciare
qualche parola di troppo; ma anche che vuole creare il massimo impatto.
Ormai la strategia è chiara: il caso Unipol «deve» restare aperto. Prima con la
telefonata tra Fassino e Giovanni Consorte; ieri con «quei 50 milioni di euro»
ricevuti dall'ex presidente dell'Unipol. Per palazzo Chigi si tratta di un caso
nutrito da «verità» politiche, e calibrato sulla campagna elettorale. E un
risultato Berlusconi lo sta ottenendo: costringe l'Unione a reagire, seppure ad
accuse liquidate come inconsistenti. Pazienza se il premier inciampa in qualche
gaffe e registra con ira la freddezza di Udc e Lega (ma non di An). A palazzo
Chigi basta il «taccuino»: quello che Prodi vuole ignorare, per evitare che
l'Unione resti inchiodata a vita al caso Unipol.
Massimo Franco - Corriere, 16 gennaio 2006