Cara Ausilia,
Si, è molto bella la lettera di Marta
(clicca), ma spesso sono
le donne a porsi questa fatidica domanda, ma mi piacerebbe che qualche volta
fossero i preti in questione a esaminarsi: che diritto ho io, prete in
esercizio, di legare a me una persona e privarla di una vita normale? Che
diritto ho io di tenerla legata a me, concedendole solo gli avanzi della mia
vita, considerando che tanto lei mi ama lo stesso?
che diritto ho io di avere la botte piena e la moglie (si fa per dire)
ubriaca? Rimanere nel pieno esercizio delle mie funzioni e, come dice Marta del
suo «lui», combattere la guerra del celibato da prete (pur avendo le mie
soddisfazioni) senza nessuna sensibilità nei confronti della prima "vittima"?
Come vedi, Ausilia, non ho risposte, ma solo un sacco di domande.
Perché noi donne dobbiamo sentirci sempre in colpa? In colpa di che?! Di
vivere come ruota di scorta?
Come ho scritto di recente ad una mia amica tormentata dall'amore per un
prete: L'amore è libertà e sopratutto non strumentalizza nessuno!
Ciao, Joelle
Cara Joelle, la lettera di Marta rispecchia tanta chiarezza di visuale circa diversi aspetti connessi l’amore difficile tra un prete ed una donna. Ho già scritto, in risposta a Marta, quel che penso. Aggiungo a quanto tu affermi e che condivido in pieno (e non finisco di ammirare la tua maturità) che la frase «l’amore è libertà» la porrei, non all’inizio, ma al termine di un processo che può essere anche tortuoso e lungo. L’importante è proporsi insieme di «crescere»; o anche proporselo, cammin facendo. Come vedi sono meno «credente» nell’amore, ma più fiduciosa nelle sue possibilità: per esperienza mia e altrui.
Un bacio, Ausilia