Europa, niente sconti all'odio
La fermezza contro il fondamentalismo
di
Gianni Riotta
Hamas vuol dire «zelo», ma è anche la sigla di Harakat
al-Muqawama al-Islamiya, Movimento
di resistenza islamica. Da «zelanti», spiega lo studioso israeliano Reuven Paz, «gli uomini di Hamas spendono 60 milioni l'anno in scuole, orfanotrofi,
moschee, ospedali, mense popolari, palestre». Da «resistenti», le brigate Izz al-Din al-Qassam
hanno organizzato 350 attentati terroristici contro Israele, massacrando con i
kamikaze oltre 500 innocenti e mutilandone migliaia. Questa è la forza centauro
che ha trionfato nelle elezioni palestinesi, capovolgendo il Medio Oriente,
cancellando l'eredità di Arafat,
mettendo Israele davanti a un nemico mortale, costringendo americani ed europei
a riconsiderare, col cuore in gola, le strategie. Gli osservatori scettici
sulla democrazia nei Paesi arabi obietteranno che, senza il voto, Hamas sarebbe rimasta rinchiusa
nelle cantine di Gaza. Già in Algeria e adesso in Iran, un libero voto ha premiato
i fondamentalisti violenti, come i seguaci
dell'organizzazione fondata negli anni '60 dallo sceicco Yassin,
sull'orma dei Fratelli Musulmani.
Ma la
democrazia rispecchia la realtà,
Hamas non nasce nelle urne e la sua forza, concordano il foglio israeliano Yedioth
Ahronoth e l'arabo Arab
news, è alimentata dal risentimento della popolazione per la corruzione e
l'inefficienza di Fatah. Meno di un palestinese su
cinque condivide il proclama di Hamas, «far
sventolare la bandiera di Allah, cancellare Israele»:
i 76 seggi conquistati, contro i 43 di Fatah,
esprimono protesta e frustrazione, ma se Hamas
imponesse la sharia, il canone islamico, nei
turbolenti villaggi del West Bank, la sua vittoria
potrebbe rivelarsi effimera. Spiazzati, americani ed europei reagiscono con
toni diversi, il presidente Bush circospetto, attento
alla nuova situazione, pronto a denunciare il retaggio terrorista e l'odio per
Israele, ma senza enfasi. Gli europei attoniti, inquieti, amareggiati nel
constatare quanti guasti abbiano prodotto gli anni
sprecati a vezzeggiare Fatah e Olp,
senza chiedere il conto per le violenze, gli sprechi, le riforme fallite e la
pace mancata. Corrotti, decadenti, privi di visione, i
centurioni di Fatah si svegliano circondati
dalle verdi bandiere islamiche, ostaggio di un passato perduto. Israele
giocherà le carte senza fretta, dopo avere scelto il leader che raccoglierà il
carico di Sharon.
Da
tempo crede poco al dialogo con i palestinesi e prova a sciogliere i nodi da sola. Sa che,
lasciata a se stessa, Hamas continuerà a occuparsi della sua rete di assistenza senza smantellare
però gli arsenali del terrore, pronta a riaprirli quando riterrà opportuno. Per
gli europei il «terremoto in Medio Oriente» di cui scrive il
Jerusalem Post, apre un dilemma affilato: ignorare la
forza di Hamas è ormai impossibile, ma provare a
ingaggiare l'Hamas di oggi alla tradizionale
diplomazia dell'Unione, carote senza bastone, negoziato e finanziamenti a
pioggia, porterebbe a disastri. Eppure — per quanto arduo appaia
in questa storica giornata — si può immaginare in Palestina un'evoluzione
analoga a quella degli Hezbollah in Libano, violenti
convertiti alla politica, o in Turchia, dove i partiti islamici al governo non
hanno sconvolto il Paese nell'intolleranza. L'Unione deve confrontare Hamas con risolutezza, pronta a cogliere ogni apertura, ma inflessibile davanti a odio, violenza, terrore.
È l'unica strada, per impervia che appaia, verso la
remota pace.
27 gennaio 2006