Ken Saro-Wiwa, «Sozaboy»,
Baldini Castoldi
- Dalai editore - 288 pagine - 14 euro
Chi ha amato un anno fa «Foresta di fiori» [Socrates], l’unico altro libro di Ken
Saro-Wiwa sinora apparso in italiano, si ritroverà in
un luogo noto, a Dukana. Riconoscerà
alcuni personaggi, intrecci, pregiudizi [«La gente dice che la donna non ha
bocca»]; c’è persino il furgone «Progresso». Siamo in una periferia
della Nigeria, forse «all’orlo del mondo». All’inizio «tutti erano contenti a Dukana». Dura poco: «La radio continua a blaterare discorsi
sempre più complicati»; il nuovo governo «diffuse la notizia che nessuno poteva
più ballare o suonare poiché c’erano casini».
L’io narrante è il giovane
Mene, apprendista autista: oscilla fra qualche sprazzo di furbizia e abissi di
ingenuità, dovuti soprattutto all’ignoranza di ciò che gli accade intorno. Il
suo orizzonte è stretto: vuole guidare, trovare cioè
un buon lavoro, e sposarsi. Se no, «cosa gli racconto
al mio Dio quando lo incontro?». Non ha alcuna idea di
cosa siano questi casini, di che voglia fare il governo o di chi sia il nemico.
Gli interessa molto più andare all’African Upwine Bar: è qui che incontra Agnes,
con «tette da favola» [d’ora in poi Mene la citerà sempre così]. Mentre si continua a parlare di guerra, Mene è interessato
solo a tessere la sua tela per sposare Agnes. Ci
riesce. Mentre si gode l’improvvisa felicità, il
ragazzo scopre d’avere un problema: sua madre non vuole faccia il «soza», il soldato; Agnes pensa
all’opposto. Lui non sa decidere. Nel villaggio l’unico con
esperienze belliche – 20 anni prima, in Birmania contro un misterioso e
potentissimo «Hitla» [cioè
Hitler] - ancora si sente un grand’uomo. Sempre più
il ragazzo è tentato di arruolarsi. Gli appiccicano il soprannome «Sozaboy». A quel punto il suo destino è segnato: convince
la madre a dargli i soldi e corre ad arruolarsi.
Il ragazzo-soldato inizia [qui la
vicenda oscilla fra l’esilarante e il grottesco] l’addestramento. Lui
mantiene la sua confusione; «lo sapete come sono le faccende dei soldati: mica
puoi fare domande, devi soltanto ubbidire». La guerra gli si avvicina;
d’improvviso ci si ritrova dentro. Ken Saro-Wiwa non risparmierà a Mene alcun orrore.
«Dappertutto, un sacco di carne umana ma tutta fatta a pezzettini! Dita,
unghie, capelli, cazzi e coglioni».
Su di lui incombe anche Manmuswak [«l’uomo deve
mangiare» o «l’uomo deve vivere»] un personaggio dai
mille volti: ora fra i nemici e ora fra gli amici che sempre più si confondono.
«Non capivo come questo Manmuswak potesse combattere
da tutte e due le parti nella stessa guerra». Durante la sua fuga disperata, Sozaboy torna a Dukana: la trova
distrutta. Tutti scappati tranne Bom e Duzia, che raccontano a Mene: i «soza-nemici»
sono arrivati lì, «a fare le stesse cose» che gli altri «soza»
[l’esercito amico] avevano già fatto prima: «Tutti voi
soldati siete fatti allo stesso modo», uguali «come monetine da due centesimi».
Per il ragazzo-soza inizia
un’altra odissea, alla ricerca della madre e di «Agnes,
tette da favola». Spera di trovarle in mezzo ai campi-profughi, «un letamaio
umano e tutta quella gente che ora chiamano rifugiati ormai è gente che hanno
gettato via come immondizia». La conclusione del libro è inevitabilmente
tragica: per Sozaboy – come per i nigeriani –
l’incubo non finisce quando uno dei due eserciti si
arrende.
Senza nominarla, Ken Saro-Wiwa attraversa la lunga guerra nata dalla secessione
[fomentata dai francesi] del Biafra e tutti gli orrori che ne seguirono fra il
1967 e il 1970. Gli eserciti avversari non hanno nome e si possono confondere;
si combatte senza capire; anche quando le armi tacciono comunque
l’ingiustizia si ripresenta subito sotto altre spoglie. Lo scrittore mostra le
terribili verità che, il 10 novembre ’95, portano a morte il Ken Saro-Wiwa «politico»,
colpevole in quanto difensore [disarmato] degli Ogoni
contro i soprusi dei petrolieri - la
Shell in testa ma anche l’italiana Agip, come ricorda Itala Vivan in
coda al libro – veri burattinai di ogni dittatura
militare in Nigeria.
è un romanzo capace di
alternare sempre il registro tragico e quello comico, i tempi lentissimi del
villaggio e poi quelli frenetici dei combattimenti o delle fughe. Ken Saro-Wiwa ci porta nel cuore
profondo della Nigeria ma ricordandoci che le guerre sono tutte uguali. «Sozaboy» ci fa entrare nella testa di un protagonista
ingenuo fin quasi alla buffoneria: un disperato anti-eroe che, vedendo per la
prima volta un bombardamento, ride istintivamente di quegli aerei che «cagano»
per scoprire in pochi istanti che dal cielo sta piovendo la morte.
Fin dalla prima parola del
libro [«numbero» invece di numero] chi ha in mano «Sozaboy»
intuirà di dover fare i conti anche con un giocoliere del linguaggio: il
consiglio è affidarsi totalmente al piacere che emerge delle pagine con il solo
aiuto del piccolo glossario in coda al volume, resistendo alla tentazione di
cercare spiegazioni nella nota critica di Itala Vivan che invece è assolutamente necessaria – alla fine –
per collocare «Sozaboy» nel giusto contesto
storico e letterario. La scrittura risulta avvincente
quanto la trama. L’autore usò un inglese «rotten»,
misto di linguaggio corretto e «corrotto» con modi di dire, storpiature, tic,
invenzioni, parole onomatopeiche, soprannomi [un personaggio si chiama Smog ma sta per «Save me o God»], volute ripetizioni, variazioni impreviste e persino
il «mambo-jambo» cioè il
parlato quasi incomprensibile che si usa durante i deliri. Non è difficile
comprendere come il traduttore [Roberto Piangatelli,
supportato da tre persone fra cui la moglie nigeriana] abbia
fatto i conti con la classica impresa impossibile. Si poteva vincere la
sfida della traduzione, lo sottolinea Itala Vivan, soltanto «tradendo»: cioè re-inventando il tanto che
non esisteva in italiano. C’è da augurarsi che l’uscita dell’impossibile
«Sozaboy» in Italia [vent’anni dopo quella in Nigeria] spinga i nostri editori a recuperare
altre opere di uno scrittore straordinario che fu anche un coraggioso difensore
del suo popolo.
(Daniele Barbieri - Carta n.
40/2005)