Omelia nella Messa delle Ordinazioni

presbiterali - Como, Cattedrale, 11/06/05  

Al termine della vita seminaristica, dove il Signore vi ha umiliati e messi alla prova – con tanta allegria, del resto -, eccoci al momento fondamentale della vostra esistenza: la tappa della consacrazione presbiterale.

1. Mediazione

Il rito solenne che stiamo celebrando non è una parata priva di contenuto. Il celebrante primo e ultimo è il Signore Gesù che rivela l’uomo all’uomo, che salva dal peccato e rinnova l’universo.

L’opera del Signore Gesù non si limita al cambiamento di paramenti e nemmeno all’attribuzione di funzioni. Egli prende possesso di voi e vi trasforma in lui al punto che diventate suoi strumenti, sue mediazioni, sue visibilità, sue presenze orientate alla Chiesa: la Chiesa da costruire soprattutto attraverso l’Eucaristia. Ciò significa che siete raggiunti nell’essere soprannaturale e conformati a lui, maestro, sacerdote e pastore fin nelle fibre più intime della vostra vita e per sempre. Uscirete dalla cattedrale trasformati in strumenti e mediazioni di Cristo, perché in modo particolare siete stati mutati in lui, sacerdote sommo ed eterno, unico salvatore dell’umanità e del cosmo. Sarete mistero a voi stessi e non dovete lasciarvi prendere dal tarlo dell’abitudine: imparate a stupirvi nella contemplazione e nella gratitudine per ciò che siete, per ciò che il Signore Gesù vi ha fatto.

2. Trasparenza

Ogni credente è in qualche modo rifrazione di Cristo attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Per voi questa presa di possesso da parte di Cristo deve diventare trasparenza di Cristo. La gente, vedendo voi, deve quasi immediatamente pensare ad altro: pensare ai rovelli e alle angosce che porta dentro per poter trovare la pace che solo il Signore Gesù dona: il Signore Gesù che voi rappresentate e recate.

Non diventate preti per voi stessi, ma per i fedeli a cui sarete mandati. Non potrete attribuirvi i risultati autentici che la vostra attività pastorale raggiungerà. Il far prevalere le vostre persone rispetto a quella di Cristo significherebbe oscurare la rivelazione e privare gli uomini della salvezza eterna. Il peccato del clericalismo consiste proprio nel mettere da parte l’Autore principale della redenzione e prenderne il posto, noi che pure siamo redenti e dobbiamo conformare la nostra esistenza a Cristo. Non abbiamo una nostra verità da imporre: siamo soltanto l’eco della verità che il Signore Gesù ci ha dato e che lo Spirito santo ci aiuta a penetrare. Non abbiamo una nostra grazia da elargire: siamo sacramentalmente rifrazioni di Cristo a cui dobbiamo rendere il merito e la grazia dei risultati che raggiungiamo e degli sforzi che compiamo. Dio ha voluto rendersi uno di noi incarnandosi in Gesù di Nazareth. Dio, attraverso Gesù di Nazareth, il risorto vivente, ha voluto aver bisogno di noi perché gli uomini si salvassero pienamente.

3. Applicazioni

Queste brevi note sul sacerdozio ci suggeriscono alcune applicazioni che sembrano inderogabili non solo per oggi e per i giorni prossimi, ma per sempre. All’emozione può seguire l’assuefazione che divora tutte le virtù.

a) Siate uomini di contemplazione: uomini innamorati di Cristo così da assumerne la mentalità, il sentimento, la dolcezza e la decisione. Un sacerdote che non prega non sa più che cosa ci stia a fare nella Chiesa e nel mondo.

b) Riservate del tempo allo studio per non rassegnarvi a ripetere ciò che la macchina del consenso vi mette nella mente e sulle labbra: e l’argomentario va sempre più riducendosi, fino ad allinearsi e a chiudersi nella evasione – da che cosa? – e nella ricerca del gradevole. Mentre la redenzione non avviene senza il sangue o almeno la fatica.

c) Coltivate amicizie sacerdotali con cui confidare i vostri crucci, le vostre impressioni, le vostre iniziative. Non c’è prete senza presbiterio e senza Chiesa. Quando vi accorgerete di stare a disagio e a malapena con i vostri confratelli, sappiate che è giunta l’ora di rivedere la vostra fisionomia e il vostro operato.

d) Accostate la gente non per il gusto di essere diversi nella comunicazione. Sappiate leggere nei cuori delle persone che avvicinate, oltre la patina di una felicità a comando. Siate ministri dell’inquietudine. Tenete vivo il rimorso che spesso attanaglia i cuori degli uomini. Annunciate la misericordia esigentissima dei comandamenti e delle beatitudini. Fate intuire, però, che l’impegno morale non è una serie di principi astratti e inibenti, ma il modo giusto di amare. Per offrirsi come un collega d’ufficio o un amico di bisboccia o di chiacchiericcio, non è necessario essere preti. Annunziate la parola, insistete in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonite, rimproverate, esortate con ogni magnanimità e dottrina. Sempre con la gentilezza di chi è pronto ed è lieto di trovare degli agganci già aperti al cristianesimo.

e) Non chiudetevi in gruppi ristretti che si gratificano nel ritrovarsi in pochi e nel parlare di nulla (o della situazione attuale della fede, che spesso è la stessa cosa). Gesù ci ha mandati a predicare il vangelo e a battezzare tutte le genti. Questo anelito missionario è ciò che esprimiamo in ogni messa, quando nelle formule consacratorie recitiamo: per voi e per tutti. Con l’annuncio arriverà il momento del consiglio richiesto da parte dei fedeli che vi sono affidati. E’, questa, una forma sublime di paternità che trova la sua massima espressione nel sacramento della penitenza.

f) Siate nel mondo, ma non del mondo. Gli uomini di oggi – come quelli di sempre, lasciati a se stessi – non hanno bisogno di un competente in più in affari umani o in conversazioni sfilacciate e inconcludenti: chiedono la compassione di chi annuncia il vangelo a loro perché vivono nel deserto delle sensibilità e degli affetti e hanno bisogno del pane di Dio, oltre che del benessere che spesso già hanno. Inculturare il vangelo non significa assumere in toto la cultura che troviamo diffusa. Ci può essere una cultura che fa a pugni col vangelo. Altre che sono più accoglienti, ma hanno sempre bisogno di essere purificate prima di immettervi la rivelazione e la salvezza.

g) Innamoratevi di Cristo così che anche la beatitudine della castità vi si mostrerà possibile e gioiosa: sia puro il cuore, pura la mente, puro il corpo, e non abbiate paura di riconoscervi deboli. Aggrappatevi al Signore del perdono e della letizia. E sappiate che la purezza è virtù di risultanza: nasce dalla preghiera, dall’iniziativa pastorale e missionaria; nasce dall’amicizia sacerdotale; nasce anche dall’austerità della vita.

Maria ci assista come madre dei sacerdoti. La nostra tradizione di Santi ci sostenga e ci indichi il cammino da percorrere.

 

Un adattamento laico e semplice in alcune parti

 

 

trattati da amici

 

 

 

1. Discepolato apostolico

 

 

 

 

 
 

 

vi rende partecipi della sua missione nel mondo
 

 

iniziate un percorso di vita alla Sua sequela, da apostoli (testimoni) del  vangelo che predicate

 

 

farete voi ciò che Egli farebbe se fosse materialmente sulla terra

 

 

 

 

 

 

 

Accoglierete con la più grande e gioiosa semplicità, giorno dopo, giorno il dono di Dio che vi vuole a servizio del Vangelo

 

felici di essere investiti della sete di comunicare Cristo agli altri anche con l’esempio della vostra vita

 

 

 

 

 

 

 

Spogliatevi di ogni pretesa ad usare il dono di Dio (di servirLo nel prossimo) come si trattasse  di un privilegio;

ritenetelo piuttosto come un talento da far fruttificare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un prete che non prega si priva della più grande risorsa per adempiere gli impegni presi 

 

 

 

Lo studio assiduo nutra la vostra mente perché, insieme all’educazione del cuore, possa aiutarvi ad approfondire la Parola di Dio in modo da saperla comunicare

 

 

 

 

Una sana amicizia con altri preti di collaudato stile di vita, idoneo alla vostra scelta

è un corroborante prezioso nella missione

 

 

Sappiate vedere negli altri dei fratelli nella fede

unendo la vostra ricerca di Dio alla loro.

Fate superare le paure e ispirate la fiducia

in Colui che è sempre Padre

 

 

 

Siate il buon amico che ha un dono (non suo) da comunicare, e lo fa ricordandosi del detto evangelico in bocca a Giovanni Battista: “che Lui cresca e che io diminuisca”

 

 

 

La missione dell’evangelizzazione che assumete vi dilati ad una visione universale: Cristo è di tutti.

Annunziate il Vangelo in modo che coloro i quali vi ascoltano se ne facciano anche loro annunciatori. Nessuno è padre o maestro; siamo tutti fratelli, assieme a Cristo, perché tutti ugualmente figli, bisognosi dell’amore e del perdono del Padre

 

 

 

 

 

 

di essere incoraggiati ad una visione (di tutto e di tutti) illuminata di trascendenza

 

di rivedere la cultura alla luce del Vangelo per trovare un sano orientamento nel valutare ogni realtà

 

 
Innamoratevi di Cristo per poterLo amare anche nelle creature con la stessa passione e gli stessi sentimenti di Cristo e allora saprete assumere tutte le forme dell’amore, distribuito in maniera diversa a seconda del posto che occupa ciascuno nella vostra vita



Ci aiuti Maria che seppe amare Gesù in qualità di madre, di discepola, di apostola