Match Point
di Woody Allen
con Jonathan Rhys Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Brian Cox, Matthew Goode, Penelope Wilton, Ewen Bremner,
James Nesbit, Rupert Penry-Jones (Gb/Usa 2005)
Non lasciatevi ingannare:
è vero che non si ride in questo film, ma si tratta sempre di un Woody Allen di grande annata.
Forse persino più grande del solito, se solo lo si lascia un po' decantare
nella memoria e si è disposti a confrontarsi con un "moralista" che
di solito si nasconde dietro le battute e qui invece lo fa dietro le citazioni.
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Perché
la frase detta all'inizio del film, sulla differenza tra fortuna e talento e sulla sua presumibile
influenza sulla carriera di un giovane tennista, si rivelerà alla fine un
ennesimo inganno. Vedrete, nel più bello del dramma, cosa vuol dire se una
pallina viene rimandata indietro dalla rete. O, meglio, se una monetina viene
rimandata indietro da una balaustra… Che Woody Allen sia un grande moralista, uno dei pochi rimasti nel
cinema americano, mi sembra un dato di fatto incontestabile.
Tutta
la sua carriera gira attorno ai temi della colpa e del rimorso, della punizione e della espiazione, anche se nella
maggioranza dei casi venivano “mascherati” dietro a battute e gag. Chi si
ricorda un film in cui non ci sia un tradimento, un marito che inganna la
moglie, un’amante che cerca altre avventure? Anche in Match Point
ci sono gli stessi temi: il protagonista, un giovane irlandese spiantato che ha
sfondato grazie al suo fascino e alla sua bravura a tennis (è stato per un po’ anche
professionista), si sistema sposando la ricca figlia di un finanziere ma la
tradisce con un’aspirante attrice americana in trasferta a Londra, ex fidanzata
del cognato.
Mancano
le gag, ma non è una mancanza grave. Perché Allen dimostra un’insospettata
abilità nel far crescere la tensione, nel creare angoscia e usa queste sue
qualità troppo a lungo tenute nascoste per obbligare lo spettatore a fare i
conti con la propria morale.
Sul
tema del delitto senza castigo, Allen
si era già misurato in Crimini e misfatti e, in maniere più laterali, in Ombre
e nebbia. Qui, forse facilitato dalla trasferta produttiva in terra inglese e
dalla coproduzione con
È un Woody Allen filosofo quello che a
un certo momento prende in
mano il filo del racconto, che oltre agli spartiti di jazz sembra aver frequentato
con una certa consuetudine anche Pascal e Dostoevskij, e che smonta pezzo dopo pezzo il mondo
praticamente perfetto in cui ci aveva fatto entrare. Non solo dal punto di
vista morale ma anche da quello figurativo se le eleganti atmosfere alla Henry James che dominano la prima
parte del film diventano più acide e contraddittorie con lo spostamento dai
campi di tennis e dalle ville di campagna alla nuova Londra della Tate Modern e dalla galleria Saatchi.
E alla fine manda in frantumi persino quel tanto di hitchcockiano
che aveva costruito (anche con insolite citazioni cinefile
alla partita a tennis di Delitto per delitto): il re del giallo non avrebbe mai
lasciato che un poliziotto non risolvesse un delitto, qui il re della commedia
fa ben di peggio…
(Dal Corriere)