Hamas e Iran: i rischi di alcune elezioni
L’auto-distruzione della
democrazia
di
Giovanni Sartori
La
clamorosa vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi del 25 gennaio scorso
ha risollevato un problema che veniva già dibattuto
negli anni Quaranta: se la democrazia possa uccidere la democrazia. Perché Hamas non è soltanto una organizzazione
terroristica; è anche espressione di un fondamentalismo islamico che rifiuta in toto
l’idea stessa di democrazia. Negli anni Quaranta il caso emblematico fu quello di Hitler,
che indubbiamente conquistò il potere e travolse la repubblica di Weimar, nel 1933, insediato dalla volontà popolare.
Allora
la dottrina si divise e per alcuni (ma non per tutti) la democrazia non doveva consentire la propria
auto- distruzione. Poi il dibattito si spense, anche perché l’Occidente divenne
tutto democratico. Proprio tutto, in verità, no. L’America Latina ebbe Peron
(e non solo lui); ma sull’America Latina abbiamo sempre voluto e dovuto
chiudere un occhio benevolo. Ma l’occhio sull’Islam non lo possiamo
chiudere. Il problema è troppo grosso, ed è anche un problema nuovo e diverso.
In Occidente la dittatura fu preceduta da sistemi democratici e fu insediata da
uno strumento, l’elezione, della democrazia preesistente.
Quindi
allora era esatto chiedersi se una democrazia deve consentire il
proprio suicidio. Ma nel mondo islamico il caso emblematico
è quello dell’Iran e (all’incontrario) quello dell’Algeria, e in nessuno dei
due casi l’elezione che ha segnato il destino dei due Paesi si situava in un
contesto democratico. Nel 1979 gli americani — da sempre afflitti da «falsa
coscienza» — mollarono in Iran lo Scià e consigliarono ai suoi generali di
arrendersi. Quei poveri generali furono subito fucilati; e se il deposto Scià
era un despota, era pur sempre un despota «illuminato » che cercava di
modernizzare il suo Paese, mentre il suo successore, l’ayatollah Khomeini, era (e lo si sapeva) un
despota oscurantista che prometteva una durissima «Repubblica islamica» (si
chiama ufficialmente proprio così).
Poi
c’è stato il caso dell'Algeria nel 1992. Le anime belle del
«purismo democratico» deplorano da sempre che i generali non abbiano rispettato
il responso delle urne. Ma è
grazie a quei generali «antidemocratici » che oggi l’Italia riceve il metano
senza ricatto islamico, e che l’Occidente si è risparmiato un’altra minacciosa
teocrazia alla Khomeini. È importante, allora,
chiarirsi le idee. In Germania nel 1933 una elezione
uccise una democrazia. In Iran il voto ha istituzionalizzato un dispotismo
rinforzato. Pertanto non è vero che se c’è elezione
c’è democrazia, o che le elezioni producano democrazia. Il Papa è eletto dal Di per sé una elezione è soltanto un metodo di scelta dei capi. collegio dei cardinali, ma resta un sovrano assoluto.
Le
tribù germaniche (e altre) eleggevano i propri capi, ma non ne seguiva nessuna democrazia. Dunque le
elezioni sono strumento di democrazia se, e soltanto se, avvengono nel contesto di un sistema di strutture democratiche, e
soltanto se sono gestite da partiti che professano valori democratici. Il che non è il caso di Hamas né del
khomeinismo. Le elezioni non sono un toccasana
che sana tutto.
Teniamolo anche presente,
a futura memoria, per i Fratelli Musulmani in Egitto.
Corriere, 08 febbraio 2006