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Maurizio Pallante, La decrescita
felice, Editori Riuniti 2005
Si può essere felici perché l’economia
non cresce? «Certo che no!», risponderebbero per la strada. Identica sarebbe
la posizione di imprenditori e operai, finanzieri e
impiegati, professori e contadini. Persino la politica, sconquassata come non
mai da fratture e divisioni, ritroverebbe unità nel respingere la domanda
come una provocazione assurda. Quello della crescita del Pil
[il prodotto interno lordo] è forse l’ultimo vero dogma dell’età contemporanea,
l’unico che nessuno aveva ancora osato mettere
seriamente in discussione. Certo ne erano già stati
sottolineati limiti e pericoli: il benessere ridotto alla misura della
quantità delle merci prodotte, per un verso;e la capacità di tenuta dell’ambiente
naturale a fronte di un’economia protesa alla crescita infinita, per l’altro.
Ma che venisse esplicitamente posta la questione
della diminuzione del Pil ancora non era accaduto.
Lo ha fatto Maurizio Pallante nel libro «La
decrescita felice» – un titolo che a molti suonerà come un ossimoro – in
questi giorni in libreria per i tipi degli Editori Riuniti.
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Pallante è uno che parla
chiaro. Ha il gusto della provocazione, ma anche il pallino della concretezza.
Non si limita a criticare, propone anche. Il suo libro
è, insieme, una lucida lettura delle perversioni e delle contraddizioni della
nostra società e un manuale di consigli pratici da applicare nella vita
quotidiana. Dall’analisi di concetti-chiave della cultura
occidentale – innovazione e progresso – all’autoproduzione
dello yogurt, in un libro che si legge d’un fiato.
La tesi centrale de «La decrescita felice»
è che l’economia basata sulla crescita del Pil
rappresenta un inganno: pretende di rispecchiare il benessere di una società,
ma in realtà si limita a calcolare la quantità delle merci prodotte. E non sempre crescita della produzione e benessere vanno
d’accordo. Rimanere bloccati nel traffico fa crescere
la quantità di carburante consumato, ma certo non migliora la qualità della
vita. Lo stesso vale per le calamità naturali: la ricostruzione di New Orleans
darà una bella spinta all’economia statunitense, ma è
facile immaginare che gli abitanti della città avrebbero fatto volentieri a
meno di Katrina. Il punto è che l’economia odierna
non distingue più tra beni e merci, ignora gli uni e pone esclusiva attenzione
sulle altre. Quel che conta sono le cose comprate e vendute,
tutto il resto non esiste: gli stessi pomodori di uno stesso orto fanno salire
il Pil se immessi sul mercato, ma non esistono se
finiscono sulla tavola di chi se li è coltivati. La logica cui è
improntato il sistema attuale è quella della continua
crescita delle merci prodotte. Dire che il Pil non
cresce è diventato un tabù: quando le cose vanno male si dice che «la crescita
è negativa». Conseguenza inevitabile di tale impostazione è il progressivo
inserimento di quasi ogni sfera della vita sociale nell’ambito dei circuiti
mercantili: se l’imperativo è quello della continua crescita della produzione,
allora si devono conquistare sempre nuove sfere di mercato, perché quelle
tradizionali prima o poi raggiungono la saturazione. Ecco allora che anche i bisogni fino a pochi decenni fa assolti in
famiglia – si pensi alla cura dei bambini e degli anziani – trovano ora
soddisfazione sul mercato. Poco alla volta la logica mercantile ha
rimodellato le stesse strutture sociali a misura delle proprie esigenze: quel
di cui ha bisogno è di una massa di individui isolati
che sanno solo consumare, perché incapaci di far fronte ad alcuna delle proprie
necessità né personalmente né tramite la propria sfera di relazioni. Pallante porta
alle estreme conseguenze il ragionamento, applicando la sua chiave di lettura
al sottosviluppo, alla disoccupazione, allo stato sociale, al
femminismo, al Sessantotto, all’arte contemporanea. Qualcuno potrà rimanerne a tratti sconcertato, tante sono le certezze rimesse in
discussione. Altri potranno provare fastidio per un libro che è
contemporaneamente rivoluzionario e reazionario, attacca la destra e la
sinistra, propugna la difesa dell’ambiente e se la prende con gli ecologisti, reclama la riscoperta delle conoscenze tradizionali e
sostiene la capillare diffusione delle più avanzate tecnologie energetiche.
Sembrano aspetti inconciliabili; e invece il libro sorprende per la sua
rigorosa coerenza, la linearità delle argomentazioni, la limpidezza del
ragionamento.
Coerenza e limpidezza che si ritrovano
anche nella parte propositiva. L’idea è quella di tagliare l’erba sotto
i piedi al sistema economico, escludendo il mercato ogni qualvolta sia
possibile soddisfare i propri bisogni autonomamente, tramite l’autoproduzione, o instaurando rapporti con gli altri,
attraverso scambi non mercantili basati sul dono e sulla reciprocità.
Diversamente da molti di coloro che si occupano di questi temi, Pallante non è un moralista: pur riconoscendo il valore
delle scelte ispirate alla sobrietà, le sue idee non si basano sui buoni
sentimenti. Il libro non ci chiede di rinunciare a una
parte del nostro benessere, ma, al contrario, ci indica la strada per vivere
meglio, svelando l’inganno di un’economia che spaccia la quantità per la
qualità. Comprare di meno vuol dire far diminuire il Pil,
ma non per forza significa avere di meno: basta prodursi da sé o scambiare con
altri autoproduttori quel che non si compra più. E sappiamo tutti che una marmellata buona come quella della
nonna di certo non la vendono al supermercato.
(Carta 41 - 2005)