Aggiornamenti______
Problemi di formazione sacerdotale
IL FATTO:
Da Jesus di marzo sintetizziamo un intervento di Amedeo Cencini della Pontificia Università Salesiana sul tema della formazione sacerdotale.
Nel panorama attuale ancora un po’ incerto della formazione permanente il settore "preti giovani" sembra quello più curato. Normalmente un po’ tutte le diocesi o istituti religiosi fanno qualcosa per accompagnare e favorire l’inserimento dei giovani presbiteri nell’apostolato a tempo pieno, con programmi anche ben congegnati e guidati. Destinatari sono i preti ordinati negli ultimi quattro o cinque anni, che s’incontrano con cadenza settimanale, quindicinale o mensile per alcuni giorni, secondo modalità che variano da diocesi a diocesi. È indubbia la valenza positiva di questi incontri di formazione permanente, per l’attenzione che esprimono per gli ordinati da poco. Attenzione però: spesso questi buoni intenti sfumano nel tempo o si riducono agli eventuali famosi corsi di aggiornamento annuali. Nonostante il prete sia ancora giovane.
Qualcosa non quadra:
1 Anzitutto il fatto più evidente, ovvero che tale formazione a un certo punto, cioè molto presto, di fatto termini o diventi poca cosa; ma questa, allora, è solo formazione prolungata, non formazione permanente.
2 Secondo elemento ambiguo: in questa logica la formazione permanente sembra identificata solo o soprattutto con l’aggiornamento, teologico o pastorale, o con una sorta di ricarica spirituale, per tenere alto il livello di tensione dello spirito, o pare in funzione esclusiva dell’adattamento del giovane don al ministero, perché sia graduale e non traumatico. Anche tale concezione, sebbene un po’ paternalista e difensiva, non è sbagliata in sé e risponde a precise esigenze dell’uomo-prete, ma è rivolta all’indietro o si accontenta solo di tenere vivo qualcosa.
3 C’è, infine, un ultimo aspetto piuttosto singolare. Questo modo d’intendere la formazione permanente del clero giovane finisce per concentrare la stessa nei giorni e nel contesto ambientale in cui si fanno questi incontri, escludendo in pratica o sottovalutando gli altri tempi (quelli dell’esercizio quotidiano ministeriale nel luogo assegnato e con gente qualsiasi). E anche questo pare alquanto equivoco.
Se scopo della formazione iniziale è proprio quello di creare nella persona la docibilitas, ovvero la libertà "d’imparare a imparare" o di lasciarsi formare dalla vita per tutta la vita, scopo della formazione permanente del prete giovane è anzitutto verificare tale libertà in atto, cioè nel primo impatto "senza rete" con la realtà stessa. Ed eventualmente stimolarla o sbloccarla. Oltre la semplice docilitas.
Il prete giovane non ha bisogno di per sé di ulteriori lezioni e informazioni, né basta che sia docile alle indicazioni ricevute e fedele agli impegni presi, deve semmai mostrare sempre più quell’intelligenza dello Spirito che gli consenta di riconoscere e lasciarsi formare dalla mano del Padre attraverso ogni situazione della vita, a cominciare dalle persone con cui vive e dal luogo in cui si trova, che lui non ha scelto, senza sognarne altri migliori, fino a vivere soprattutto il ministero come luogo per eccellenza formativo, ove l’evangelizzatore si lascia evangelizzare.
Diventa allora importante provocare il giovane presbitero a capire cosa dentro di sé gl’impedisca questa disponibilità intraprendente e creativa, o perché è meno libero di lasciarsi formare da certe situazioni o contesti relazionali, per esser poi sempre più docibilis nelle mani del Padre. Se non si libera ora di tali impedimenti, infatti, rischia di portarseli dietro (e dentro) sempre, e la formazione permanente diventa frustrazione permanente. Se invece se ne libera scopre la straordinaria valenza formativa della vita quotidiana del prete, aperta alle imprevedibili sollecitazioni divine. E vive la sua formazione permanente come dono quotidiano e sempre inedito.
IL
COMMENTO
Secondo me è un bell'articolo accademico. E basta.A mio avviso la formazione permanente del clero non deve essere rivolta al clero giovane, ma a tutto il clero. E non deve essere formazione, ma fucina di scambio di idee. Lo sappiamo come avviene la formazione: si sceglie un tema, si sceglie un oratore che sdottora, si conclude con la concelebrazione e con un'agape pantagruelica. I preti restano con i loro problemi e le loro sicurezze (o sicumere) . Problemi personali (celibato?, difficoltà di comunicazione con la gente?,essere funzionari di Dio o testimoni di Dio?...). Sicurezze (il diritto canonico dice così, questa cosa non s'ha da fare…).
Se un vescovo fosse davvero illuminato, non si preoccuperebbe di radunare mensilmente o quindicinalmente i preti per indottrinarli o aggiornarli, ma dovrebbe creare dei circoli dove condivide con loro i loro problemi. L'azione pastorale sarebbe più mirata e meno generalizzata, si troverebbero metodi diversi per affrontare problemi come quelli dei divorziati risposati, dell'approccio dei lontani e dei tiepidi…ma questo, per alcuni è gallicanesimo.
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