Fatti di
Chiesa________________
Sono entrato in seminario a 19 anni e sono diventato prete diocesano nel 1989. Cominciai con entusiasmo il mio ministero come collaboratore di un parroco pieno di fede e di iniziativa pastorale. Ero molto a contatto con i giovani, ma mi appassionava ogni aspetto della vita del prete. Lavoravo senza sentire la fatica e mi sembrava che il mio ministero fosse fecondo. Ben presto, sotto la vernice lucida della mia vita da prete cominciava a farsi sentire la ruggine dei problemi non risolti, o meglio, mai affrontati.
Nel tempo della mia formazione avevo sempre fuggito l'argomento del celibato: il motivo conscio era che lo ritenevo un argomento per chi aveva dei dubbi sulla propria vocazione, che porsi il problema era segno di debolezza e di poca fiducia in Dio. In realtà forse sapevo che porsi seriamente degli interrogativi avrebbe messo in discussione troppe cose e io amavo l'idea di diventare prete. Volevo essere il prete che mi sarebbe piaciuto incontrare: uomo prima che religioso, fratello prima che padre, compagno di strada prima che condottiero ed effettivamente mi sembrava di riuscirci. Posso dire di essere stato felice anche come prete.
Poi l'amicizia con una delle ragazze che frequentavano la parrocchia cominciò a diventare affetto, fino a che mi accorsi che mi stavo innamorando. La cosa più difficile fu ammetterlo a me stesso, ma quando finalmente ci riuscii, mi sembrò che il mondo crollasse attorno a me. Mi feci aiutare da un prete psicologo esperto in questo genere di problemi, ne parlai con altri confratelli che stimavo e anche con il mio parroco: c'erano delle inconsistenze da sanare, degli aspetti del mio modo di fare da correggere, una vita spirituale da rafforzare, ma per nessuno era necessario rimettere in discussione la scelta del celibato.
Ogni mio sforzo per superare la crisi sembrava assomigliare all'agitarsi di chi sta nelle sabbie mobili. La cosa più difficile era continuare a vivere in modo diverso dai sentimenti che ormai avevo dentro. Mi stavo chiudendo alle persone, anestetizzando la mia umanità per non sentire il dolore. Mangiavo sempre meno, avevo sonno scarso e disturbato, cominciavo a somatizzare il mio malessere interiore accusando spesso acciacchi. Vedevo che non riuscivo a comunicare più alcuna gioia e tutto quello che facevo era soffuso da una pesantezza e da una malinconia sconosciuta al mio carattere. Non mi riconoscevo più. Non c'era più gioia vera per me. Decisi di prendere un periodo di riposo, ma tornai anche più malandato di quando ero partito: ero prete da appena tre anni, ma mi sembrava di muovermi velocemente verso una distruzione psico-fisica.
Pochi giorni dopo il mio ritorno da quel breve soggiorno che doveva servirmi per recuperare le forze, mi resi conto della gravità della situazione. Domandai alla ragazza di cui ero innamorato, e che non vedevo da quasi un anno, di incontrarla. Lei, inaspettatamente, accettò. Le confidai il mio stato, ormai insostenibile, le dissi che avevo deciso di lasciare il ministero e che, se voleva, potevamo provare a ricominciare insieme, altrimenti l'avrei fatto da solo. M'ero innamorato della persona giusta. Il giorno dopo andai dal vescovo e dal vicario generale: non ero disposto ad aspettare un giorno in più: quello che dovevo fare era chiaro e non mi sarei più preso in giro: questa volta non mi sarei girato dall'altra parte. Certamente per loro deve essere stato difficile accettare la mia scelta: fatto sta che da quel giorno non ci sono stati più contatti con loro.
Nel giro di una settimana ero senza casa, senza un lavoro, senza un mestiere e anche senza un soldo. Qualche prete mi avvicinava, ma solo per verificare se c'erano spazi di ravvedimento: una volta constatata la loro assenza, si dileguavano.
All'inizio mi ospitò mia sorella, poi i miei genitori. Trovai dei lavoretti, vinsi una borsa di studio regionale, conseguii una laurea breve e dopo qualche mese dal primo lavoro sicuro mi sposai (civilmente). Adesso ho due figli e posso dire di essere di nuovo felice, con la consapevolezza di avere qualche scheletro in meno nel mio armadio.
Spesso penso ai miei confratelli e mi sembra incredibile che quel rapporto di fraternità, di amicizia, di stima reciproca si sia dileguato con tanta facilità. Forse una scelta come la mia non poteva avere altri sbocchi se non la reciproca indifferenza, ma non riesco a non sognare una chiesa dove sia possibile almeno discutere e confrontarsi senza per forza dover dimostrare l'errore di qualcuno. Quello dei preti sposati è un problema che si finge non esista: lo si liquida come una devianza dalla norma.
Mi chiedo: perché nella chiesa non riusciamo a "raccontarci", a creare dei momenti in cui condividere semplicemente le nostre storie, pur sapendo che è nella storia che Dio si racconta? Ci si può confrontare su tante realtà, ma su alcune non è possibile, come se non avesse senso uno scambio perché ormai si sa già che uno dei due ha torto. Perchè hanno senso gli incontri ecumenici tra persone di fedi religiose diverse e non tra persone che, con la stessa fede, hanno scelto strade diverse! Non voglio sentirmi dire che ho fatto bene, non voglio neppure rivendicare nulla: sono soddisfatto della mia vita così come è adesso e non pretendo alcun riconoscimento: solo trovo strano che nessuno nella chiesa gerarchica senta il bisogno di ascoltare semplicemente, gratuitamente persone come me e mia moglie, persone che sono portatrici di una esperienza. Nella chiesa, il parlare di certi argomenti non è mai preceduto dall'ascolto dei protagonisti. Non penso solo alla mia situazione; l'omosessualità, scelte di convivenza diverse dal matrimonio, metodi contraccettivi... di tutto si parla, ma senza prima ascoltare chi queste realtà le sceglie o le vive. Su alcuni versanti lo stile dell'ecumenismo è ormai un dato scontato, su altri non viene neppure preso in considerazione. Per esperienza: se di una cosa non si vuole parlare è perché sotto c'è un problema: attenzione ai silenzi!
e.e.
Testimonianza tratta da Vita Pastorale 1/2001, pg. 134
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